Reggio Calabria, 31 agosto 2014-Mimmo Nasone (referente regionale Libera Calabria) “Anche i coordinamenti e i presidi di Libera presenti in Calabria condividono la nota diffusa dall’Ufficio di presidenza che di seguito riportiamo:“Davanti alle minacce di morte di Riina nei confronti di don Luigi Ciotti c'è solo una risposta da dare: stringerci attorno al nostro presidente e rinnovare il nostro impegno quotidiano contro le mafie perché si affermino legalità democratica e giustizia sociale. Un impegno concreto che da vent'anni vede Libera e il suo fondatore promuovere la confisca e l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie; difendere la memoria delle vittime innocenti delle mafie e il diritto alla verità dei loro familiari; diffondere nelle scuole e nelle università una cultura dell'antimafia ispirata ai principi della nostra Costituzione; sostenere nelle aule dei tribunali, costituendoci come parte civile, il lavoro dei magistrati impegnati perché si faccia davvero giustizia; contrastare nei territori, ogni giorno, il potere mafioso; denunciare le troppe collusioni che ancora oggi rendono forti le mafie; proporre le risposte possibili. Lo facciamo consapevoli dei nostri limiti e animati da quel senso di corresponsabilità che è il cuore del nostro impegno. Perché è sempre il noi che vince, anche davanti alle minacce di morte". Le minacce di Riina confermano che l’impegno di Libera è efficace. Continueremo a condividere con don Luigi Ciotti, e con gli altri amici e amiche che si spendono in Libera, la scelta di essere a servizio della verità e della giustizia, accanto a chi fa più fatica, traducendo la nostra amarezza in un impegno contro la ‘ndrangheta che sia sempre più concreto, costante, coerente e credibile.
MA LA CHIESA È L’ULTIMO BALUARDO CONTRO LO STRAPOTERE DELLA MAFIA?...“BEDDHA MATRI MARIA SANTISSIMA E CU FUSSI STU DON CIOTTU!?!?!?MACARI PUTISSIMU PURU AMMAZZARILU!”
Domenico Salvatore
Lotta alla mafia e difesa della libertà e della democrazia, i mille volti del potere, sempre in conflitto d’interessi per la conquista della leadership. In principio, furono i famigerati, tre cavalieri spagnoli: Osso, Mastrosso e Scarcagnosso Da un volume, edito dalla casa editrice Rubettino, con prefazione di Nino Buttitta, intitolato “Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, illustrato dalle tavole di Enzo Patti ed il cui testo è opera di Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di mafie, di Vincenzo Macrì, viceprocuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia e di Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia,…”Tre fratelli appartenevano ad un’associazione cavalleresca, denominata la Garduna e fondata nella stessa Toledo nel 1412: in essa operavano e per la stessa agivano secondo consuetudini e riti collaudati e da tutti accettati. Fino a quando decisero di vendicare con un atto di sangue l’onore violato della sorella, uccidendo colui che aveva arrecato un tale disonore alla loro famiglia. Loro si chiamavano Osso, Mastrosso e Carcagnosso ed a causa dell’azione di vendetta, per pagare il loro debito con la giustizia, furono condannati ed incarcerati nella lontana isola di Favignana, all’epoca territorio spagnolo, all’interno di un fortificato carcere aragonese, del quale oggi sembra siano state ritrovate alcune celle adibite a luogo di tortura. Nella piccola isola dell’arcipelago delle Egadi, i tre rimasero prigionieri per quasi trent’anni, esattamente per il singolare periodo di ventinove anni, undici mesi e ventinove giorni, per poi venir fuori dalle viscere penitenziarie spagnole agli albori del trentesimo anno. Ma nei tre protagonisti, durante questo lungo periodo, qualcosa inesorabilmente era cambiato. I tre cavalieri interpreti di questa leggenda uscirono dal carcere nella veste di uomini nuovi, depositari di saperi, riti, usanze e simboli tra loro diversi ma tutti legati da un unico filo conduttore : l’onore e l’omertà. La leggenda si conclude con la loro separazione, che vide Osso rimanere in Sicilia, e qui gettare le basi di Cosa Nostra, Mastrosso varcare lo stretto e fondare la ‘ndrangheta in Calabria ed infine Carcagnosso spingersi fino alle terre dell’antica “Campania felix”, dove edifica l’impalcatura camorristica.”. Secondo altri studiosi del fenomeno mafioso, Scarcagnosso, avrebbe fondato in Calabria la ‘Famiglia Montalbano’ o ‘Picciotteria’ ”. Il tourbillon…Mafia, Totò Riina, don Pino Puglisi, generale Francesco Delfino, Balduccio di Maggio, fratelli Graviano, Brancaccio, Giulio Andreotti, DDA, Legge Rognoni-Latorre Giancarlo Caselli ( Dal 1986 al 1990 è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dal 30 luglio 1999 è Direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dal marzo 2001 è il rappresentante italiano a Bruxelles nell'organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Dopo aver ricoperto il ruolo di Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino, viene nominato Procuratore Capo della Repubblica di Torino con voto unanime del Consiglio Superiore della Magistratura il 30 aprile 2008 Nel 1991 è stato nominato magistrato di Cassazione ed è divenuto Presidente della Prima Sezione della Corte di Assise di Torino. Il governo Berlusconi III, essendo probabile nel 2005 la nomina di Caselli a procuratore nazionale antimafia, presentò un emendamento per mezzo del senatore Luigi Bobbio (del partito Alleanza Nazionale) alla legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario (la cosiddetta "Riforma Castelli").
Grazie a tale emendamento, Caselli non poté più essere nominato per quel ruolo per superamento del limite di età. La Corte Costituzionale, successivamente alla nomina di Piero Grasso quale nuovo Procuratore nazionale antimafia, dichiarò incostituzionale il provvedimento che aveva escluso il giudice Gian Carlo Caselli dal concorso), La DIA è stata istituita con legge 30 dicembre 1991 n. 410, L'Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa (a cui ci si riferisce più spesso come Alto Commissariato per la lotta alla mafia) era il vertice di un ufficio (l'Altro Commissariato) istituito su delega del Ministro dell'interno, al fine di garantire un più efficace contrasto alla mafia, in particolare a cosa nostra. La decisione di istituire tale figura fu presa in seguito alla Strage di via Carini, avvenuta 3 giorni prima a Palermo, in cui erano stati uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie ed un agente di scorta. Venne istituito con il decreto legge 6 settembre 1982 n. 629 - convertito nella legge 726 del 12 ottobre 1982 - emanato durante il Governo Spadolini II. Dal 15 gennaio 1993 fino al 1999 è stato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Nino Di Matteo, Vito Ciancimino, Bernardo Provenzano, Mario Mori … ‘Galeotte, furono le intercettazioni, il sequestro e la confisca dei beni mobili ed immobili ai mafiosi conclamati e condannati, il 41 bis e chi le scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante’. Il quotidiano ‘La Repubblica’, racconta che a mettere in allarme gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Palermo siano state le parole pronunciate da Riina: “Ciotti, Ciotti, putissimo pure ammazzarlo”, possiamo pure ammazzarlo. La ragione alla base delle minacce, secondo gli investigatori è proprio l’attività di Libera, perché nella stessa conversazione l’uomo ha detto al suo co-detenuto di essere “preoccupato. Sai, con tutti questi sequestri di beni…”.pesanti intimidazioni al pm Antonino Di Matteo, pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. La Dia ha ascoltato in diretta le parole del boss, ed entro poche ore ha fatto rinforzare le misure di sicurezza intorno a Don Ciotti. Il prete non è stato informato del contenuto dell’intercettazione, ma secondo quanto riferisce una sua collaboratrice “strani messaggi sono arrivati a lui e a Libera” e la sua scorta è stata affidata a due poliziotti. Nei giorni scorsi, altre intercettazioni hanno rivelato il contenuto di conversazioni in cui Riina racconta del “pizzo” consegnato da Berlusconi ogni mese nell’ambito di un patto con cosa Nostra per ottenere favori. “La mafia è stata individuata dal legislatore come fenomeno criminale distinto rispetto alla comune delinquenza organizzata soltanto a partire dal 1982, anno di introduzione del reato di associazione mafiosa previsto dall'art. 416-bis c.p. Tale norma, per stessa ammissione di alcuni organi istituzionali, "riscatta l'indifferenza e l'agnosticismo che per troppo tempo vi è stato nel nostro ordinamento di fronte al fenomeno mafioso". La storiografia esistente in materia di mafia, infatti, fa risalire la sua comparsa ufficiale nel tessuto culturale siciliano già prima della metà dell'ottocento.
