E'
un Paese per “uomini o per caporali”?
di
Anna Rita Leonardi
Ve
li ricordate “i caporali” di Totò? Il Principe de Curtis, nel celebre film
divideva l'umanità in due categorie, quella degli uomini e quella dei caporali,
spiegando come questi ultimi fossero
“coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano...e li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l'autorità, l'abilità o l'intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque...Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera”.
Ed
allora eccomi qui, a scrivere questa riflessione quasi per caso e, forse, anche
un pò per amarezza.
Sono
una giovane donna calabrese impegnata, ormai da anni, in politica.
Una
terrona, una donna del Sud, di Reggio Calabria per l'esattezza.
Ed
è proprio sul mio stato di donna meridionale che ho iniziato la mia analisi.
In
tutti questi anni noi calabresi siamo rimasti zitti e buoni, sempre ai margini
ad attendere che ci venisse dato qualcosa, non con la giusta rabbia e
consapevolezza di chi pretende che un diritto gli sia riconosciuto, ma con la
triste rassegnazione di chi spera in un miracolo, sapendo in realtà che potrà
affidarsi solo alle proprie braccia.
Ci
siamo fatti sempre rappresentare male, a partire dalle istituzioni. Come per
altre città del Sud anche noi abbiamo i nostri ridicoli luoghi comuni: nel
resto dell'Italia, dici Calabria e ti rispondono 'ndrangheta, 'nduja e “h”
aspirata. Non è colpa degli altri, siamo stati noi i primi a permettere che
questo avvenisse.
Perchè
non abbiamo mai preteso il rispetto per ciò che realmente siamo, non abbiamo
mai fatto giusto vanto delle nostre ricchezze culturali ed umane. Si,
soprattutto umane.
Andiamo
fuori regione perchè “dobbiamo farlo” e, grazie alle nostre professionalità
rendiamo grande l'Italia.
Poi
però, torniamo a casa nostra e dobbiamo fare i conti con un Vittorio Sgarbi
qualunque che si sveglia una mattina e, parlando della mancata esposizione dei
Bronzi di Riace all'Expo di Milano, si permette il lusso di dire che ”gli unici
che hanno rotto i c... sono quelli di Reggio Calabria, che non è nemmeno in
Italia, perchè la Calabria non è in Italia”.
Certamente
una riflessione “fine e culturalmente elevata”, da porre esattamente al centro,
in una scala tra zero e il “perchè Dio ha creato la Calabria?” di Vendittiana
memoria.
Potrei
dire tanto, a questo punto, magari utilizzando la stessa metodologia stilistica
e linguistica dello stesso Sgarbi. Potrei invitare questo esimio signore ad
aprire qualche libro ed a studiare l'enormità e l'immensità della storia
calabrese e reggina, a partire dalle sue bellezze archeologiche, storiche e
paesaggistiche. Potrei organizzare una colletta e regalargli una cartina
geografica per acculturarsi un po'. Potrei ricordare al pubblico “chi è” il
soggetto in questione e per quali performance si è sempre contraddistinto.
Potrei, ,ma cadrei anche io nel luogo comune che tanto odio e che tanto
caratterizza l'ignoranza della meschinità. Perciò ritorno me stessa e rispondo.
Ma
non lo faccio rivolgendomi a lui, lo faccio pensando ai tanti Sgarbi presenti
nel mondo. Che poi sono, esattamente, come i caporali di Totò. Personaggi in
cerca di scena, volti e parole che vivono nella speranza di attirare
l'attenzione su sé stessi, in qualunque modo...che poi, si sa, alla fine cadono
sempre in piedi.
Poco
importa che ad essere insultato ed umiliato, dall'altra parte, ci sia un
gruppo, una città ed un popolo. L'importante è parlare, fare scena. Magari
nascondendosi dietro la notorietà, l'impunità di dire, dopo, “sono stato
frainteso” salvo poi ripetere le stesse bestialità, ancora e ancora.
Ed
allora, cari caporali, sappiate che non siamo più disposti ad essere
ridicolizzati ed offesi da voi e dalla vostra arroganza e prepotenza.
Non
faremo più il vostro gioco, non staremo zitti a guardare ed a subire.
Il
tempo dell'ignavia è finito. Combatteremo la vostra ignoranza ed il vostro
razzismo con le armi più forti al mondo: la civiltà, l'indignazione e la
cultura. Nessun arma è più potente di chi ha, dalla sua, la forza del sapere.
E
magari chissà, riusciremo davvero a creare un mondo senza più caporali. Un
mondo, davvero, a misura di uomo.

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