I teologi e i laicisti discutono del
nulla e i Cristiani osservano. Occorre disubbidire per difendere il nostro
essere Occidentali nel giorno di San Francesco
di Pierfranco Bruni
Gli Islamici sono alle porte e non bussano. La
debolezza dei cristiani diventa ipocrisia. Ci sveglieremo una mattina e vedremo
progettata o già costruita una Moschea accanto ad un Chiesa, un Minareto di
fronte ad un Campanile. L’Occidente è anche questo.
lo scrivo nel giorno di San Francesco. Dove va Papa
Francesco? Abbandoni la teologia e vada oltre il suo dialogare con il laicismo
che endrebbe immediatamente interrotto. Abbiamo bisogno di una cristianità
forte per non essere invasi dai musulmani. In un tempo dello “scarto” restiamo
nelle “periferie”. Ascolto alcuni dettagli di Papa Francesco e leggo il libro
di Antonio Socci che non mi piace. “Non è Francesco…” è un libro senza un
senso, soprattutto nell’incrocio storico che attraversiamo oggi. Bene ha fatto
ad andare in Albania. Bene farà ad andare
in Turchia.
Ho sempre sostenuto la differenza tra il Cristo che
dovremmo vivere e la teologia che detta le regole al vizio del potere della
Chiesa. Ma qui siamo oltre. Io resto un cristiano senza Chiesa e quindi senza
teologia da seguire o disubbidiente felice alla Chiesa.
Il libro di Socci è inquietante e fuori tema in una
discussione alta sulla quale ci stiamo impegnando per vivere l’ubbidienza e la
disubbidienza. Papa Francesco è il confine e l’estremo di una civiltà sbandata.
Lo scarto e le periferie. Di ciò però viviamo. Il pensiero di Francesco non ha
grandi voli, ma è un uomo che ha vissuto tra gli scarti e le periferie.
È dal
discorso di Papa Benedetto XVI, a Ratisbona, che seguo la posizione dei Gesuiti
e di Papa Francesco anche se è dalla civiltà di Matteo Ricci che vivo la
“politica” del senso gesuitico. Non mi sono piaciuti e non mi hanno convinti i
suoi discorsi a Lampedusa, il suo “…chi sono io per giudicare…” sulla posizione
degli omosessuali, il suo non gridare il sacrificio di Cristo e dei cristiani
nei luoghi Ottomani, il suo “Buon appetito” domenicale, il suo aprire al mondo
laicista e la sua presenza su quotidiani che hanno educato ed educano al
laicismo… Non mi è piaciuto e continuo a non seguirlo su queste strade.. Ho
bisogno di un Papa forte… Siamo nell’Occidente della cristianità. Il Papa lo sa
e anche noi lo sappiamo ma basta con le aperture, basta con le accoglienze
senza regole.
Forse abbiamo perso il sorriso. Perplessi, eppure
siamo tanto vissuti che nessuna spina ci può far male. Si osserva ciò che ci
passa accanto. Il banale domina. Ma la anche il provvisorio. Il tempo che
cammina dentro di noi è un tempo che non si scrive. Siamo l’intreccio di ombre
e di luce. Siamo liberi ma sempre prigionieri. Forse siamo consapevoli e
incoscienti. Abbiamo la fede. ma forse non la abitiamo.
Chiediamo risposte a Cristo ma spesso ci
dimentichiamo del deserto, della conversione di Paolo e delle solitudini di
Agostino. Paolo e Agostino: due modelli oltre la voce della convivenza
primigenia tra vita e teologia. Siamo incauti ma vorremmo dare una regola
all’irrazionale che ci sorprende e a volte ci cattura dentro il “sorprendente”
Mistero che è Grazia. Credo che troppa teologia ha lacerato il mistero della
Chiesa. Ma se non ci fosse stata la
Chiesa , quella mistero, saremmo stati catturati dagli
Ottomani.
L’inquieto del nostro esistere e la chiarezza delle ombre che chiedono
all’aurora di farsi ascoltare non vivono nella trasformazione delle “regole”. È
l’eresia che salva e non la teologia. Dove va questa Chiesa che dovrebbe
difendere la Parola
di Cristo?
Le premesse di un auspicato percorso teologico ci conducee verso delle
inquiete disubbidienze. Capisco la visione di Cristina Campo di credere nella
tradizione dei Padri della Chiesa e un “ortodosso” cristiano eretico come me
non può che restare accanto al suo sguardo. Io non sono nella Chiesa teologia.
Ma la “libertà” del mondo cattolico si intrappola tra religione e “ideologia”.