Il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa, in un rapporto inviato al Ministero di Giustizia di Napoli nel 1838, segnalava già la presenza di organizzazioni segrete, anche se ancora non si parlava di gruppi mafiosi bensì di "unioni o fratellanze, specie di sette" La diffusione e lo sviluppo della mafia venne favorita dal processo di annessione della regione al Regno d'Italia. Le analisi storiche che hanno cercato di capire l'origine del comportamento mafioso concordano nell'attribuire un ruolo primario alla tradizionale ostilità con cui i siciliani guardavano alle norme e alle regole statali. Come tutte le occupazioni precedenti, anche l'unificazione con lo stato sabaudo venne considerata alla stregua dell'invasione da parte di una potenza straniera. In questo clima di diffidenza si svilupparono le prime associazioni tipicamente mafiose, intese come gruppi di persone che facevano ricorso a mezzi privati di risoluzione delle controversie. All'interno di questi gruppi si distinse la posizione di superiorità di alcuni individui, il cui potere veniva consolidato grazie al sostegno che ricevevano dalle comunità che vedevano le loro attività mirate a soddisfare i bisogni di tutti. Le regole morali su cui si reggevano questi gruppi favorirono senza dubbio il diffondersi di rapporti basati su favoritismi, clientele e protezioni che erano gestiti da cosiddetti "uomini di rispetto", le cui rete di relazioni si allargavano fino a raggiungere i detentori del potere istituzionale. Il termine "delitto di mafia" apparve per la prima volta nel linguaggio burocratico intorno al 1865, e con esso si intendeva espressamente il delitto che fosse commesso dal complice o dal mandante. Da sinonimo di delitto, la parola "mafia" passò successivamente ad indicare il nome di un'organizzazione di cui si denunciava la pericolosità pur non conoscendone ancora i connotati e le finalità. In particolare, questo avvenne quando l'opinione pubblica venne interessata dai dibattiti parlamentari sui provvedimenti straordinari proposti dal governo piemontese per ripristinare la sicurezza pubblica in Sicilia .Le inchieste di Franchetti e Sonnino del 1875 si occuparono di mafia sottolineandone, però, la contiguità con il sistema politico. Essi parlavano, infatti, di una "industria della violenza" praticata prevalentemente dai "facinorosi della classe media" che erano diventati "una classe con industria ed interessi suoi propri, una forza sociale di per sé stante", la cui sussistenza e il cui sviluppo andavano ricercati "nella classe dominante". La mafia, fonte www.altrodiritto.unifi.it, che già reggeva sulle sue spalle il governo economico dell'agricoltura siciliana, ricevette la piena legittimazione quando i suoi rappresentanti divennero anche i capi ufficiali delle istituzioni pubbliche locali come i Comuni e le Province, grazie al tentativo effettuato dal Governo di guadagnare il favore della borghesia. Il rapporto di reciprocità che legava l'uomo di prestigio alla mafia faceva sì che fosse quest'ultima a decidere gli equilibri della regione, detenendo di fatto il monopolio dell'ordine pubblico e della coercizione fisica…”. Non staremo qui a chiederci “perché” l’ex capo della Cupola palermitana Totò Riina (Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo). Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo, che riuscì in diverse circostanze a liberarsi del triumvirato a capo della Commissione formato da Luciano Leggio-Tano Badalamenti e Stefano Bontate.
In seguito la Commisssione fu formata dai capimandamento, monopolizzati da Riina.. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio al generale dei carabinieri Francesco Delfino, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra che lo aveva condannato a morte), ristretto in un carcere di massima sicurezza, con il regime del famigerato 41 bis ( ma per ben 63 anni ha potuto “giostrare”a suo piacimento; negli ultimi anni, prima dell’arresto con il grado di ‘capo dei capi’ di Cosa Nostra), da quando è stato ammanettato, ‘strepiti’ tanto o si lasci andare al frastuono, fragore e schiamazzi, ad ogni stormir di fronda.Fu pure intervistato dal caposervizi della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, nelle more del processo per l’assassinio del procuratore generale (sostituto) della Corte di Cassazione, Nino Scopelliti, che aveva raccolto le minacce mafiose nei confronti del procuratore capo della Repubblica di Palermo, Giancarlo Caselli, che lo fece arrestare. Il CSM scagliò i suoi strali contro il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria f.f. Salvatore Boemi. Quest’esercizio-sport lo lasciamo ai saccenti ed ai saputelli di cose di mafia.Don Luigi Ciotti, in una nota dopo aver appreso da “La Repubblica” delle minacce di Totò Riina nei suoi confronti, dice."Le minacce di Toto' Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent'anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza. Solo un 'noi' - non mi stancherò di dirlo - puo' opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilita', per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli e' impossibile. Le mafie, sanno fiutare il pericolo - prosegue il fondatore di Libera - Sentono che l'insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunita' che rialzano la testa e non accettano piu' il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verita', ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell'onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche. La politica deve pero' sostenere di piu' questo cammino. La mafia non e' solo un fatto criminale, ma l'effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune - sottolinea il fondatore di Libera -. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi.
Ad esempio, fonte ‘La Repubblica’, sulla confisca dei beni, che e' un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un piu' in quelli della cultura, del lavoro, della dignita' che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie. Lo stesso vale per la corruzione, che e' l'incubatrice delle mafie. C'e' una mentalità, che dobbiamo sradicare, quella della mafiosita', dei patti sottobanco, dall'intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno manforte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un'azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c'e', eccome: è la società, siamo tutti noi. Per me l'impegno contro la mafia e' da sempre un atto di fedelta' al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una 'fame e sete di giustizia' che va vissuta a partire da qui, da questo mondo.Riguardo don Puglisi - che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perche' sono un uomo piccolo e fragile - un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlo' di 'sacerdoti che interferiscono'. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che 'interferisce', che non smette di ritornare - perche' e' li' che si rinnova la speranza - al Vangelo, alla sua essenzialita' spirituale e alla sua intransigenza etica. Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, e' mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione. Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perche', come ha scritto il Papa Francesco: 'Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo'. Al presidente di Libera arriva la solidarietà di Rosi Bindi: "A don Luigi la mia affettuosa vicinanza e il pieno sostegno della commissione parlamentare antimafia. Le minacce di Riina intercettate nel carcere di Opera lo scorso anno vanno prese sul serio, soprattutto per l'inquietante accostamento al martirio di don Pino Puglisi. A don Ciotti va assicurata tutta la protezione e il sostegno necessari, molti mesi sono passati da quando i magistrati hanno esaminato le intercettazioni e si deve capire che tipo di messaggio vuole inviare il capo di Cosa Nostra mentre inveisce contro un sacerdote cosi' esposto sul fronte della lotta alla mafia. Don Ciotti non è solo e non resterà solo nella battaglia contro i poteri mafiosi. So che le raccapriccianti parole di Riina non faranno arretrare il suo appassionato servizio cristiano per la giustizia e la promozione della dignita' umana e da oggi saremo al suo fianco con piu' determinazione
L'impegno che insieme a tanti con Libera da anni profonde per promuovere la cultura della legalita', la memoria delle vittime innocenti e lo sviluppo solidale nelle terre confiscate alle mafie sono ormai punto di riferimento della coscienza civile del paese. La scomunica di Papa Francesco ha tracciato una linea invalicabile tra la Chiesa e le mafie che da' a tutti, credenti e non credenti, piu' forza e coraggio nel combattere la cultura dell'omertà e della sopraffazione. Ma non possiamo abbassare la guardia, c'e' una mafia silente che moltiplica affari e profitti e penetra in ogni settore della vita del paese approfittando della crisi economica". Il termine "chiesa" ricorre solo tre volte nei vangeli, e precisamente nel Vangelo secondo Matteo. In primo luogo quando Gesù, nei dintorni di Cesarea di Filippo, rivolto all'apostolo Pietro che aveva dichiarato la sua fede in Lui: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", dice: "E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere" (Mt 16,18).In secondo luogo in Matteo 18,17 quando Gesù fornisce ai suoi discepoli istruzioni su come debbano essere trattati casi difficili nei rapporti fra i cristiani: "...se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano".In questi testi è Gesù stesso, quindi, che definisce la chiesa come la comunità di coloro che confessano la loro fede in Lui come il Messia promesso e il Figlio di Dio. È simile a quella di Tommaso: "Signor mio e Dio mio!" (Giovanni 20,28). Questa fede è dono di Dio: "non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli" (Matteo 16,17). La chiesa, quindi, è una comunità di persone che nasce e vive per sovrana iniziativa di Dio.Le fondamenta (la pietra fondamentale) che sta alla base della chiesa è la confessione di fede di Pietro e degli altri Suoi discepoli ed apostoli. È la chiesa come comunità messianica il "resto messianico" del popolo di Israele. Probabilmente per "chiesa" Gesù qui potrebbe così aver usato originalmente il termine aramaico Kenistà. È una comunità impostata allo stile di vita di Gesù, cioè di grazia e perdono, ma che non esita a escludervi chi ostinatamente rifiuta di conformarvisi (Matteo 18,15-20). Don Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 10 settembre 1945) è un presbitero italiano, molto attivo nel sociale, ispiratore e fondatore dapprima del Gruppo Abele, come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, quindi dell'Associazione Libera contro i soprusi delle mafie in tutta Italia. Luigi Ciotti nasce il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore (Belluno) e si stabilisce con la famiglia a Torino nel 1950. Nel 1965, insieme ad alcuni amici, promuove un gruppo di impegno giovanile che prenderà in seguito il nome di Gruppo Abele. Fra le sue prime attività, un progetto educativo negli istituti di pena minorili e la nascita di alcune comunità per adolescenti alternative al carcere. Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli (TO), nel novembre del 1972 Luigi Ciotti viene ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, che come parrocchia gli affida la strada, luogo – specifica – non di insegnamento ma di apprendimento e incontro con le domande e i bisogni più profondi della gente. Proprio sulla strada, nel 1973, il Gruppo inaugura il “Centro Droga”, un luogo di accoglienza e ascolto per i primi giovani con problemi di tossicodipendenza. È un’esperienza allora unica in Italia, cui seguirà l’apertura di alcune comunità. In quegli stessi anni, all’accoglienza delle persone in difficoltà l’Associazione comincia ad affiancare l’impegno culturale – con un centro studi, una casa editrice e l’“Università della strada” – e, in senso lato, “politico” – con mobilitazioni come quella che nel 1975 porta alla prima legge italiana non repressiva sull’uso di droghe, la 685 – per costruire diritti e giustizia sociale.
