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Melicuccà, Inveruno, Gallarate, Busto Arsizio, Magenta, ma chi c'è dietro i 'Cutrì'?

Assalto a furgone e  Polizia Penitenziaria. Aggredita la scorta con armi e spray urticanti contro gli agenti per farsi consegnare il galeotto. Un morto, evade il boss. Il blitz per liberare il detenuto Domenico Cutrì. Esplosi una trentina di colpi contro gli uomini della polizia penitenziaria, che hanno risposto colpendo il fratello dell'evaso, morto nella sparatoria. Domenico Cutrì, 32enne calabrese residente a Legnano, che è stato condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio di un polacco, Luckasz Kobrzeniecki, ucciso a colpi di pistola nel 2006 a Trecate (Novara) probabilmente per  motivi passionali. Non è la prima volta che il Cutrì, tenti di scappare dalla prigione. Ci aveva provato a Saluzzo, ma scoperto, era stato trasferito nel famigerato carcere di Cuneo. Ci Sono legami tra i Cutrì e gli Sgambellone di Inveruno?  

UN COMMANDO DI QUATTRO-CINQUE INDIVIDUI, ASSALTANO IL FURGONE BLINDATO PER LIBERARE DOMENICO CUTRÍ, DESCRITTO COME UN BOSS, CHE STAVA PER ESSERE TRASFERITO DAL CARCERE DI BUSTO ARSIZIO AGLI UFFICI DEL TRIBUNALE DI GALLARATE. MORTO ANTONINO, FRATELLO DELL'ERGASTOLANO. UN MISTERO, LA CLAMOROSA MESSINSCENA DEL COMMANDO ARMATO SINO AI DENTI 
Domenico Salvatore


