C'è una vita che può essere buffa istrionica cialtrona e questa vita vive nel destino dei personaggi e nei personaggi che diventano un avventuroso cammino. Accade nella non verità delle realtà ma accade certamente nella letteratura e la letteratura pur non raccogliendo in pieno le vita custodisce sempre le allegorie le metafore e il magico oltre la storia. Giuseppe Berto ha legato, in un legame in cui la parola è sempre sangue, il sentire del tempo con il tempo della propria esistenza. In questo tempo c'è sempre la misura che ha lo spazio dell'incomprensibile. Il romanzo "Il male oscuro" non è soltanto un tentativo di rientrare nella coscienza cercando di riappropriarsene, bensì è il voler sostituire il concetto di male con la visione della sopportazione - accettazione e il senso dell'oscuro che la visione labirintica inquieto senso della vita.
Un incastro che trova il suo legame nel rapporto tra il linguaggio della parola e il linguaggio resistere nella vita. Spesso ci si dimentica che può esserci una parete oltre la tenda della propria anima e questa tenda bisogna che la di sposti per raccogliere l'oltre oltre lo spazio del nascosto.
Per Berto, comunque, il mistero non è mai il nascosto. Può essere l'invisibile ma esistente. La vita stessa la si può catturare nell'immaginario, un immaginario che diventa favola (penso in Berto alla "Fantarca"), il cui senso è sempre un dialogare con l'altro cercando di dialogare con se stessi, e dialogore con se stessi è vivere lo spazio tra la solitudine, la propria, è quella che fa girotondo intorno al mondo. È la solitudine con il suo senso e la sua "verticalità" che spazia dai nell'anima che nelle storie. Appunto, in Berto i personaggi sono anche i luoghi. L'insieme forma un confine.
Da una parte le assenze e dall'altra il navigarsi tra gli scogli della inafferrabile, mai risolta, impazienza. Il romanzo "La cosa buffa" rende l'inverosimile parcheggiato tra il vero il simile e la finzione.
La letteratura, in Berto, è sempre il rischio tra il simil-vero e la finzione all'interno di una costante recita che ha il suo valore soltanto se la recita stessa ha le sue maschere e il teatro, in fondo ha la sua teatralità lungo i giorni. Berto cammina sempre sul filo di questo limite: tra l'invenzione la fantasia le malinconie della vita e nella vita e il mistero.
Non è tale forse il suo dialogare con il cane. Dialogare con la metafora della fedeltà e della non parola è la sua misurata comunicazione con il cane. Una favola nella quale si raccoglie il resto del tutto di una esistenza. La letteratura, in fondo, è il dubbio e il resto di una vita. In Berto il resto è il legame tra la vita e la letteratura. Oltre rimane la solitudine. Berto è lo scrittore che graffia il caos delle solitudini, perché dentro il suo esistere è stato attraversato dalle solitudini e queste hanno il senso del perduto di una esistenza in un costante confrontarsi con gli scavi d'anima tra la misura del tempo e il mai interrotto colloquiare con la morte. La letteratura può essere finzione?
Nello stesso parametro tra l'espresso e il mai detto. Il suo, ovvero in Berto, raccontarsi è una esistenza oltre il rappresentarsi e la cronaca. Quella vita di un istrione o di un cialtrone o il senso del buffo sono nella letteratura perché sono incatenate nella vita. Ma vita e letteratura sono insondabile intreccio. Un intreccio che ha l'inquieto e il desiderato dell'inquieto nel senso tra il dubbio la solitudine il tempo e la morte.
Micol Bruni
Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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