Il Gruppo Abele, fonte Wikipedia, non si occupa solo di droga, ma sviluppa proposte per affrontare il disagio sociale nel modo più ampio possibile. Dai servizi a bassa soglia alle comunità, dagli spazi di ascolto all’attenzione per le varie forme di dipendenza – nuove droghe, alcool, gioco d’azzardo, “consumi” in senso lato – dall’aiuto alle vittime di tratta e alle donne prostituite – con l’unità di strada, il numero verde, il supporto legale – alle iniziative per l’integrazione delle persone migranti, come l’“educativa di strada” per gli adolescenti stranieri. E ancora attività di ricerca, una biblioteca, riviste tematiche, e percorsi educativi rivolti a giovani, operatori sociali e famiglie; come pure l’attività di mediazione dei conflitti e sostegno alle vittime di reato. Infine, un consorzio di cooperative sociali per dare lavoro a persone con percorsi difficili, eredità delle botteghe e dei laboratori professionali aperti già negli anni settanta. A partire dal 1979 il Gruppo si apre anche alla cooperazione internazionale, con un primo progetto in Vietnam, cui ne seguiranno altri in Sud America e Costa d’Avorio, quest’ultimo tuttora in corso. Convinto che solo il “noi” possa essere protagonista di un vero cambiamento sociale, nel 1982 don Ciotti contribuisce alla nascita del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (CNCA), presiedendolo per dieci anni, e nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega italiana per la lotta contro l'AIDS (LILA) per la difesa dei diritti delle persone sieropositive, della quale pure sarà presidente. Negli anni novanta l’impegno di don Ciotti si allarga al contrasto alla criminalità organizzata. Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio dell’estate del 1992, fonda il mensile Narcomafie – di cui sarà a lungo direttore – e nel 1995 il coordinamento di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, oggi punto di riferimento per oltre 1.600 realtà nazionali e internazionali (fra cui diverse sigle del mondo dell’associazionismo, della scuola, della cooperazione e del sindacato). Nel 1996 Libera promuove la raccolta di oltre un milione di firme per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, e nel 2010 una seconda grande campagna nazionale contro la corruzione. Obiettivo di Libera è alimentare quel cambiamento etico, sociale, culturale necessario per spezzare alla radice i fenomeni mafiosi e ogni forma d’ingiustizia, illegalità e malaffare. A questo servono i percorsi educativi in collaborazione con 4.500 scuole e numerose facoltà universitarie; le cooperative sociali sui beni confiscati con i loro prodotti dal gusto di legalità e responsabilità; il sostegno concreto ai familiari delle vittime e la mobilitazione annuale del 21 marzo, “Giornata della memoria e dell’impegno”; l’investimento sulla ricerca e l’informazione, attraverso l’Osservatorio “LiberaInformazione”; l’attenzione alla dimensione internazionale, con la rete di Flare – freedom, legality and rights in Europe.Nel gennaio 2013 le associazioni che presiede (Libera e Gruppo Abele) avviano la campagna online di Riparte il futuro, che ha permesso la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale in tema di voto di scambio politico - mafioso il 16 aprile 2014.Riconoscimenti e collaborazioni.
Don Ciotti è stato più volte membro del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale della Diocesi di Torino. Nei primi anni 1980 è docente presso la Scuola superiore di polizia del ministero dell’Interno. Giornalista pubblicista dal 1988, collabora con vari quotidiani e periodici. Nel marzo 1991 è nominato Garante alla Conferenza mondiale sull’AIDS di Firenze, e nel marzo 1995 presiede la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione del danno in materia di droga. Negli anni è invitato a tenere conferenze sul tema delle dipendenze in vari Paesi (Gran Bretagna, USA, Giappone, Svizzera, Spagna, Grecia, ex Jugoslavia). In tempi più recenti, è chiamato a parlare due volte in Messico, la prima dalla Commissione sociale della Chiesa, la seconda dalla Conferenza episcopale. Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria. Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana— 27 dicembre 1996. Il 1º luglio 1998 riceve a Bologna la laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione, su proposta del consiglio della facoltà di Scienze della Formazione. Il 15 giugno 2006 riceve dall’Università degli Studi di Foggia la laurea honoris causa in Giurisprudenza.È inoltre cittadino onorario di numerose città in tutta Italia. Nel 2012 ha ricevuto il Premio Nazionale Nonviolenza conferito dall'Associazione Cultura della Pace «per la sua indefessa opera nei confronti dei più emarginati, degli ultimi della società, per il recupero degli esclusi e per il lavoro di coscientizzazione della società nei confronti del fenomeno mafioso e dei suoi meccanismi, che portano alla costruzione di modalità conniventi e conservative di equilibri non trasparenti, rendendo le comunità civili e sociali, assuefatte alla mancanza di una cultura di legalità, democratica, solidale e pacifica. Seguendo l’esempio di Danilo Dolci, ha realizzato e aiutato a realizzare, attraverso metodologie nonviolente, azioni atte al riscatto sociale ed al raggiungimento della piena emancipazione politica, culturale ed economica”. Papa Francesco, ricorda Pino Puglisi il 26 maggio 2013…Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto “Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. È il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia. Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta). A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano, da cui uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini; durante quegli anni diventa amico di Carlo Pelliccetti e Davide Denensi, che gli stanno vicino e lo aiutano fino al giorno in cui Davide Denensi si trasferisce in Svizzera.Attività sacerdotale.
Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1963 è nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.Il 1º ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano, un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978. Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione cattolica, e la Fuci.Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella: qui inizia la lotta antimafia di padre Giuseppe Puglisi.Egli non tenta di portare sulla giusta via coloro che sono già entrati nel vortice della mafia, ma cerca di non farvi entrare i bambini che vivono per strada e che considerano i mafiosi degli idoli, persone che si fanno rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, fa capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolge spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno. Nel 1992 venne nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugurò a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione. Insegnamento scolastico. Don Pino ebbe sempre una grande passione educativa, che lo portò ad assumere incarichi di docenza in molte scuole siciliane. Il suo impegno come insegnante si protrasse per oltre trent’anni, fino al giorno della morte. Le principali tappe di questo percorso iniziarono all'istituto professionale Einaudi (1962-63 e 1964-66). Successivamente insegnò nei seguenti istituti: scuola media Archimede (1963-64 e 1966-72), scuola media di Villafrati (1970-75) e sezione staccata di Godrano (1975-77), istituto magistrale Santa Macrina (1976-79) e infine liceo classico Vittorio Emanuele II (1978-93).L'assassinio.
Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno, venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa intorno alle 22,45 nella zona est di Palermo, in piazza Anita Garibaldi. Sulla base delle ricostruzioni, don Pino Puglisi era a bordo della sua Fiat Uno di colore bianco e, sceso dall'automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose uno o più colpi alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre 1993. Il 2 giugno 2003 qualcuno murò il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino alla porta. Le indagini e i processi. Il 19 giugno 1997 venne arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di Don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli cominciò a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembrò intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso raccontò le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano venne condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, venne condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Furono condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. Sulla sua tomba, nel cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).Memoria e causa di beatificazione. Don Giuseppe Puglisi è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi. I Gang gli dedicano la canzone "Il testimone", contenuta nell'album Fuori dal controllo. Il 15 settembre 1999, l'allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi, aprì ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio. Il 15 settembre 2003, per la commemorazione del X anniversario del martirio di Padre Pino Puglisi, le poste italiane hanno concesso due annulli speciali all'ufficio postale di Godrano e all'ufficio postale Palermo 48. Quest'ultimo porta il ricordo del centro Padre Nostro, mentre quello godranese riporta la frase "Si, ma verso dove?", motto preferito da padre Pino. A don Pino sono intitolate diverse scuole, una delle quali a Palermo, e il premio letterario "Ricordare Padre Pino Puglisi" istituito nel 2011 dal Centro Padre Nostro fondato da don Pino Puglisi il 16 luglio 1991.Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un'udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei.