 Poteva diventare la strage dei Cutrì e magari di altre persone; perché sono stati esplosi 30-40 colpi. Una pioggia di pallottole, ferro e fuoco. Un piccolo inferno. Uno dei fratelli, Antonino è morto; il secondo è rimasto ferito; il terzo, Domenico l'ergastolano, sentenza confermata in appello, è riuscito a scappare ed è ricercato da tutte le polizie, in campo nazionale ed internazionale. Tre agenti lo stavano trasferendo al Tribunale di Gallarate per un altro processo, per truffa. Le prime notizie sono confuse e frammentarie; se non contraddittorie. C'è chi lo descrive come un boss e chi esclude categoricamente questa illazione. Qualche carisma, tuttavia deve esercitarlo, visto che si è mobilitata la famiglia. Anche la dinamica, necessita di qualche conferma o smentita…Quattro o cinque banditi si sono avvicinati all'obiettivo con noncuranza. Poi hanno puntato l'arma contro la testa di un extra-comunitario…"Fermi tutti, rilasciate il prigioniero o spariamo!". Ma Polizia, Carabinieri ed agenti della Penitenziaria, non si lasciano intimidire. Reagiscono. Scatta un corpo a corpo. La parola passa alle armi e ci scappa il morto. Addirittura uno degli attaccanti, Antonino Cutrì, fratello di Domenico, il ricercato. Un agente viene investito in pieno viso da una spruzzata al peperoncino; un altro viene spintonato. Tutto questo, mentre i passanti, colti alla sprovvista, non fanno nemmeno in tempo a ripararsi dietro una macchina od un muro, mentre volano le pallottole.. Il titolare del negozio Stop & Go se la vede davvero brutta. Lo aiuta la sua buona stella, perché si butta a terra dietro il bancone. Appena in tempo. Una pallottola vagante lo sfiora soltanto.. Finita la sparatoria i banditi vista la malaparata, tagliano la corda. Prima passano da Inveruno, paese dei Cutrì, dove abita la mamma. Le consegnano Antonino Cutrì agonizzante. Non arriverà all'ospedale di Magenta. Una pallottola vagante, gli ha trapassato la gola. La donna si ritrova così con un figlio morto, un altro ferito ed il terzo evaso ed inseguito dalle forze di polizia. Su una macchina abbandonata dai banditi, una mitraglietta un paio di pistole e munizioni. Antonino Cutrì si trova all'obitorio. Domani l'autopsia. Poi il corpo verrà restituito alla famiglia per i funerali, che si svolgeranno in forma pubblica. Salvo diversa disposizione del questore di Milano, Luigi Savina. Le indagini partono in salita. I testimoni oculari ci sono, ma non hanno visto nulla. Si scartoffia nel dossier. Si vuole capire se vi sia qualche frequentazione, se non legame con il potente e ricco clan dei Barbaro. Le prime voci, a proposito di provenienza della famiglia, parlano di Melicuccà, a ridosso di Palmi-Seminara. Il paese del poeta Lorenzo Calogero e non solo. Insiste la Grotta di S. Elia Speleota. Nelle immediate vicinanze esistono ancora i ruderi del monastero basiliano e della chiesa di S. Elia distrutti molto probabilmente dal terremoto del 1783. Il complesso delle grotte di S. Elia lo Speleota, con i resti del contiguo cenobio basiliano e delle fabbriche annesse (cantina, mulino, necropoli, palmento, ecc.), risalenti al X secolo, rappresenta oggi, come dimostrato da recenti scavi, una delle più cospicue testimonianze archeologiche della grecità bizantina nella Calabria meridionale. I Cutrì sono insediati ad Inveruno. Nel 1994 il pentito Francesco Fonti aveva individuato una cinquantina di locali nel territorio lombardo, indicandone anche i capi per quaranta di essi. Una recente inchiesta dovrà confermare o smentire l'esistenza del locale, di cui sarebbe a capo Mario Sgambellone. Il presunto boss è stato in galera nelle carceri di Saluzzo e Cuneo o Busto Arsizio? Ể figlio di una Cutrì? L'archivio storico del Corriere della Sera ricorda che, un…" Mario Sgambellone, 30 anni, calabrese, ricercato da oltre un anno, e' stato arrestato dai carabinieri che lo hanno sorpreso in un autolavaggio insieme a Vincenzo Portolesi, manovale, torinese. Questi e' stato arrestato per favoreggiamento: il suo nome figurava sulla carta d' identita' contraffatta trovata in tasca a Sgambellone insieme a 8 milioni in contanti. Sgambellone era ricercato per la sparatoria avvenuta a Trezzano sul Naviglio la vigilia di Natale del ' 90. Sgambellone avrebbe sparato contro i carabinieri durante un sequestro di droga: un malvivente fu ucciso e un militare ferito". I giornali quotidiani cartacei ed on line, ma anche le agenzie di stampa che vanno per la maggiore, radio e televisione, si sono tuffati sulla notizia. Quando c'è di mezzo la Calabria, poi, non si bada a spese. Due, tre pagine, tanto per gradire. Una palata di fango non si nega a nessuno. Vedremo domani. Domenico Cutrì non è un mammasantissima della 'ndrangheta. Non emerge dai dati in nostro possesso. Ma qualcheduno lo ha definito un boss. Pur essendo di seconda generazione calabrese, figlio di calabresi. Scene di Far-West in pieno giorno. Nel primo pomeriggio del 3 febbraio 2014. Un conflitto a fuoco fra banditi e Polizia Penitenziaria, all'uscita del Tribunale con morti e feriti.Un lancio dell'Ansa recitava…" commando che ha liberato Cutrì, composto da quattro persone, è entrato in azione attorno alle 15. L'ergastolano Domenico Cutrì, detenuto nel carcere di Busto Arsizio (Varese), era appena sceso dal furgone delle polizia penitenziaria e gli agenti lo stavano accompagnando all'interno del Tribunale di Gallarate, dove avrebbe dovuto partecipare a una udienza. In quel momento sono arrivati i banditi con le armi in pugno. L'azione, all'apparenza attentamente pianificata, è durata pochi minuti, sotto gli occhi di diversi testimoni. 

