La sentenza del Consiglio di Stato non mi
sorprende: non riponevo alcuna speranza nell’accoglimento del Ricorso!
Come è
noto, subito dopo il provvedimento di scioglimento, ho dichiarato di non essere
appassionato all’idea di adire i tribunali, cosa che ho fatto, successivamente,
soltanto perché mi è stato richiesto dai miei concittadini ed al solo scopo di
difendere la dignità della mia città e di un’intera comunità. È con amarezza
che devo constatare che ad un provvedimento palesemente ingiusto e penalizzante
sono seguite sentenze dello stesso tipo! Le conseguenze di tutto ciò sono sotto
gli occhi di tutti, persino di coloro i quali hanno plaudito allo scioglimento
ritenendolo un regolamento di conti in ambito politico o di chi, in buona fede,
vi ha visto un illusorio, quanto improbabile mezzo per superare delle criticità
esistenti.
La
genesi dello scioglimento dell’Amministrazione comunale è da ascrivere ad una
azione politica supportata da una virulenta campagna mediatica i cui attori,
soggetti di eterogenea estrazione, hanno fatto di tutto per giocarsi Reggio sui
tavoli romani. Il tutto ha trovato la sponda del Ministro (tecnico) Cancellieri
la cui etica,estrazione e cultura si sono manifestate chiaramente durante l’esercizio
del suo breve mandato.
In uno Stato di diritto e sulla base della
norma in vigore, si sarebbe dovuto accertare se l’Amministrazione in carica
fosse condizionata dalla criminalità organizzata o ad essa permeabile. Tutto ciò
non è avvenuto: le modalità con cui si è proceduto rispondono a logiche di uno
Stato autoritario che ha voluto adottare un provvedimento “esemplare”.
Si è addebitato
alla disciolta amministrazione di non aver contrastato la criminalità organizzata,
nei sei mesi in cui ha operato con pieni poteri, contestandogli procedure
amministrative risalenti ad epoca antecedente (addirittura di alcuni decenni!!)
all’insediamento della disciolta amministrazione. Il provvedimento di
scioglimento e le conseguenti decisioni dei tribunali amministrativi si sono
fondati essenzialmente su una Relazione costruita su un insieme di dati del
tutto errati, al solo fine di offrire un quadro generale di assoluto degrado.
Una fitta matassa inestricabile di notizie su parentele o presunte
frequentazioni di amministratori non supportate da prove o, comunque, indizi,
ma da semplici suggestioni. Mentre, per quanto riguarda gli elementi emersi nel
corso di operazioni dell’autorità giudiziaria, gli stessi sono venuti meno a
seguito delle recenti pronunce, in sede penale, del Tribunale di Reggio
Calabria.
La norma in questione, visti gli effetti
devastanti prodotti, è stata oggetto di revisione nel 2009, attraverso l’introduzione
del principio restrittivo degli “elementi concreti, univoci e rilevanti”,
finalizzato a impedire un utilizzo eccessivamente discrezionale della stessa;
purtroppo detta riforma è stata vanificata dall’attività interpretativa posta
in essere nei nostri Tribunali, fondata su analisi di contesto rispondenti all’equazione
“presenza diffusa della mafia sul territorio uguale scioglimento”.
Ad
oggi, inoltre, nonostante autorevoli Magistrati, Prefetti e Parlamentari di
ogni colore politico concordino sulla necessità di procedere ad una radicale
riforma, nulla si muove. La verità è che non si è mai voluto porre adeguate
soluzioni e risposte, ciò, probabilmente, perché nella nostra terra la ‘ndrangheta
rappresenta causa ed effetto, alibi, copertura, strumento: la politica continua
a far finta di niente o, ancor peggio, ad utilizzare la ‘ndrangheta come mezzo
di scontro.
Lo
scioglimento delle amministrazioni locali, di fatto, non ha come risultato
quello di colpire ed indebolire la mafia, ma di fatto la potenzia, in quanto
gli effetti che produce determinano condizioni di disagio per i cittadini, di
disordine e di inefficienza amministrativa; in questo contesto, unito alla
perdita dei riferimenti eletti per la comunità, la mafia si potenzia acquisendo
maggiore consenso sociale. Ma tutto ciò non è un mio personale pensiero, bensì un
dato di fatto che trova riscontro nella circostanza che le gestioni
commissariali non hanno mai ripristinato condizioni di legalità, anzi hanno
dimostrato l’assoluta incapacità di gestire i servizi essenziali; non a caso,
assistiamo alla reiterazione periodica di scioglimenti di amministrazioni
locali che, dopo il primo intervento dello Stato, avrebbero dovuto essere
epurate da ogni pericolo di mafiosità.
Se lo
Stato continua a porsi come antagonista e non come alleato della parte sana
della comunità (che è la stragrande maggioranza!), mostrando il volto
autoritario, con un approccio di lombrosiana memoria, il rischio concreto è che
si possa acuire irrimediabilmente la distanza fra le Istituzioni e le comunità meridionali,
che sempre di più individuano nella mafia e nell’antimafia due facce della
stessa medaglia. Occorre porre fine ai proclami demagogici, all’antimafia di
facciata, alle passerelle, agli inutili protocolli d’intesa: è giunta l’ora che
le Istituzioni, ed in particolare il Parlamento, pongano in essere un’azione
incisiva e concreta per modificare la norma e ricercare gli strumenti più adeguati
a contrastare la ‘ndrangheta.
Demetrio Arena

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