L’ortodossia è un taglio del dogma che propone una voce ancestrale tra i
nostri vuoti e i nostri tremori. La fede in Cristo resta come riferimento di
una cristocentricità che vive nella Croce. Cristo non muore in Croce. In Croce
diventa Rivelante. Cristo ci mostra la Croce e pone un interrogativo
forte: l’ubbidienza non alle regole ma al mistero della fede o la disubbidienza
alla pazienza di vivere e viversi nel mistero.
Il poeta che continua a vivere nei miei studi sulla ontologia della
poesia, ovvero Nazhim Abshu, mi ha posto davanti al dubbio. Perché il mistero è
il dubbio. Cristo è il nostro dubbio. Non è il dubbio della sua presenza. Il
dubbio è dentro di noi ma con Lui si attraversa ogni “coincidenza” con il
“forse” per diventare il sempre in Cristo. E se c’è il sempre in Cristo le
regole non mi servono perché il radicamento della fede è nella nostra vita
anche quando la nostra anima graffia la tentazione del suicidio.
Non credo che la preghiera ci allontani dal nostro costante suicidio. Ci
avvicina comunque alla salvezza e la salvezza non è fatta di certezze ma di
quella nostalgia che percorre tutto il tempo del nostro esistere. La fede non è
soltanto speranza. È il dono di un camminamento. Io ho fede? Il mio
camminamento si fermerà ai piedi di Gesù? Chi mi tenterà di sollevarmi
dall’abisso?
La teologia della parola non tocca lo sguardo. Scindere la teologia dal
mistero è una questione aperta di questo mio incrociare il dubbio e la sapienza
di verità, alle quali non mi aggrappo. Nonostante il mio viaggio graffi le
pareti della tentazione e la salvezza resta una profezia. Ma la salvezza non si
giustifica e tanto meno bisogna spiegarla.
Se resto un cristiano senza Chiesa (come nel “ragionamento” di Ignazio
Silone) o un cristiano che vive la sua perdizione, come nella costante
sofferenza di Giovanni Papini, è un problema che riguarda la mia passione
dentro la cristocentricità del mio esasperante silenzio.
Cristo, ripeto, non muore in Croce (l’eresia è imperdonabile
nell’assoluto della teologia) perché non può scontare i peccati di tutti, ma
accoglie le verità e le menzogne di tutti e offre non la sapienza ma la carità
dell’amore. E tutto questo non è teologia. Certo, è ortodossia ed eresia dentro
la missione della chiesa. La chiesa è l’assoluto mentre Cristo è la perdizione
che mi spinge oltre la fede e il destino.
Tocco due disperazioni. La fede che è paziente e misteriosa. Il destino
che è un disegno preordinato nella vita degli uomini. Il mio cammino è un lento
desiderio di leggere il processo a Gesù (nella immagine e nella dimensione
drammaticamente religiosa di Diego Fabbri).
Il vuoto non ha desideri e non ci sono desideri di vuoto, ma la storia
non è speranza e non ha documenti da mostrare nel mio silenzio orante ai piedi
della Croce. Cristo impedirà il suicidio dell’anima. Solo il mistero potrà
colmare il vuoto.
Papini chiudendo la sua storia di Cristo ci inquietava terribilmente e
rivolgendosi a Cristo: “… ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile
amore”. Amore implacabile.
Giuseppe Berto cercava nel suo dialogo con Giuda la salvezza. Ma la
salvezza non ci porta alla teologia. Il mistero e la Grazia sono viaggi della
spiritualità e nella spiritualità. Ma abbiamo un grande viaggio da compiere nei
nostri deserti.
Siamo in un tempo in cui la teologia chiede l’ubbidienza e il mistero ci
offre la fede. Ma come ha sempre suggerito Francesco Grisi restiamo ai piedi
della Croce aspettando una parola che non verrà pronunciata, ma ci verrà detta.
Questo non significa ubbidire.
La disubbidienza verso la
Chiesa è la disubbidienza al laico - laicismo che è nella
teologia Conciliare. Io vado oltre perché sono così radicato nella Tradizione
che non mi permette, per fede e coerenza, ad abitare altri viaggi.
Perché tutto questo mio dire? Perché voglio usare la filosofia e il
pensiero prima di andare alla guerra.
Ciò però vuol dire anche che il libro di Antonio Socci mi ha infastidito
e le sue posizione o la supponenza iniziale di Messori sono nella teologia
della crisi. Invece di viverlo il Cristo oltre la teologia si cerca di
“processare” il Francesco teologico. Viviamo in un tempo che è difficile
abitare.
Oggi l’unica identità resta quella cristiana. Ma bisogna che diventi
forte altrimenti accanto alle Chiese vedremo sorgere Minareti e Moschee. Non so
se ai teologi questa realtà possa andar bene. Io, distante dalle teologie, ma
cristiano, non sono accondiscendente. Il Papa non resti a guardare. Ma io
questa volta difendo Papa Francesco. Faccia in modo di solcare sempre più il Cristo oltre la teologia.
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