Gli uomini del commando hanno minacciato gli agenti, puntandogli contro le pistole e intimandogli di liberare il detenuto, e uno di loro ha spruzzato dello spray urticante negli occhi di uno dei poliziotti. Un altro agente è stato spinto giù dalle scale del Tribunale, e nella caduta ha riportato un lieve trauma cranico. C'è stata quindi una sparatoria tra i malviventi e gli agenti, durante la quale sono stati esplosi una trentina di colpi. Uno dei colpi ha raggiunto uno degli assalitori, il fratello del detenuto, Antonino Cutrì, che è poi morto morto per la gravità delle ferite riportate, circa un'ora dopo, al termine di una disperata corsa dei suoi compagni per cercare di salvarlo, all'ospedale di Magenta. L'azione e' durata pochi minuti: l'ergastolano è fuggito insieme ai complici, che hanno caricato su una Citroen C3 nera anche il ferito. Due agenti, rimasti contusi, sono stati soccorsi dal personale del 118, portati all'ospedale di Gallarate per accertamenti e in serata dimessi. Vicino al Tribunale, poco dopo, la polizia ha trovato una seconda auto utilizzata dai banditi, con a bordo armi d'assalto. A questo punto la fuga dei malviventi, secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori, è proseguita verso Cuggiono, il paese in provincia di Milano dove vive la madre dei fratelli Cutrì. Caricata la donna in auto la corsa è ripresa verso l'ospedale di Magenta dove il ferito e la madre sono stati scaricati. 

Ma per Antonino non c'era più nulla da fare ed è morto poco prima delle 16. La madre nel frattempo è stata sentita dagli investigatori. In serata si é costituto ai Carabinieri un altro fratello di Domenico Cutrì. L'uomo é ferito ad un piede ed evidentemente ha partecipato all'azione del commando. Polizia e carabinieri hanno allestito dei posti di blocco sulle strade della zona, in particolare al confine tra Lombardia e Piemonte. I due agenti feriti sono stati dimessi con una prognosi rispettivamente di 8 e 15 giorni."Come ti trasformo una tranquilla cittadina in una scena da Kolossal della Paramount Pictures e 20th Century Fox se non della Metro-Goldwyn-Mayer…Ma non andavano in onda gli esterni di…"C'era una volta il West; alla Conquista del West; El Grtinta; Sentieri Selvaggi; Per un pugno di dollari; Per qualche dollaro in più; Un dollaro bucato; Il buono, il brutto, il cattivo;  Giù la testa; C'era una volta in America; Geronimo; L'uomo che uccise Liberty Valance; Mezzogiorno di fuoco; Ombre rosse; Il Massacro di Fort Apache; I cavalieri del Nord Ovest; Rio Bravo".…Si spara; di giorno, con le mitragliette, i fucili a pompa, le pistole. Proiettili veri, che bucano pure i portoni blindati, che feriscono, uccidono, terrorizzano. Ma non ci sono di mezzo, ovviamente gli anarchici come Gaetano Bresci, Bruno Misefari, Sacco & Vanzetti, Giuseppe Pinelli, Giuseppe Zangara, Pietro Valpreda e perfino Giuseppe Prezzolini. 

Una sparatoria, nello stile Brigate Rosse. Benchè qui, gli obiettivi e le finalità, siano ben diverse; si miri, solamente alla liberazione del prigioniero…  Non c'azzeccano per niente in questa storia le Brigate Rosse (BR). Sebbene l'attacco, la scena, l'obiettivo, le modalità di esecuzione, facessero pensare in un primo momento di concitazione e confusione, ad un attacco terroristico.  Toccherà  comunque  alla magistratura, che sul territorio, coordina il lavoro di Polizia, carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria, CFS ecc. (BR), fugare ogni dubbio, qualora ce ne fosse bisogno. Dunque, niente Bierre. "Brigate Rosse è il nome di un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra, costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Di matrice marxista-leninista, fonte Wikipedia, fu il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale. In base ai racconti di alcuni dei principali militanti, la decisione di intraprendere la "lotta armata" sarebbe stata presa in un convegno tenuto nell'agosto del 1970 in località Pecorile, comune di Vezzano sul Crostolo (RE) a cui partecipò, un centinaio di delegati dell'estremismo di sinistra. Nell'organizzazione, confluirono i militanti del cosiddetto "gruppo reggiano", tra cui Alberto Franceschini, quelli del gruppo proveniente dell'Università di Trento, tra cui Renato Curcio e Margherita Cagol, e quelli del gruppo di operai e impiegati delle fabbriche milanesi Pirelli e SIT-Siemens.

