di
Pierfranco Bruni - Le
tartarughe dormono lungo le rive del fiume. Così ha voluto il dio del Sole.
Quel fiume che tanto è stato amato da una poetessa che ha raccontato un amore
impossibile. Isabella Morra. Si sono attese per partire insieme. Perché c’è
sempre un mistero che diventa magia e la magia è alchimia. Oltre le
convenzioni. Oltre le teologie del conforto.
Io,
Virgilio, Micol e mio padre non abbiamo mai creduto alle teologie del conforto.
Ci
sono sempre strade che sembrano non percorribile poi basta un segno della luna
e le ombre diventano orizzonti di luce. Non è sperare.
È
il mistero che avvolgeva Ulisse nel suo sfidare i destini o Enea che non aveva
mai previsto la tragedia di Didone. Ma qual è la differenza tra Ulisse ed Enea?
Le
tartarughe non erano nate dalla stessa “covata”.
Due
erano state accudite completamente da mio padre prima di arrivare tra altre
terre. Le aveva curate con la disciplina del soldato che conosceva gli sguardi
delle sentinelle lungo i fuochi delle trincee.
Enea
diventa la fantasia dell’Occidente dopo essere stato il tragico e l’ironico di
Troia.
Ulisse
non smette, ancora oggi, di portarsi addosso, e nell’anima, la malinconia
dell’inquieto navigante che ha tracciato, nei mari dei viaggi, le nostalgie e
il gioco.
Una
tartaruga poteva somigliare ad Enea e l’altra ad Ulisse. Fantasia, storia o
finzione?
La
terza, arrivata dopo, raccoglieva i giorni del ricordo e del racconto perché
non aveva conosciuto mio padre.
Ora
dormono sulle sponde del fiume di Isabella.
Micol
ha portato lì la storia delle tredici lune, e ascoltano il passare delle acque
tra i segreti che custodiscono e le notti che si raccolgono nelle albe.
Vivevano
nel giardino. Alle ombre delle palme. In quel Mediterraneo che ha il vento del
mare e delle dune.
In
quel paese Mediterraneo che ha visto
vivere mio padre e i fratelli che sono ormai storia. I cinque fratelli sono Storia
e non una storia nel particolare. Hanno una eredità che è storia d’Italia.
Ci
sono passaggi di epoche che segnano la memoria. E la memoria è stata segnata, e,
in quel paese del martire Lorenzo e della Madonna delle Grazie, hanno tracciato
destini anche per altre famiglie.
Percepire
dalle leggende la storia di una famiglia è come se si ascoltasse una favola.
Una
favola bella che ieri mi illuse e che oggi continua ad illudermi, con il
sorriso e la consapevolezza di essere stato e di essere figlio e nipote di una
grande famiglia e che i miei figli e i miei cugini sono stati eredi di una
dignità e onestà nel segno della coerenza e dell’eleganza.
Ma
quando si va oltre la percezione della leggenda e oltre le emozioni, pur
restando tra i sentimenti e la ragione, tocchi con lo sguardo, perché leggi, e
tocchi con le mani, perché sfogli pagine di vita nella storia, una verità che è
quella di una famiglia alla quale devi te stesso, devi quello che sei.
Non
solo perché porti il sangue di quella famiglia. E il nostro sangue non si
baratta, non si disconosce, non si mette nel secchio del mescolio che aspetta,
volutamente, di essere confuso. Guai a chi non si riconosce nel proprio sangue
e nella propria dignità di destino in una nobiltà che è stile di vita.
Tocchi,
allora, anche con gli occhi cosa è una dinastia e da questa dinastia cosa
sono le eredità nella spiritualità dell’uomo.
I
cinque fratelli non hanno cronache…
Neppure
storie e avventure.
Hanno
la Storia ed
hanno fatto la storia tra nobiltà di comportamenti e distacchi.
Era
il 2 febbraio del 1880 quando si univano in matrimonio Adolfo Bruni, figlio di
Ermete, e Maria Giuseppa Fortunato figlia di Giovanni e di Teresa Mosca.
Cosa
era San Lorenzo nel 1880?
Testimoni
di nozze erano Salvatore Rogato e Domenico Pignataro. A celebrare il rito
nuziale fu l’Arciprete Domenico Tursi. Ecco, dunque, la cronaca…
Con
questa data comincia non un nuovo percorso, ma una verità che dovrà fare i
conti con una comunità che era già all’interno dei processi storici
risorgimentali in un tempo in cui l’Unità l’Italia aveva già stabilità delle
regole, e San Lorenzo si proponeva, attraverso le due devozioni, come centro di
un culto Orientale e bizantino da una parte e Latino e spagnolo – romano
dall’altro.