Il 15 settembre dello stesso anno, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha reso nota la data della cerimonia di beatificazione di don Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013.La notizia è stata data al termine della celebrazione eucaristica in occasione del XIX anniversario del martirio; durante la stessa è stata conferita l’ordinazione sacerdotale a quattro nuovi presbiteri della diocesi, ai quali l'arcivescovo ha rivolto l’invito a guardare a padre Puglisi come modello di vita sacerdotale, sottolineando che ricevevano il sacramento dell’ordine sacro proprio nell'anniversario del suo martirio. Nel successivo mese di ottobre, lo stesso prelato ha firmato il decreto che autorizza la traslazione del corpo di don Pino Puglisi dal cimitero monumentale di Sant'Orsola alla cattedrale di Palermo.La traslazione è avvenuta il 15 aprile 2013, dopo la ricognizione canonica della salma effettuata alla presenza del vescovo ausiliare di Palermo Mons. Carmelo Cuttitta, durante la quale è stata prelevata parte di una costola, poi usata e venerata come reliquia durante il rito di beatificazione. Le spoglie sono state collocate ai piedi dell'altare nella cappella dell'Immacolata Concezione, in un monumento funebre che ricorda una spiga di grano (questo temporaneamente, perché proprio sui terreni di Brancaccio confiscati alla mafia è in costruzione un santuario dove la salma sarà collocata definitivamente). Il significato di tale monumento è tratto dal Vangelo: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv, 12,24). La Chiesa ne ricorda la memoria il 21 ottobre. Ci vengono in mente le Beatitudini. Le Beatitudini (dal latino beatitudo) sono il nome dato ad una parte molto conosciuta del Discorso della Montagna di Gesù e riportate dal Vangelo secondo Matteo al capitolo V e dal Vangelo secondo Luca al capitolo VI. Nel Vangelo di Matteo In questo vangelo vengono enunciate nove beatitudini e sono considerate dai credenti un modello per vivere secondo gli insegnamenti di Gesù. Le Beatitudini descrivono, infatti, le caratteristiche di coloro che sono considerati benedetti da Dio: i poveri, gli umili, i miti, i perseguitati, ecc. Coloro che spesso agli occhi del mondo sono considerati i più sfortunati, i più infelici, invece nella prospettiva del Regno dei cieli sono i Beati, sono cioè coloro che abiteranno il Regno di Dio.Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio .Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,3-12).
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo.Senatore a vita dal 1991, è stato il 16º, 19º e 28º presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo:sette volte presidente del Consiglio tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro;otto volte ministro della Difesa;cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni Statali;due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie. Dal 1945 al 2013 è sempre stato presente nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato presidente della Casa di Dante in Roma.A cavallo tra XX e XXI secolo subì un processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto con formula piena da tutte le accuse dal Tribunale di Palermo, venne poi assolto il 2 maggio 2003 anche dalla Corte d'Appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, mentre per quelli anteriori la Corte non si pronunciò nel merito e dichiarò il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. La Cassazione, infine, confermò la sentenza di appello.
Vito Alfio Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924 – Roma, 19 novembre 2002) è stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e, secondo documenti resi pubblici dal figlio Massimo, affiliato di Gladio.Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò geometra nel 1943. Nel 1950 si trasferì a Palermo per frequentare la facoltà di ingegneria ma non conseguì mai la laurea. Per un breve periodo soggiornò a Roma, dove lavorò presso la segreteria del deputato Bernardo Mattarella (allora sottosegretario al Ministero dei Trasporti). A Palermo divenne socio di un'impresa edile ed ottenne un appalto per il "trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli" grazie alla raccomandazione del deputato Mattarella. Nel 1953 Ciancimino venne eletto nel comitato provinciale della Democrazia Cristiana e l'anno successivo divenne commissario comunale. Nel 1956 Ciancimino venne eletto consigliere comunale a Palermo e divenne un sostenitore di Giovanni Gioia, aderendo alla corrente politica di Amintore Fanfani. Per queste ragioni, fonte Wikipedia, divenne assessore dell'Azienda municipalizzata e nel luglio 1959 divenne assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lima. Durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia; l'assessorato di Ciancimino apportò numerose modifiche al piano regolatore di Palermo che permisero alla ditta di Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili mentre il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) ottenne in soli otto giorni licenze edilizie per numerosi edifici. In questi anni Ciancimino entrò in rapporti con tre società edilizie e finanziarie: la SIR, la SICILCASA SpA e la ISEP, di cui faceva parte la moglie di Ciancimino, Epifania Silvia Scardino, insieme ai mafiosi Antonino Sorci (capo della cosca di Villagrazia) e Angelo Di Carlo (cugino del boss Michele Navarra e socio di Luciano Liggio).Nel 1963 Ciancimino venne denunciato dall'avvocato Lorenzo Pecoraro, amministratore di un'impresa edile a cui fu negata una licenza edilizia mentre alla società "SICILCASA SpA" era stato concesso il permesso di costruire in un terreno contiguo malgrado il progetto violasse in più punti le clausole del piano regolatore; fu fatto sapere a Pecoraro che poteva avere la licenza soltanto se versava una tangente nelle casse della "SICILCASA SpA", di cui Ciancimino era socio occulto e da cui acquistò anche due appartamenti. Qualche tempo dopo l'avvocato Pecoraro ritirò tutte le accuse e dichiarò che Ciancimino era sempre stato un uomo «esemplare per correttezza ed onestà». Ma nonostante ciò, nel giugno 1965 il caso Pecoraro fu riaperto e Ciancimino finì sotto processo, venendo però assolto nel 1966.
Ai vertici dell'amministrazione comunale. Ciancimino durante una seduta del consiglio comunale di Palermo. Nel 1964 Ciancimino concluse il mandato di assessore ai lavori pubblici e rimase consigliere comunale. Nel 1966 fu nominato capogruppo della Democrazia cristiana nel consiglio comunale di Palermo e tenne questo incarico fino al 1970, venendo anche nominato responsabile degli enti locali della sezione provinciale della Democrazia Cristiana nel 1969.Nell'ottobre 1970 Ciancimino fu eletto sindaco di Palermo ma nel dicembre successivo fu costretto a dimettersi a causa delle proteste dell’opposizione e delle inchieste della Commissione Parlamentare Antimafia che lo riguardavano; tuttavia Ciancimino rimase in carica fino all'aprile 1971, quando venne eletto il nuovo sindaco Giacomo Marchello. Infatti nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia, redatta anche dai deputati Pio La Torre e Cesare Terranova, ed altri atti prodotti dalla stessa Commissione accusarono duramente Ciancimino ed altri uomini politici di avere rapporti con la mafia. Nel 1976 Ciancimino abbandonò la corrente fanfaniana e formò un gruppo autonomo all'interno del consiglio comunale, avvicinandosi a Salvo Lima, che rappresentava la corrente andreottiana: Ciancimino, accompagnato dai deputati Salvo Lima, Mario D'Acquisto e Giovanni Matta, incontrò il senatore Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, dove venne stipulato il patto di collaborazione con la corrente, che sfociò nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983. In questi anni Cosa Nostra compì alcuni "omicidi politici" ed avvertimenti per proteggere gli interessi di Ciancimino: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra; nel dicembre 1980 una carica di esplosivo distrusse una parte della villa del sindaco Nello Martellucci, che si era mostrato poco disponibile con Ciancimino nel concedergli un appalto per il risanamento dei quartieri vecchi di Palermo.In occasione del congresso regionale di Agrigento della Democrazia Cristiana nel 1983, il segretario nazionale Ciriaco De Mita espresse chiaramente la necessità di allontanare Ciancimino dal partito e per questo non gli venne rinnovata la tessera.Le inchieste penali. Nel 1984 il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò al giudice Giovanni Falcone che «Ciancimino è nelle mani dei Corleonesi» e per questo venne arrestato per associazione mafiosa nello stesso anno. Ciancimino al momento dell'arresto (1984), fra due agenti in borghese. Nel 1992 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione.
Fu condannato inoltre a 3 anni e due mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d'ufficio, falsità in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva più cariche pubbliche. Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette. I magistrati che indagarono su di lui lo definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica». Nel 1993 il collaboratore di giustizia Pino Marchese dichiarò addirittura che Ciancimino era regolarmente affiliato nella Famiglia di Corleone. Un altro collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino (ex consigliere comunale e mafioso), dichiarò che nel 1981 voleva abbandonare il gruppo di Ciancimino nel consiglio comunale ma venne convocato dal boss Bernardo Provenzano, il quale gli intimò minacciosamente «di restare al suo posto». Secondo quanto ricostruito dal giornalista Gianluigi Nuzzi, nel 2009, che si è avvalso dell'archivio di monsignor Renato Dardozzi dall'Istituto per le Opere di Religione sarebbero stati manovrati dei soldi diretti a Ciancimino per conto della mafia. A tal proposito il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, affermò:« Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR »(Massimo Ciancimino. I conti correnti e le due cassette di sicurezza, allo IOR erano coperti da immunità diplomatica e in caso di perquisizione impossibile esercitare una rogatoria con lo Stato del Vaticano. I conti furono gestiti in un primo momento dal conte Romolo Vaselli, un imprenditore che negli anni 1970 controllava la raccolta dell'immondizia di Palermo. In un momento successivo, furono gestiti da prestanome, prelati compiacenti, nobili e cavalieri del Santo Sepolcro. I conti correnti servivano per pagare le famose «messe a posto» per la gestione degli appalti per la manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo affidata al conte Arturo Cassina, cavaliere del Santo Sepolcro. La gestione della manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo erano gonfiate per circa l'80 per cento del loro reale valore di mercato. Questo surplus era destinato sia alla corrente andreottiana, che in Sicilia faceva capo a Ciancimino stesso, sia un 20 per cento, alle tangenti dovute a Bernardo Provenzano e Totò Riina. I capitali venivano trasferiti a Ginevra attraverso il deputato Giovanni Matta e Roberto Parisi, al quale faceva riferimento la manutenzione dell'illuminazione di tutta la città. Ciancimino finanziava anche molti prelati, a iniziare dal cardinale Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini, con soldi elargiti sotto forma di donazioni. Attraverso questo sistema di compensazioni sulle cassette venivano gestite anche i soldi delle tessere del partito. In queste cassette passò anche una parte della famosa tangente Enimont: Vito Ciancimino incassò dal deputato Salvo Lima o dal tesoriere, come distribuzione di fondi ai partiti, circa 200 milioni delle vecchie lire. Dopo la condanna. Negli ultimi anni della sua vita, cercò di accreditare un suo ruolo di esperto di "cose di Cosa Nostra": tale ruolo produsse il sospetto che potesse essere "utilizzato" dalle cosche per avvalorare versioni di comodo. Così la Commissione antimafia, che rifiutò di riceverlo in audizione nell'autunno del 1992 malgrado lui si fosse di fatto "proposto" con l'intervista a Giampaolo Pansa a L'espresso in cui cercava di allontanare i sospetti della stagione stragista dalla mafia.