Le prime "azioni" rivendicate come "Brigate Rosse" risalgono al 1970, e continuarono con il massimo dell'attività tra il 1977 e il 1980. Dopo una fase di cosiddetta "propaganda armata" con attentati dimostrativi all'interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali e magistrati, nel 1974-76 vennero arrestati o uccisi i principali brigatisti del gruppo iniziale. Da quel momento la direzione dell'organizzazione passò ai brigatisti nel nuovo Comitato Esecutivo in cui assunse un ruolo determinante Mario Moretti, che potenziarono notevolmente la capacità logistico-militare del gruppo, estendendo l'azione oltre che nelle città del nord anche a Roma e Napoli e moltiplicando gli attacchi sempre più cruenti contro politici, magistrati, industriali e forze dell'ordine. Momenti culminanti dell'attività del gruppo furono l'agguato di via Fani e il sequestro Moro nella primavera 1978; con il drammatico rapimento di Aldo Moro le Brigate Rosse sembrarono in grado di influire in modo decisivo sull'equilibrio politico italiano e di poter sovvertire l'ordine democratico della Repubblica.

L'organizzazione entrò in crisi nei primi anni ottanta per il suo irreversibile isolamento all'interno della società italiana e venne progressivamente distrutta grazie alla crescente capacità di contrasto da parte delle forze dell'ordine ed anche grazie alla promulgazione di una legge dello Stato italiano che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l'identità di altri terroristi. Nel 1987 Renato Curcio e Mario Moretti firmarono un documento in cui dichiaravano "conclusa" l'esperienza delle BR. Secondo l'inchiesta di Sergio Zavoli La notte della Repubblica, dal 1974 (anno dei primi omicidi ad esse attribuiti) al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi[3]: la maggior parte delle vittime era composta da agenti di Polizia e Carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per "finanziare" l'organizzazione. Renato Curcio ha calcolato che 911 persone siano state inquisite per avere fatto parte delle BR, alle quali vanno aggiunte altre 200-300 persone facenti parte dei vari gruppi armati che dalle BR si staccarono (Partito Comunista Combattente, Unità Comuniste Combattenti, "Partito Guerriglia", Colonna Walter Alasia).

La denominazione "Brigate Rosse" è ricomparsa, dopo anni di assenza, nel 1999, per rivendicare nuovi cruenti attentati nel periodo 1999-2003. In un comunicato emesso nel 2003 dalla Procura della Repubblica di Bologna l'organizzazione veniva considerata ancora attiva con nuovi componenti.Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano "indicare il cammino per il raggiungimento del potere, l'instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia". Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti "risoluzioni strategiche", che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli. I Brigatisti ritenevano non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista dell'Italia; secondo la loro visione all'occupazione nazifascista si era sostituita una più subdola "occupazione economico-imperialista del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali)", diretta emanazione dell' "imperialismo capitalista rapace e sfruttatore" di matrice statunitense, a cui bisognava rispondere intraprendendo un processo di lotta armata che potesse scardinare i rapporti di oppressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale. 

Le Brigate Rosse hanno quindi sempre rifiutato la definizione di "organizzazione terroristica", attribuendosi invece quella di "guerrigliera".Proprio per ribadire la ostentata "estraneità" alla natura semplicemente terroristica, dichiarata dall'organizzazione guerrigliera[6], il professor Giovanni Senzani nei comunicati ufficiali delle BR, nonché sugli stendardi che servivano di sottofondo per le fotografie ai cosiddetti "prigionieri politici" (le persone sequestrate dai brigatisti e tenute prigioniere nelle cosiddette "prigioni del popolo") faceva iscrivere la frase: "La rivoluzione non si processa!". L'ideologia brigatista si riconduceva, a dire di chi la propugnava, ad una "incompiuta lotta di liberazione partigiana dell'Italia"; come i partigiani avevano liberato il popolo dalla dittatura nazifascista, le BR avrebbero liberato una volta per tutte il popolo dalla servitù alle "multinazionali".In alcuni gruppi dell'estrema sinistra maoista e marxista-leninista, in alcuni dei collettivi autonomi, si vedeva un nesso tra sindacalismo militante ed azione partigiana: era la risposta da dare alla "Strategia della tensione" instaurata in quegli anni dai - si diceva - "servizi segreti deviati, complici della C.I.A.". "Alzare il livello dello scontro!" era lo slogan che condiva questa visione della realtà. 