Da
qui possono nascere delle storie? No, da qui nasce una Storia che andrà a
completarsi con l’incontro tra una nobiltà acrese e albanese e una borghesia
sanlorenzana. Ovvero tra Giulia Gaudinieri, che sposerà Francesco Ermete, uno
dei cinque figli di Adolfo e Maria Giuseppa.
In
questo cerchio di sangue, e rimane cerchio di sangue, che è si racchiude
intorno ai cinque fratelli, si rinnova una tradizione. La continuità dei Bruni,
come eredi maschi, spetta a Mariano che avrà Giulia e Giorgio, a Gino che avrà
Alfredo e Giulia, a Pietro che avrà Roberto e Susanna, a Virgilio Italo, di cui
racconto me stesso raccontato la sua e la nostra storia, e ad Adolfo che avrà
quattro fanciulle tra i fiori germoglianti della casa paterna: Giulia, Pina,
Antonella, Anna.
Tutto
nel segno di una eredità che non è solo di sangue, ma anche di nomi e cognomi,
di stile, eleganza e nobiltà… La continuità…
Le
tartarughe hanno ascoltato. Ma ascolteranno sempre e sempre ci narreranno cosa
rappresentano le tredici lune…
Una
volta uno sciamano della tribù degli Apache, incontrato in uno dei miei viaggi
tra le distanze dei ritorni e le distese delle partenze, mi fermò e mi disse:
“Se
hai il coraggio di sopportare la fine di ciò che chiamiamo Storia vivrai oltre
il Tempo che ti è dato.
Se
avrai il sorriso anche dopo aver perso la via la Luna ti guiderà oltre la via
stessa.
Se
saprai rinunciare alle risposte che pensi di dover dare a chi cerca di offenderti, percorrerai il viaggio,
senza che il rimpianto e il rimorso potranno parlarti, segnando i solchi della
nobiltà.
Se
ad ogni parola che ti sarà rivolta replicherai avrai perduto il mistero del
silenzio, che vive in te con l’eleganza della pazienza.
Se
qualcuno ti chiederà di un tassello mancante non dare risposta, ma lascia
nell’aurora le parole che hanno scritto nelle quali si rinnega l’appartenenza
al proprio sangue.
Taci
e vai per la tua strada…
Fermati
nel deserto se è necessario. Poi cammina tra le dune se è necessario.
Nessuno
potrà mai violare la tua nobiltà.
Resta
in silenzio sino a quando il silenzio non sarà vento. E vivi la pazienza in
attesa. Ci sarà un’aquila che sarà la tua guida.
Quell’aquila
con la rosa nel becco ti porterà dove il dio incontra il Sole.”.
Non
voglio sfuggire al richiamo.
Essere
fedeli è saper guardare le stelle quando le stelle non avranno luce. Non ci si
può confondere.
Noi
restiamo quelli che siamo stati e se siamo stati tutto avrà un senso.
Le
tartarughe dormono accanto al fiume. Ogni luna ha il suo solco. Per ogni
tartaruga tredici solchi. Forse tredici generazioni che seguono il passaggio
delle vele.
Una
volta eravamo greci, mi racconta zio Gino, poi siamo diventati romani. Poi gli
albanesi hanno confuso i percorsi. Ancora dopo gli spagnoli si sono inventati
la fortezza del castello.
Poi,
sottolinea mio padre, sono arrivati i veri italiani e ci hanno regalato un
posto al sole come ci insegnato il poeta Giovannino Pascoli.
Ma
mai, dice zio Adolfo, ci siamo confusi con quelli che rivoltavano le terre del
barone.
Perché
bisogna sempre fare il confronto, suggerisce zio Mariano, con i numeri perché
sono i numeri la vera geografia che resta.
Ed
è vero perché le terre, afferma zio Pietro, sono conferme di eredità. Come le
case. Ci sono eredità donate ed eredita pretese, sfruttate e consumate e
vendute ed eredità a futura memoria …
E
non possiamo essere tutti uguali,
insiste mio padre, perché, come mi ha suggerito Don Vittorio, dice
ancora mio padre, la nobiltà non si inventa.
Così.
È
vero la nobiltà non si inventa perché non scorre tra le fontane delle acque
incolte, ma vive nei cuori che hanno il volo dell’aquila e la grandezza della
pazienza…
Stemma
in rosso Famiglia Gaudinieri,, Mariano, Virgilio, Gino, tartarughe, Adolfo,
Pietro, Palazzo Bruni
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