Nel 1992, nel periodo tra le stragi di Capaci e via d'Amelio, Ciancimino venne contattato dall'allora colonnello Mario Mori, fonte Wikipedia e dal capitano Giuseppe De Donno del ROS, il quale dichiarò negli anni successivi: «Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi del 1992-93». Il boss Salvatore Riina scrisse allora il suo "papello", in cui venivano elencate le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia degli attentati in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo e la revisione del Maxiprocesso, e lo fece arrivare a Mori e De Donno tramite Ciancimino. Tuttavia nel dicembre 1992 Ciancimino venne nuovamente arrestato. Vito Ciancimino morì a Roma il 19 novembre 2002. Mario Mori (Postumia Grotte, 16 maggio 1939) è un generale e prefetto italiano. È stato comandante del ROS e direttore del Sisde. Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, noto anche come capitano "Ultimo", a capo di una squadra di pochi carabinieri, grazie ad un'accurata attività investigativa, opera l’arresto di Salvatore Riina, capo indiscusso della mafia siciliana. Per tale episodio Mori e De Caprio verranno processati con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra, non per la mancata perquisizione dell’abitazione del Riina dopo il suo l'arresto come i più ritengono, ma per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa era stato sospeso. Il dibattimento si concluderà con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006. Dall’estate del 2008 fino al giugno del 2013, il prefetto Mori ha svolto attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto dell’on. Gianni Alemanno, Sindaco di Roma pro tempore. Il 24 maggio 2013 il PM di Palermo Antonino Di Matteo ha chiesto 9 anni di reclusione per il generale Mori e 6 anni per il Colonnello Mauro Obinu, riguardo al processo sul presunto favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per il mancato arresto di Bernardo Provenzano, nell'ottobre 1995.
Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro dell'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza. Il Tribunale ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dall'accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza). Immediatamente dopo la sentenza, intervistato dai numerosi giornalisti presenti, il PM Vittorio Teresi si è detto amareggiato per l'esito del processo, annunciando che la Procura proporrà appello verso una sentenza che non condivide ma che rispetta. Esponenti dell'associazione Agende Rosse, presenti in aula, hanno contestato in maniera decisa la sentenza.
La trattativa: rinviato a processo. Il 27 ottobre 2010 gli ambienti investigati hanno confermato la notizia dell'iscrizione del generale nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa.Il 24 luglio 2012 il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, firmano la richiesta del rinvio a giudizio nei confronti di Mori e di altri undici indagati, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (indagato anche per calunnia) e l'ex ministro Nicola Mancino (solo per falsa testimonianza). Il 7 marzo 2013 il GUP Piergiorgio Morosini rinvia a giudizio dieci imputati, tra i quali il generale Mario Mori.Il 24 maggio 2013 il PM di Palermo Antonino Di Matteo ha chiesto 9 anni di reclusione per il generale Mori e 6 anni per il Colonnello Mauro Obinu, riguardo al processo sul presunto favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per il mancato arresto di Bernardo Provenzano, nell'ottobre 1995. In queste storie c’azzecca pure la famiglia Graviano; è composta da quattro fratelli mafiosi, Benedetto, Filippo, Giuseppe e Nunzia. Sono i figli di Michele Graviano, assassinato nel 1982 probabilmente da Totuccio Contorno. Filippo e Giuseppe sono i componenti più famigerati della famiglia Graviano. Con "i fratelli Graviano" si fa solitamente riferimento a loro due.Sono noti tra l'altro in quanto condannati come mandanti dell'attentato a Padre Pino Puglisi. Sono inoltre ritenuti responsabili degli omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Il ruolo nella strategia stragista della mafia. Nel 1990 i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano diventarono capi del mandamento di Brancaccio-Ciaculli, sostituendo il boss Giuseppe Lucchese che era in prigione. Dopo l'arresto del boss mafioso Totò Riina, nel gennaio 1993, i boss rimanenti, tra i quali Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Francesco Tagliavia, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera si riunirono a Santa Flavia comune alle porte di Bagheria. Si mise in atto una strategia stragista contro lo Stato. Tale strategia ha comportato una serie di attentati dinamitardi nel 1993 in via dei Georgofili a Firenze, in Via Palestro a Milano, in Piazza San Giovanni in Laterano e in via San Teodoro a Roma. I Graviano, sono stati identificati come responsabili della selezione degli uomini che avrebbe effettuato gli attentati. Entrambi hanno avuto una condanna all'ergastolo. Assassinio di Padre Pino Puglisi, il prete antimafia. Giuseppe e Filippo Graviano hanno ordinato l'assassinio del sacerdote antimafia Padre Pino Puglisi il 15 settembre 1993. Puglisi è stato il parroco della parrocchia di San Gaetano nel quartiere Brancaccio di Palermo, e ha sempre reso note le proprie posizioni antimafia, sensibilizzando gli abitanti del luogo.
Uno dei sicari che hanno ucciso Puglisi, Salvatore Grigoli, ha poi confessato e rivelato le ultime parole del sacerdote: "Vi stavo aspettando". Filippo e Giuseppe Graviano sono stati arrestati il 27 gennaio 1994.Il killer Gaetano Grado autoaccusante. Nunzia Graviano, nota come 'A Picciridda' ("la piccolina"), reinvestiva le attività finanziarie della famiglia, modernizzando le attività, mentre gli altri fratelli erano in carcere. Secondo l'accusa "Lei è l'alter ego dei suoi fratelli nel loro territorio ed è in grado di gestire una vasta fortuna". Lei è tra le prime donne ad aver agito come "reggente" di una famiglia mafiosa di primo piano. Si riferisce che lei sia la mente dietro la strategia finanziaria dei fratelli Graviano, segue la Borsa di Milano, ed è stata un avida lettrice del quotidiano finanziario Il Sole 24 Ore. Gran parte della ricchezza dei Graviano è stata investita in aziende blue chip quotate. Era anche coinvolta nel riciclaggio di una parte del denaro all'estero attraverso una società di consulenza finanziaria in Lussemburgo. Nunzia Graviano è stata arrestata nel luglio 1999 a Nizza (Francia) Benedetto Graviano (Palermo, 15 luglio 1958) è un criminale italiano, capo mafioso al quartiere Brancaccio di Palermo negli anni novanta. È il più vecchio dei fratelli Graviano. Ha scontato cinque anni di carcere per mafia. Viene arrestato poi nel luglio 2004 per traffico di cocaina. Dopo il suo rilascio per insufficienza di prove, è stato nuovamente arrestato nel febbraio 2005. Benedetto, aveva ripreso il comando della zona di Brancaccio, dopo l'arresto del reggente Giuseppe Guttadauro. La famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, avrebbe voluto estendere i propri confini a quella zona, ma i boss di Cosa Nostra, trovarono un accordo e lasciarono che Bernardo Provenzano decidesse la nomina, che andò a Benedetto Graviano. Pare, comunque, che non fosse ritenuto "tanto sveglio" da Totò Riina.Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro dell'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza. Il Tribunale, ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dall'accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza). Immediatamente dopo la sentenza, intervistato dai numerosi giornalisti presenti, il PM Vittorio Teresi si è detto amareggiato per l'esito del processo, annunciando che la Procura proporrà appello verso una sentenza che non condivide ma che rispetta. Esponenti dell'associazione Agende Rosse, presenti in aula, hanno contestato in maniera decisa la sentenza.La trattativa: rinviato a processo. Il 27 ottobre 2010 gli ambienti investigati hanno confermato la notizia dell'iscrizione del generale nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa.