Ad esempio, Mario Moretti proveniva dalle file del sindacato.L'altra anima delle Brigate Rosse fu quella della contestazione studentesca, nella fattispecie quella sorta alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, cui appartenevano sia Renato Curcio che la moglie, Margherita Cagol.Le Brigate Rosse operarono in Italia a partire dall'inizio degli anni settanta, attraverso una struttura politico-militare compartimentata e organizzata per cellule. Compivano atti di "guerriglia urbana" e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale (uccisione, ferimento o sequestro di numerosi uomini politici, magistrati e giornalisti).Lo scopo dichiarato del piano brigatista era l'abbattimento dello "Stato Imperialista delle Multinazionali" (S.I.M.) e la sua sostituzione con una democrazia popolare di stampo sovietico, o quanto meno, di matrice leninista, espressione della dittatura del proletariato". L'evasione dal carcere. Un classico sognato dagli ergastolani, di tutto il mondo, ma ci provano anche gli altri, condannati a pene più lievi. Il titolo di' re delle evasioni', spetta all'ex mammasantissima della 'ndrangheta Pino Scriva, boss del clan omonimo di Rosarno; il pentito più famoso della ' ndrangheta; l' uomo, che ha contribuito a mandare in galera centinaia di appartenenti alla mafia di Gioia Tauro, Rosarno, Seminara, Palmi. 

Processo poi, come ricorda il Corriere della Sera a Pagina 12 ( edizione del 27 febbraio 1994) che…. "si concluse   dopo quattro anni, il processo alla "mafia delle tre province" a carico di novantasette esponenti delle cosche. La Corte di assise di Palmi ha condannato all' ergastolo undici persone e ha inflitto pene complessive per 460 anni di reclusione. Tra i condannati anche il "pentito" Giuseppe Scriva. Dovra' scontare una pena complessiva di 31 anni. Gli ergastoli sono stati inflitti a Francesco e Rocco Albanese (per l' uccisione di Marcello Marvaso); Giuseppe Avignone (per l' omicidio del boss Domenico Monteleone); Francesco Albanese e Tommaso Cosentino (per l' assassinio Varone); i cugini Filippo e Carmine Gerace (a ciascuno sono stati inflitti due ergastoli); Antonino Fedele (per il duplice omicidio di Raffaele Albanese e Antonino Raso); Antonino Fameli, Antonino Pesce e Giuseppe De Marte. Per il sequestro dell' imprenditore Vincenzo Cannata' sono stati inflitti venti anni ciascuno a Michele Facchineri, Vincenzo Facchineri e Salvatore Monteleone. Tra gli assolti, i presunti boss Giuseppe Piromalli e Saverio Mammoliti. I condannati per associazione mafiosa sono stati diciassette."Assalto a furgone polizia. Un morto, evade il boss Un commando armato poco dopo le 15 ha assaltato un furgone della polizia penitenziaria a Gallarate (Varese), in via Milano, vicino al Tribunale e ha liberato un detenuto.

Uno dei banditi che hanno partecipato all'evasione del detenuto è morto: il suo corpo è stato scaricato da un'auto davanti all'ospedale di Magenta, nel milanese. Si tratta del fratello del detenuto evaso, Antonino Cutrì. L'uomo, fonte Ansa, è stato colpito da pallottole durante la sparatoria. E' stata la madre di Antonino Cutrì a portare il figlio, in fin di vita, all'ospedale di Magenta. Lo ha confermato la polizia di Varese. Secondo la ricostruzione i banditi avrebbero portato il ferito in casa della donna a Cuggiono nel milanese, e lei lo ha portato in ospedale dove è morto. La donna è stata ascoltata dai carabinieri. Domenico Cutrì, evaso a Gallarate, scontava una pena all'ergastolo per omicidio. L'uomo era stato condannato in appello per l'uccisione di Luckasz Kobrzeniecki, un polacco di 22 anni freddato a colpi di pistola nel 2006 a Trecate (Novara). Cutrì, secondo le accuse, era al volante dell'auto da cui partirono gli spari che la notte del 15 giugno di otto anni fa uccisero la vittima. Arrestato tre anni dopo, si è sempre professato innocente. La condanna in primo grado nel luglio 2011. Cutrì, sempre secondo l'accusa, fece eliminare Kobrzeniecki perché riteneva che avesse fatto delle avances alla sua fidanzata. A compiere materialmente l'omicidio Manuel Martelli, condannato nell'ottobre 2012 a 16 anni di carcere con il rito abbreviato. Tre anni per lo stesso omicidio a Luca Greco, imputato di favoreggiamento (avrebbe intralciato le indagini e fornito un alibi fasullo a Cutrì). 

