Mio padre è il mio passo e ogni maschera rivela sempre la sua nudità mentre noi restiamo sempre noi…
di Pierfranco Bruni
Una sera di luna precipitata tra i rami della palma, nel nostro giardino, mio padre, con il sorriso e l’ironia, guardandomi negli occhi, mi disse:
“Non ti meravigliare mai. Tutto ti potrà accadere, ma di nessuno devo fidarti. Abbi fiducia solo in te. Raccogli la pazienza nei tuoi occhi e cerca di vivere le ore con sopportazione. Ma mai devi dimenticare. Non si dimentica il male. Non si dimentica il bene. Non oltrepassare la soglia della tolleranza. C’è un limite. C’è un limite a tutto”.
Poi aggiunse: “Vedi, queste rose che accompagnano la scala. Sono rose che ho piantato tanto tempo fa. La pianta non è cresciuta per diverse lune. Un bel giorno, in una delle mie albe, affacciato alla finestra della camera dello studio, dove tu hai i tuoi libri, le tue carte e i tuoi pensieri, ho osservato la pianta di rose. Era cresciuta ed aveva già piccoli boccioli e lo stelo era pieno di spine”.
Una breve pausa. Riprese. Così: “Mi sono detto: Sono stato per giornate intere ad osservare questa pianta di rose e non mi sono mai accorto che aveva bisogno di essere lasciate in pace, nella sua solitudine e nella sua eleganza. Tutto può accadere. Ricordati ma ricordati soprattutto che non devi dimenticare il tuo impegno di uomo, la tua nobiltà e la tua coerenza. Chi non è stato leale con te e chi continua a non esserlo lascialo nel silenzio. Tu non hai bisogno di chi ti dimostra, alla prima occasione, slealtà”.
Mio padre mi ritorna spesso tra le parole ed è sempre nel mio pensiero. Ritorna spesso a parlami e mi impegna con il suo coraggio e mi sussurro, tra la beffa e l’ironia, che io resto ancora un’apprendista.
Scavo tra le sue parole per cercare di capire perché ha amato la solitudine, perché noi siamo noi e gli altri non sono noi. Noi restiamo noi. Gli altri non sono noi.
È una promessa che ti faccio papà. La faccio a te. La faccio ai miei figli. Io da questa sera non sarò più gli altri. Sarò noi. Gli altri per me non ci sono.
Conosco la storiella cattolica, e non cristiana, e non me ne fotte un emerito cazzo, che gli altri esistono e bisogna accettarli con i pregi e i difetti.
Caro papà, noi apparteniamo ad una stirpe che ha la nobiltà nel sangue e la sincerità vera negli occhi e la mia promessa è per il sempre.
Tu sei stato un combattente, un don Fabrizio, un gattopardo e gli altri sono iene, sciacalli…
Perché ti dico questo? Perché è giunto il momento delle verità e ti dirò la nostra verità e l’imbroglio di chi non avrebbe mai dovuto imbrogliarmi, imbrogliarci ma mica siamo fessi…
Il tempo cammina con noi e noi laceriamo il tempo come il vento violento fa con l’orchidea che tu custodivi.
Bisogna stare in trincea, come dicevi tu, e non concedere fiducia a nessuno se non al cuore che ti batte dentro. Vorrei che i miei figli avessero lo stesso coraggio che hai avuto tu. Quel coraggio che appartiene agli uomini che sanno dire anche no, che sanno affrontare i temporali, navigare i naufragi con la pazienza e la volontà della forza. La volontà della forza è anche non dare nulla per scontato.
Mi dicevi spesso che gli sciacalli ci vivono sempre accanto. Non bisogna mai temerli perché bisogna essere leoni. Soltanto se si è leoni si possono sconfiggere i mandanti e i killer. Di mandanti e di killer è lastricata la nostra strada ma sono soltanto dei miseri, dei meschini, degli ignoranti. Noi siamo altro rispetto agli altri. È giunta il momento di saper distinguere e prendere le distanze.
Caro papà, camminerò sui tuoi passi e cercherò di solcarli piano piano restando fedele a quell’antica promessa che è mantenere alto il capo e quando le sfide ti sfidano non sempre bisogna accettare le sfide. La competizione ci tocca se l’altro possiede gli stessi strumenti altrimenti amici e avversari bisogna sceglierseli.
Ora è notte. E ti penso, papà.
Un giorno, tornando dalla caccia, mi hai portato una quaglia e mi hai detto. Se dovessi un giorno andare a caccia non colpire mai una rondine. Colpisce piuttosto una colomba.
Non ho mai capito questa tua chiosa.
Io ero tanto piccolo. Tu portavi degli stivaloni e avevi un lungo cappotto spigato. La pianta delle rose è cresciuta tanto. Tu non ci sei più.
Le rose sono rosse, gialle e persino blu. Come è possibile che da una pianta che era rimasta piccola per tante lune una bella mattina ha dato i suoi colori. È mai possibile che da una pianta possano nascere rose rosse, gialle e blu? Anzi ne ho vista anche una bianca.
Tu lo sai che la mia anima non è in vendita. Ma io ti prometto che non sarà mai in vendita. Per nessuno.
Domani ti verrò a salutare. Porterò sulla tua lapide una rosa arancione e dalla pianta di limoni del giardino, quasi addormentato, ti porterò un lungo ramo e lo pianterò sul vaso ai piedi del tuo sguardo.
“Cerca sempre di essere te stesso. Ad ogni spigolo, non devi arrivare in piazza, c’è un imbroglio. Sta a te raccogliere l’imbroglio o custodire il tuo silenzio, la tua solitudine, la tua nobiltà, la tua grandezza. Nessuno potrò eguagliarti. Non dimenticarlo”.
Così mi ha scritto su un foglia un mese prima che morisse. Mio padre.
È l’unico vero compagno del mio viaggio e a lui confesso tutte le mie pieghe. Non sono mai stato solo.
I miei figli sono la mia via. Mio padre è il mio passo.
Io resterò conchiglia nel mare di Ulisse. Nulla temo. Ogni maschera, alla fine, rivela sempre la sua nudità, anche in un teatro dove gli applausi restano a scena aperta. Ma gli altri non sono noi…
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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