Il 24 luglio 2012 il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, firmano la richiesta del rinvio a giudizio nei confronti di Mori e di altri undici indagati, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (indagato anche per calunnia) e l'ex ministro Nicola Mancino (solo per falsa testimonianza).Il 7 marzo 2013 il GUP Piergiorgio Morosini rinvia a giudizio dieci imputati, tra i quali il generale Mario Mori. Quanti poteri. I mille volti del potere, del denaro…pecunia non olet…Potere economico, potere finanziario, potere militare, potere medico, potere mediatico, potere mafioso, potere massone, potere teocratico, potere politico, potere culturale, potere teologico, potere esoterico-qabbalah, potere del gregge, potere dell’intelligenza collettiva, potere trasversale… Imperare, imporre, comandare, disporre…Divide et impera…cumannari, beddha matri iè meghhiu ru f… Una domanda ci sembra lecita, dulcis in fundo, ma i tanti (troppi) segnali di fumo di Totò Riina: che cosa vogliono dire? E soprattutto: a chi sono indirizzati? Siamo persuasi e convinti, che il capomafia del clan dei Corleonesi, non sia un mitomane, megalomane esibizionista o peggio visionario. Anzi. Viaggia per i novanta e, sebbene al regime del 41 bis, è sempre lì, sulla breccia, lucido, arzillo, vispo e granitico. Con la dignità del mammasantissima, temuto, riverito, rispettato, ossequiato, conclamato e riconosciuto. E, nonostante gli acciacchi senili ed il cuore matto, l’ultimo dei mohicani di Cosa Nostra, fa ancora parlare di sé. Tuttavia, le confessioni di un ottuagenario, rilasciate ad un presunto “badante” se non il “turista” Alberto Lorusso, che non ha certo il carisma di un boss della Sacra Corona Unita, durante l’ora d’aria, non convincono proprio nessuno. Le mura del ‘collegio’, pullulano di ‘cimici, pulci e lucciole’. Figurarsi se un marpione come Riina, rilasci confessioni ‘a zero lire’. Ma non è, nemmeno una vendetta. Il corleonese, sa bene che a quell’amo non abbocchi nessun investigatore degno di questo nome. "La nostra Chiesa è orgogliosa e riconoscente di poter annoverare tra i suoi sacerdoti e figli don Luigi Ciotti e lo sosterrà in ogni modo nel suo importante e indefesso impegno di testimone del Vangelo che difende e accompagna nel nome di Cristo chiunque è soggetto a ingiustizie di ogni genere". Così l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, ha espresso il sostegno a don Ciotti per "le minacce gravi ed inquietanti" rivolte da Totò Riina al fondatore del Gruppo Abele e di Libera.
Domenico Salvatore
MA LA CHIESA È L’ULTIMO BALUARDO CONTRO LO STRAPOTERE DELLA MAFIA?...“BEDDHA MATRI MARIA SANTISSIMA E CU FUSSI STU DON CIOTTU!?!?!?MACARI PUTISSIMU PURU AMMAZZARILU!”
Domenico Salvatore
Lotta alla mafia e difesa della libertà e della democrazia, i mille volti del potere, sempre in conflitto d’interessi per la conquista della leadership. In principio, furono i famigerati, tre cavalieri spagnoli: Osso, Mastrosso e Scarcagnosso Da un volume, edito dalla casa editrice Rubettino, con prefazione di Nino Buttitta, intitolato “Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, illustrato dalle tavole di Enzo Patti ed il cui testo è opera di Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di mafie, di Vincenzo Macrì, viceprocuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia e di Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia,…”Tre fratelli appartenevano ad un’associazione cavalleresca, denominata la Garduna e fondata nella stessa Toledo nel 1412: in essa operavano e per la stessa agivano secondo consuetudini e riti collaudati e da tutti accettati. Fino a quando decisero di vendicare con un atto di sangue l’onore violato della sorella, uccidendo colui che aveva arrecato un tale disonore alla loro famiglia. Loro si chiamavano Osso, Mastrosso e Carcagnosso ed a causa dell’azione di vendetta, per pagare il loro debito con la giustizia, furono condannati ed incarcerati nella lontana isola di Favignana, all’epoca territorio spagnolo, all’interno di un fortificato carcere aragonese, del quale oggi sembra siano state ritrovate alcune celle adibite a luogo di tortura. Nella piccola isola dell’arcipelago delle Egadi, i tre rimasero prigionieri per quasi trent’anni, esattamente per il singolare periodo di ventinove anni, undici mesi e ventinove giorni, per poi venir fuori dalle viscere penitenziarie spagnole agli albori del trentesimo anno. Ma nei tre protagonisti, durante questo lungo periodo, qualcosa inesorabilmente era cambiato. I tre cavalieri interpreti di questa leggenda uscirono dal carcere nella veste di uomini nuovi, depositari di saperi, riti, usanze e simboli tra loro diversi ma tutti legati da un unico filo conduttore : l’onore e l’omertà. La leggenda si conclude con la loro separazione, che vide Osso rimanere in Sicilia, e qui gettare le basi di Cosa Nostra, Mastrosso varcare lo stretto e fondare la ‘ndrangheta in Calabria ed infine Carcagnosso spingersi fino alle terre dell’antica “Campania felix”, dove edifica l’impalcatura camorristica.”. Secondo altri studiosi del fenomeno mafioso, Scarcagnosso, avrebbe fondato in Calabria la ‘Famiglia Montalbano’ o ‘Picciotteria’ ”. Il tourbillon…Mafia, Totò Riina, don Pino Puglisi, generale Francesco Delfino, Balduccio di Maggio, fratelli Graviano, Brancaccio, Giulio Andreotti, DDA, Legge Rognoni-Latorre Giancarlo Caselli ( Dal 1986 al 1990 è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dal 30 luglio 1999 è Direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dal marzo 2001 è il rappresentante italiano a Bruxelles nell'organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Dopo aver ricoperto il ruolo di Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino, viene nominato Procuratore Capo della Repubblica di Torino con voto unanime del Consiglio Superiore della Magistratura il 30 aprile 2008 Nel 1991 è stato nominato magistrato di Cassazione ed è divenuto Presidente della Prima Sezione della Corte di Assise di Torino. Il governo Berlusconi III, essendo probabile nel 2005 la nomina di Caselli a procuratore nazionale antimafia, presentò un emendamento per mezzo del senatore Luigi Bobbio (del partito Alleanza Nazionale) alla legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario (la cosiddetta "Riforma Castelli").
Grazie a tale emendamento, Caselli non poté più essere nominato per quel ruolo per superamento del limite di età. La Corte Costituzionale, successivamente alla nomina di Piero Grasso quale nuovo Procuratore nazionale antimafia, dichiarò incostituzionale il provvedimento che aveva escluso il giudice Gian Carlo Caselli dal concorso), La DIA è stata istituita con legge 30 dicembre 1991 n. 410, L'Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa (a cui ci si riferisce più spesso come Alto Commissariato per la lotta alla mafia) era il vertice di un ufficio (l'Altro Commissariato) istituito su delega del Ministro dell'interno, al fine di garantire un più efficace contrasto alla mafia, in particolare a cosa nostra. La decisione di istituire tale figura fu presa in seguito alla Strage di via Carini, avvenuta 3 giorni prima a Palermo, in cui erano stati uccisi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie ed un agente di scorta. Venne istituito con il decreto legge 6 settembre 1982 n. 629 - convertito nella legge 726 del 12 ottobre 1982 - emanato durante il Governo Spadolini II. Dal 15 gennaio 1993 fino al 1999 è stato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Nino Di Matteo, Vito Ciancimino, Bernardo Provenzano, Mario Mori … ‘Galeotte, furono le intercettazioni, il sequestro e la confisca dei beni mobili ed immobili ai mafiosi conclamati e condannati, il 41 bis e chi le scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante’. Il quotidiano ‘La Repubblica’, racconta che a mettere in allarme gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Palermo siano state le parole pronunciate da Riina: “Ciotti, Ciotti, putissimo pure ammazzarlo”, possiamo pure ammazzarlo. La ragione alla base delle minacce, secondo gli investigatori è proprio l’attività di Libera, perché nella stessa conversazione l’uomo ha detto al suo co-detenuto di essere “preoccupato. Sai, con tutti questi sequestri di beni…”.pesanti intimidazioni al pm Antonino Di Matteo, pubblica accusa nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. La Dia ha ascoltato in diretta le parole del boss, ed entro poche ore ha fatto rinforzare le misure di sicurezza intorno a Don Ciotti. Il prete non è stato informato del contenuto dell’intercettazione, ma secondo quanto riferisce una sua collaboratrice “strani messaggi sono arrivati a lui e a Libera” e la sua scorta è stata affidata a due poliziotti. Nei giorni scorsi, altre intercettazioni hanno rivelato il contenuto di conversazioni in cui Riina racconta del “pizzo” consegnato da Berlusconi ogni mese nell’ambito di un patto con cosa Nostra per ottenere favori. “La mafia è stata individuata dal legislatore come fenomeno criminale distinto rispetto alla comune delinquenza organizzata soltanto a partire dal 1982, anno di introduzione del reato di associazione mafiosa previsto dall'art. 416-bis c.p. Tale norma, per stessa ammissione di alcuni organi istituzionali, "riscatta l'indifferenza e l'agnosticismo che per troppo tempo vi è stato nel nostro ordinamento di fronte al fenomeno mafioso". La storiografia esistente in materia di mafia, infatti, fa risalire la sua comparsa ufficiale nel tessuto culturale siciliano già prima della metà dell'ottocento.