Nel processo d'appello a favore di Cutrì, difeso dall'avvocato Giulia Bongiorno, testimoniò una donna di origini calabresi, sostenendo che all'ora del delitto avevano avuto un appuntamento galante nell'abitazione di Cutrì. Una versione emersa soltanto a distanza di anni, perché la donna temeva che il marito potesse scoprire quella relazione clandestina. L'alibi, però, non convinse il procuratore generale di Torino Vittorio Corsi, che dispose ulteriori accertamenti. A smontarlo le testimonianze del titolare e del portiere di un albergo di Vittuone (Milano), dove l'uomo si trovava realmente come hanno poi confermato anche i registri dell'hotel. Nell'assalto del commando, hanno subito lievi ferite due agenti di polizia, che ora sono ricoverati per accertamenti al pronto soccorso dell'ospedale di Gallarate. C'è stata una sparatoria ma, secondo le ricostruzioni, le ferite non sono provocate da colpi d'arma da fuoco. Infatti gli assalitori hanno aggredito gli agenti mentre stavano per uscire dal Tribunale di Gallarate, favorendo la fuga del complice. Uno dei due agenti, spinto dalle scale ha riportato un trauma cranico. L'altro, ha dei problemi agli occhi perchè i malviventi hanno usato uno spray urticante. Sono quattro le persone che hanno partecipato all'assalto. La polizia ha diramato le caratteristiche dell'auto usata per la fuga dai banditi: una C3 di colore nero targata EM 197 ZE".  Intanto, ci sono gli aggiornamenti dell'Ansa…

"La madre di Domenico Cutrì, il detenuto evaso ieri a Gallarate (Varese), è stata interrogata a lungo dai carabinieri nel corso della notte, per ricostruire nei dettagli la vicenda. La donna non è indagata. I Cutrì di Melicuccà-Inveruno, (ma pare che siano passati per il Piemonte), nessuna parentela con i Cutrì di Catanzaro e nemmeno con quelli si San Procopio-Sinopoli, sono nell'occhio del ciclone. Secondo la prima ricostruzione, ieri i banditi a bordo della Citroen C3 hanno accompagnato all'ospedale di Magenta la donna e il figlio Antonino, colpito da un proiettile durante l'assalto e morto in seguito alla ferita. I malviventi hanno poi abbandonato l'utilitaria in un vicino parcheggio e sono fuggiti, probabilmente a bordo di un'altro automezzo rubato. Proseguono in tutto il Nord Italia le ricerche dell'evaso e dei complici e sono stati allestiti posti di blocco anche al confine con la Svizzera.La madre, farlo fuggire era ossessione Antonino  - Per Antonino Cutrì, l'uomo ucciso mentre faceva evadere il fratello Domenico, farlo evadere era diventata una ossessione. Lo ha detto la madre dei due, sentita dagli investigatori. Antonino, secondo la donna, aveva manifestato più volte l'intenzione di far evadere il fratello, tant'è vero che l'uomo era stato trasferito dal carcere di Saluzzo a quello di Cuneo. Antonino, secondo la madre, per portare a termine il progetto aveva addirittura preso lezioni per pilotare un elicottero.

Trovata da Cc auto usata per la fuga - La Citroen C3 nera usata dai malviventi che ieri pomeriggio a Gallarate hanno fatto evadere Domenico Cutrì, è stata ritrovata dai carabinieri in un parcheggio vicino all'ospedale di Magenta. Ospedale dove ieri è morto il fratello dell'evaso, Antonino. L'auto è risultata rubata.Sono estese in tutt'Italia le ricerche dei componenti del commando che ieri, a Gallarate (Varese) ha fatto evadere l'ergastolano Domenico Cutrì, 32 anni, mentre suo fratello, Antonino, 30 anni, è morto in ospedale a causa delle ferite riportate nello scontro a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria che scortavano Domenico per un processo. Antonino era giunto in ospedale con la madre. Oltre all'evaso, carabinieri e polizia cercano altri due o tre uomini che sono entrati in azione poco prima delle 15 di ieri (VIDEO). Erano arrivati a bordo di due auto, una delle quali è stata trovata vicino al tribunale. A bordo c'erano anche delle armi. Ieri sera si era diffusa la notizia che un terzo fratello Cutrì si era costituito in ospedale con una ferita a un piede ma la circostanza è stata smentita dagli investigatori. L'ergastolano Domenico Cutrì, detenuto nel carcere di Busto Arsizio (Varese), era appena sceso dal furgone delle polizia penitenziaria e gli agenti lo stavano accompagnando all'interno del Tribunale di Gallarate, dove avrebbe dovuto partecipare a una udienza. In quel momento sono arrivati i banditi con le armi in pugno. 

