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Napolitano liberi tutti! E' giunta l'ora del cartellino rosso

Sarebbe bello se il "saggio" Napolitano si svegliasse dal sonno polifasico che sembra avvolgerlo ciclicamente, avuto riguardo della veneranda età, e facesse valere la golden share sulla base della quale ha spinto, se non quando addirittura tifato, per la nascita del governo delle "larghe attese", ora evidentemente sempre più disattese. L'Italia pur avendo optato, già nel lontano 1946, per la forma repubblicana che concluse, abolendole definitivamente, le stagioni monarchiche, ha forzosamente asservito una certa forma di impiego della costituzione – quasi come ineludibile costrizione istituzionale – all'impiego d'un governo del Presidente del quale, giunti al punto, non s'è capito a quale Presidente facesse davvero riferimento. 


In ogni caso, pare sia venuta l'ora di estrarre quell'impolverato cartellino rosso sedimentato nel taschino e prendere atto che questa forzatura istituzionale è stata inutile ai cittadini o utile lo era solo a finalizzare in rete l'assist del "più cittadino" Berlusconi, che, con i suoi giannizzeri, s'era preparato, post-sentenza, atteso che di ciò che il Paese aveva – ed ha - davvero bisogno - in primis il cambio della legge elettorale - è stato fatto poco e niente, ed il poco prodotto è stato fatto pure in maniera abbastanza raffazzonata, col principio dell'ex post più che dell'ex ante e sotto costante ricatto. Ricatto a cui doverosamente ci si deve sottrarre per evitare un pericoloso precedente. Non è - perché non lo era - possibile accettare di legare al doppio filo delle sole voglie berlusconiane la vita di un governo emergenziale che, basandosi più sulla fragilità della buona volontà dei singoli che non sulle fondamenta di un accordo chiaro ed inviolabile, già nato monco dell'indispensabile requisito della libertà di azione, si è – e si era - rivelato nutrimento abbastanza indigesto da far metabolizzare agli italiani. La spropositata fiducia riposta dal canuto Presidente della Repubblica – che non può considerarsi esattamente uno sprovveduto sempliciotto di passaggio al palazzo del Quirinale – nelle prevedibili quanto anteposte viziate intenzioni di almeno una parte politica, prudenza avrebbe consigliato innestare cautelativamente quantomeno una clausola di salvaguardia, ben irrefutabile, all'ardua prova a cui stava per sottoporre il malaccorto giovane Letta. 


Ora, che le malcelate intenzioni di data parte politica stanno irresponsabilmente per tradursi in "messa in opera" a seguito di una sentenza terza della Corte Costituzionale che ha sancito determinati lumi giudiziari, dipanandone la prima di una lunga serie di matasse ancora di là dal venire dal personale ginepraio del cavaliere di Arcore, sarebbe opportuno scoraggiare l'intrapresa di simili iniziative sfoderando l'arma più potente ancora in mano all'anziano capo dello Stato: agitare lo spettro dello scioglimento anticipato delle camere, poi attuandolo attraverso la remissione del mandato del premier. In questo modo giocherebbe d'anticipo facendo, in un sol colpo, non solo scacco matto dell'ordito ricatto di Berlusconi ed i suoi pasdaran, vanificandone i contenuti, ma anche piazza pulita di una classe dirigente che non ha saputo cogliere lo spunto per attualizzare nel momento più vivo del bisogno, realizzandoli, le vere necessità di questo Paese e dei suoi troppe volte bistrattati cittadini. Dimettendosi anch'egli – un minuto dopo – aver rinnovato i due rami del parlamento. Ovviamente. 


Giuseppe Campisi



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