Il procuratore generale di Trapani Pietro Ulloa, in un rapporto inviato al Ministero di Giustizia di Napoli nel 1838, segnalava già la presenza di organizzazioni segrete, anche se ancora non si parlava di gruppi mafiosi bensì di "unioni o fratellanze, specie di sette" La diffusione e lo sviluppo della mafia venne favorita dal processo di annessione della regione al Regno d'Italia. Le analisi storiche che hanno cercato di capire l'origine del comportamento mafioso concordano nell'attribuire un ruolo primario alla tradizionale ostilità con cui i siciliani guardavano alle norme e alle regole statali. Come tutte le occupazioni precedenti, anche l'unificazione con lo stato sabaudo venne considerata alla stregua dell'invasione da parte di una potenza straniera. In questo clima di diffidenza si svilupparono le prime associazioni tipicamente mafiose, intese come gruppi di persone che facevano ricorso a mezzi privati di risoluzione delle controversie. All'interno di questi gruppi si distinse la posizione di superiorità di alcuni individui, il cui potere veniva consolidato grazie al sostegno che ricevevano dalle comunità che vedevano le loro attività mirate a soddisfare i bisogni di tutti. Le regole morali su cui si reggevano questi gruppi favorirono senza dubbio il diffondersi di rapporti basati su favoritismi, clientele e protezioni che erano gestiti da cosiddetti "uomini di rispetto", le cui rete di relazioni si allargavano fino a raggiungere i detentori del potere istituzionale. Il termine "delitto di mafia" apparve per la prima volta nel linguaggio burocratico intorno al 1865, e con esso si intendeva espressamente il delitto che fosse commesso dal complice o dal mandante. Da sinonimo di delitto, la parola "mafia" passò successivamente ad indicare il nome di un'organizzazione di cui si denunciava la pericolosità pur non conoscendone ancora i connotati e le finalità. In particolare, questo avvenne quando l'opinione pubblica venne interessata dai dibattiti parlamentari sui provvedimenti straordinari proposti dal governo piemontese per ripristinare la sicurezza pubblica in Sicilia .Le inchieste di Franchetti e Sonnino del 1875 si occuparono di mafia sottolineandone, però, la contiguità con il sistema politico. Essi parlavano, infatti, di una "industria della violenza" praticata prevalentemente dai "facinorosi della classe media" che erano diventati "una classe con industria ed interessi suoi propri, una forza sociale di per sé stante", la cui sussistenza e il cui sviluppo andavano ricercati "nella classe dominante". La mafia, fonte www.altrodiritto.unifi.it, che già reggeva sulle sue spalle il governo economico dell'agricoltura siciliana, ricevette la piena legittimazione quando i suoi rappresentanti divennero anche i capi ufficiali delle istituzioni pubbliche locali come i Comuni e le Province, grazie al tentativo effettuato dal Governo di guadagnare il favore della borghesia. Il rapporto di reciprocità che legava l'uomo di prestigio alla mafia faceva sì che fosse quest'ultima a decidere gli equilibri della regione, detenendo di fatto il monopolio dell'ordine pubblico e della coercizione fisica…”. Non staremo qui a chiederci “perché” l’ex capo della Cupola palermitana Totò Riina (Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo). Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo, che riuscì in diverse circostanze a liberarsi del triumvirato a capo della Commissione formato da Luciano Leggio-Tano Badalamenti e Stefano Bontate.
In seguito la Commisssione fu formata dai capimandamento, monopolizzati da Riina.. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio al generale dei carabinieri Francesco Delfino, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra che lo aveva condannato a morte), ristretto in un carcere di massima sicurezza, con il regime del famigerato 41 bis ( ma per ben 63 anni ha potuto “giostrare”a suo piacimento; negli ultimi anni, prima dell’arresto con il grado di ‘capo dei capi’ di Cosa Nostra), da quando è stato ammanettato, ‘strepiti’ tanto o si lasci andare al frastuono, fragore e schiamazzi, ad ogni stormir di fronda.Fu pure intervistato dal caposervizi della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, nelle more del processo per l’assassinio del procuratore generale (sostituto) della Corte di Cassazione, Nino Scopelliti, che aveva raccolto le minacce mafiose nei confronti del procuratore capo della Repubblica di Palermo, Giancarlo Caselli, che lo fece arrestare. Il CSM scagliò i suoi strali contro il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria f.f. Salvatore Boemi. Quest’esercizio-sport lo lasciamo ai saccenti ed ai saputelli di cose di mafia.Don Luigi Ciotti, in una nota dopo aver appreso da “La Repubblica” delle minacce di Totò Riina nei suoi confronti, dice."Le minacce di Toto' Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent'anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza. Solo un 'noi' - non mi stancherò di dirlo - puo' opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilita', per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli e' impossibile. Le mafie, sanno fiutare il pericolo - prosegue il fondatore di Libera - Sentono che l'insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunita' che rialzano la testa e non accettano piu' il fatalismo, la sottomissione, il silenzio. Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verita', ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell'onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche. La politica deve pero' sostenere di piu' questo cammino. La mafia non e' solo un fatto criminale, ma l'effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune - sottolinea il fondatore di Libera -. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi.
Ad esempio, fonte ‘La Repubblica’, sulla confisca dei beni, che e' un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un piu' in quelli della cultura, del lavoro, della dignita' che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie. Lo stesso vale per la corruzione, che e' l'incubatrice delle mafie. C'e' una mentalità, che dobbiamo sradicare, quella della mafiosita', dei patti sottobanco, dall'intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno manforte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un'azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c'e', eccome: è la società, siamo tutti noi. Per me l'impegno contro la mafia e' da sempre un atto di fedelta' al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una 'fame e sete di giustizia' che va vissuta a partire da qui, da questo mondo.Riguardo don Puglisi - che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perche' sono un uomo piccolo e fragile - un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlo' di 'sacerdoti che interferiscono'. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che 'interferisce', che non smette di ritornare - perche' e' li' che si rinnova la speranza - al Vangelo, alla sua essenzialita' spirituale e alla sua intransigenza etica. Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, e' mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione. Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perche', come ha scritto il Papa Francesco: 'Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo'. Al presidente di Libera arriva la solidarietà di Rosi Bindi: "A don Luigi la mia affettuosa vicinanza e il pieno sostegno della commissione parlamentare antimafia. Le minacce di Riina intercettate nel carcere di Opera lo scorso anno vanno prese sul serio, soprattutto per l'inquietante accostamento al martirio di don Pino Puglisi. A don Ciotti va assicurata tutta la protezione e il sostegno necessari, molti mesi sono passati da quando i magistrati hanno esaminato le intercettazioni e si deve capire che tipo di messaggio vuole inviare il capo di Cosa Nostra mentre inveisce contro un sacerdote cosi' esposto sul fronte della lotta alla mafia. Don Ciotti non è solo e non resterà solo nella battaglia contro i poteri mafiosi. So che le raccapriccianti parole di Riina non faranno arretrare il suo appassionato servizio cristiano per la giustizia e la promozione della dignita' umana e da oggi saremo al suo fianco con piu' determinazione
L'impegno che insieme a tanti con Libera da anni profonde per promuovere la cultura della legalita', la memoria delle vittime innocenti e lo sviluppo solidale nelle terre confiscate alle mafie sono ormai punto di riferimento della coscienza civile del paese. La scomunica di Papa Francesco ha tracciato una linea invalicabile tra la Chiesa e le mafie che da' a tutti, credenti e non credenti, piu' forza e coraggio nel combattere la cultura dell'omertà e della sopraffazione. Ma non possiamo abbassare la guardia, c'e' una mafia silente che moltiplica affari e profitti e penetra in ogni settore della vita del paese approfittando della crisi economica". Il termine "chiesa" ricorre solo tre volte nei vangeli, e precisamente nel Vangelo secondo Matteo. In primo luogo quando Gesù, nei dintorni di Cesarea di Filippo, rivolto all'apostolo Pietro che aveva dichiarato la sua fede in Lui: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", dice: "E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere" (Mt 16,18).In secondo luogo in Matteo 18,17 quando Gesù fornisce ai suoi discepoli istruzioni su come debbano essere trattati casi difficili nei rapporti fra i cristiani: "...se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano".In questi testi è Gesù stesso, quindi, che definisce la chiesa come la comunità di coloro che confessano la loro fede in Lui come il Messia promesso e il Figlio di Dio. È simile a quella di Tommaso: "Signor mio e Dio mio!" (Giovanni 20,28). Questa fede è dono di Dio: "non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli" (Matteo 16,17). La chiesa, quindi, è una comunità di persone che nasce e vive per sovrana iniziativa di Dio.Le fondamenta (la pietra fondamentale) che sta alla base della chiesa è la confessione di fede di Pietro e degli altri Suoi discepoli ed apostoli. È la chiesa come comunità messianica il "resto messianico" del popolo di Israele. Probabilmente per "chiesa" Gesù qui potrebbe così aver usato originalmente il termine aramaico Kenistà. È una comunità impostata allo stile di vita di Gesù, cioè di grazia e perdono, ma che non esita a escludervi chi ostinatamente rifiuta di conformarvisi (Matteo 18,15-20). Don Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 10 settembre 1945) è un presbitero italiano, molto attivo nel sociale, ispiratore e fondatore dapprima del Gruppo Abele, come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, quindi dell'Associazione Libera contro i soprusi delle mafie in tutta Italia. Luigi Ciotti nasce il 10 settembre 1945 a Pieve di Cadore (Belluno) e si stabilisce con la famiglia a Torino nel 1950. Nel 1965, insieme ad alcuni amici, promuove un gruppo di impegno giovanile che prenderà in seguito il nome di Gruppo Abele. Fra le sue prime attività, un progetto educativo negli istituti di pena minorili e la nascita di alcune comunità per adolescenti alternative al carcere. Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli (TO), nel novembre del 1972 Luigi Ciotti viene ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, che come parrocchia gli affida la strada, luogo – specifica – non di insegnamento ma di apprendimento e incontro con le domande e i bisogni più profondi della gente. Proprio sulla strada, nel 1973, il Gruppo inaugura il “Centro Droga”, un luogo di accoglienza e ascolto per i primi giovani con problemi di tossicodipendenza. È un’esperienza allora unica in Italia, cui seguirà l’apertura di alcune comunità. In quegli stessi anni, all’accoglienza delle persone in difficoltà l’Associazione comincia ad affiancare l’impegno culturale – con un centro studi, una casa editrice e l’“Università della strada” – e, in senso lato, “politico” – con mobilitazioni come quella che nel 1975 porta alla prima legge italiana non repressiva sull’uso di droghe, la 685 – per costruire diritti e giustizia sociale.