L'azione, all'apparenza attentamente pianificata, è durata pochi minuti, sotto gli occhi di diversi testimoni. Gli uomini del commando hanno minacciato gli agenti, puntandogli contro le pistole e intimandogli di liberare il detenuto, e uno di loro ha spruzzato dello spray urticante negli occhi di uno dei poliziotti. Un altro agente è stato spinto giù dalle scale del Tribunale, e nella caduta ha riportato un lieve trauma cranico. C'è stata quindi una sparatoria tra i malviventi e gli agenti, durante la quale sono stati esplosi una trentina di colpi." Un'evasione cinematografica. Ma il re delle evasioni, è sicuramente anche Graziano Mesina, il famigerato bandito sardo,  il più famoso fuorilegge isolano, che scappò di prigione ventidue volte; di cui almeno dieci, quelle riuscite. I soldi non mancano ai Cutrì. Oppure Renato Vallanzasca, inteso 'il bel Renè', presunto 're della feroce Banda della Comasina', condannato a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Per la latitanza di Domenico e l'acquisto delle armi, servono denari in quantità. I soldi provengono dalla droga e dalla vendita di armi? Questo lo accerteranno le forze di polizia che stanno indagando. Un altro Domenico Cutrì, genero del mammasantissima della 'ndrangheta di Sinopoli, paese confinante con Melicuccà, "don Carmine" Alvaro (Reggio Calabria),  una delle cosche più potenti del reggino, venne  ferito a colpi di pistola, a Sinopoli, dopo  una lite verbale con Domenico Marsetti, 32 anni, nei pressi del cimitero del paese, domenica 28 settembre 2008; morirà in ospedale, il giorno dopo. Il corpo senza vita del Marsetti, venne rinvenuto mercoledì 1° ottobre 2008 a San Cesareo, nelle campagne romane di Frascati. Una pagina di cronaca nera, di cui, vi abbiamo nota a suo tempo. La sua autovettura, una Fiat Stilo, era stata  trovata parcheggiata davanti alla stazione ferroviaria di Brancaleone (RC). Dispongono di tante armi i Cutrì. Questo, mette in allarme il ministero degl'Interni che pressa per la cattura dei responsabili. 

La sparatoria è un assalto armato contro i rappresentanti dello Stato. Il  camioncino, non era un furgone per il trasporto di denaro e valori preziosi, ma un mezzo in uso alla Polizia penitenziaria. Tuttavia a Milano & dintorni, non è difficile averle. Basta avere i soldini. Gli agenti della polizia del commissariato di Quarto Oggiaro (Milano), che vigilano sulle improvvise sparatorie e le faide con morti ammazzati, il 30 gennaio 2014, hanno rinvenuto nell'abitazione di A.C., 48enne con precedenti penali per reati contro il patrimoni, un kalashnikov e numerose munizioni.   L'arma era carica e vi erano anche altre due confezioni di cartucce da 20.  Il 14 giugno 2006, sono stati sequestrati in un garage di Seregno (MB), pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro, col conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso di Limbadi. Ai Mancuso, dal presidente della CPA, Giuseppe Lumia, ritenuti, la cosca più ricca e potente della 'ndrangheta, i soldini, non mancano di certo. Ci si chiede: ma i Cutrì, armati sino ai denti, perché hanno messo in opera questa clamorosa, plateale, smaccata e grossolana messinscena?  A chi e perché, dovevano mostrare i muscoli; se non i denti? Ma lo Stato, non starà a guardare, questo è certo. 
Domenico Salvatore


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