Il Gruppo Abele, fonte Wikipedia, non si occupa solo di droga, ma sviluppa proposte per affrontare il disagio sociale nel modo più ampio possibile. Dai servizi a bassa soglia alle comunità, dagli spazi di ascolto all’attenzione per le varie forme di dipendenza – nuove droghe, alcool, gioco d’azzardo, “consumi” in senso lato – dall’aiuto alle vittime di tratta e alle donne prostituite – con l’unità di strada, il numero verde, il supporto legale – alle iniziative per l’integrazione delle persone migranti, come l’“educativa di strada” per gli adolescenti stranieri. E ancora attività di ricerca, una biblioteca, riviste tematiche, e percorsi educativi rivolti a giovani, operatori sociali e famiglie; come pure l’attività di mediazione dei conflitti e sostegno alle vittime di reato. Infine, un consorzio di cooperative sociali per dare lavoro a persone con percorsi difficili, eredità delle botteghe e dei laboratori professionali aperti già negli anni settanta. A partire dal 1979 il Gruppo si apre anche alla cooperazione internazionale, con un primo progetto in Vietnam, cui ne seguiranno altri in Sud America e Costa d’Avorio, quest’ultimo tuttora in corso. Convinto che solo il “noi” possa essere protagonista di un vero cambiamento sociale, nel 1982 don Ciotti contribuisce alla nascita del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (CNCA), presiedendolo per dieci anni, e nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega italiana per la lotta contro l'AIDS (LILA) per la difesa dei diritti delle persone sieropositive, della quale pure sarà presidente. Negli anni novanta l’impegno di don Ciotti si allarga al contrasto alla criminalità organizzata. Dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio dell’estate del 1992, fonda il mensile Narcomafie – di cui sarà a lungo direttore – e nel 1995 il coordinamento di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, oggi punto di riferimento per oltre 1.600 realtà nazionali e internazionali (fra cui diverse sigle del mondo dell’associazionismo, della scuola, della cooperazione e del sindacato). Nel 1996 Libera promuove la raccolta di oltre un milione di firme per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, e nel 2010 una seconda grande campagna nazionale contro la corruzione. Obiettivo di Libera è alimentare quel cambiamento etico, sociale, culturale necessario per spezzare alla radice i fenomeni mafiosi e ogni forma d’ingiustizia, illegalità e malaffare. A questo servono i percorsi educativi in collaborazione con 4.500 scuole e numerose facoltà universitarie; le cooperative sociali sui beni confiscati con i loro prodotti dal gusto di legalità e responsabilità; il sostegno concreto ai familiari delle vittime e la mobilitazione annuale del 21 marzo, “Giornata della memoria e dell’impegno”; l’investimento sulla ricerca e l’informazione, attraverso l’Osservatorio “LiberaInformazione”; l’attenzione alla dimensione internazionale, con la rete di Flare – freedom, legality and rights in Europe.Nel gennaio 2013 le associazioni che presiede (Libera e Gruppo Abele) avviano la campagna online di Riparte il futuro, che ha permesso la modifica dell’articolo 416 ter del codice penale in tema di voto di scambio politico - mafioso il 16 aprile 2014.Riconoscimenti e collaborazioni.
Don Ciotti è stato più volte membro del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale della Diocesi di Torino. Nei primi anni 1980 è docente presso la Scuola superiore di polizia del ministero dell’Interno. Giornalista pubblicista dal 1988, collabora con vari quotidiani e periodici. Nel marzo 1991 è nominato Garante alla Conferenza mondiale sull’AIDS di Firenze, e nel marzo 1995 presiede la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione del danno in materia di droga. Negli anni è invitato a tenere conferenze sul tema delle dipendenze in vari Paesi (Gran Bretagna, USA, Giappone, Svizzera, Spagna, Grecia, ex Jugoslavia). In tempi più recenti, è chiamato a parlare due volte in Messico, la prima dalla Commissione sociale della Chiesa, la seconda dalla Conferenza episcopale. Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria. Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana— 27 dicembre 1996. Il 1º luglio 1998 riceve a Bologna la laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione, su proposta del consiglio della facoltà di Scienze della Formazione. Il 15 giugno 2006 riceve dall’Università degli Studi di Foggia la laurea honoris causa in Giurisprudenza.È inoltre cittadino onorario di numerose città in tutta Italia. Nel 2012 ha ricevuto il Premio Nazionale Nonviolenza conferito dall'Associazione Cultura della Pace «per la sua indefessa opera nei confronti dei più emarginati, degli ultimi della società, per il recupero degli esclusi e per il lavoro di coscientizzazione della società nei confronti del fenomeno mafioso e dei suoi meccanismi, che portano alla costruzione di modalità conniventi e conservative di equilibri non trasparenti, rendendo le comunità civili e sociali, assuefatte alla mancanza di una cultura di legalità, democratica, solidale e pacifica. Seguendo l’esempio di Danilo Dolci, ha realizzato e aiutato a realizzare, attraverso metodologie nonviolente, azioni atte al riscatto sociale ed al raggiungimento della piena emancipazione politica, culturale ed economica”. Papa Francesco, ricorda Pino Puglisi il 26 maggio 2013…Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto “Don Giuseppe Puglisi, meglio conosciuto come padre Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993), è stato un presbitero italiano, ucciso da Cosa nostra il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il 25 maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti ad una folla di circa centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall'arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. È il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia. Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta). A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano, da cui uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini; durante quegli anni diventa amico di Carlo Pelliccetti e Davide Denensi, che gli stanno vicino e lo aiutano fino al giorno in cui Davide Denensi si trasferisce in Svizzera.Attività sacerdotale.
Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1963 è nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.Il 1º ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano, un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978. Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione cattolica, e la Fuci.Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella: qui inizia la lotta antimafia di padre Giuseppe Puglisi.Egli non tenta di portare sulla giusta via coloro che sono già entrati nel vortice della mafia, ma cerca di non farvi entrare i bambini che vivono per strada e che considerano i mafiosi degli idoli, persone che si fanno rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, fa capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolge spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa, e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell'ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno. Nel 1992 venne nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugurò a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione. Insegnamento scolastico. Don Pino ebbe sempre una grande passione educativa, che lo portò ad assumere incarichi di docenza in molte scuole siciliane. Il suo impegno come insegnante si protrasse per oltre trent’anni, fino al giorno della morte. Le principali tappe di questo percorso iniziarono all'istituto professionale Einaudi (1962-63 e 1964-66). Successivamente insegnò nei seguenti istituti: scuola media Archimede (1963-64 e 1966-72), scuola media di Villafrati (1970-75) e sezione staccata di Godrano (1975-77), istituto magistrale Santa Macrina (1976-79) e infine liceo classico Vittorio Emanuele II (1978-93).L'assassinio.
Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno, venne ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa intorno alle 22,45 nella zona est di Palermo, in piazza Anita Garibaldi. Sulla base delle ricostruzioni, don Pino Puglisi era a bordo della sua Fiat Uno di colore bianco e, sceso dall'automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno lo chiamò, lui si voltò mentre qualcun altro gli scivolò alle spalle e gli esplose uno o più colpi alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre 1993. Il 2 giugno 2003 qualcuno murò il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino alla porta. Le indagini e i processi. Il 19 giugno 1997 venne arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di Don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli cominciò a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembrò intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso raccontò le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano venne condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, venne condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Furono condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. Sulla sua tomba, nel cimitero di Sant'Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).Memoria e causa di beatificazione. Don Giuseppe Puglisi è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi. I Gang gli dedicano la canzone "Il testimone", contenuta nell'album Fuori dal controllo. Il 15 settembre 1999, l'allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi, aprì ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio. Il 15 settembre 2003, per la commemorazione del X anniversario del martirio di Padre Pino Puglisi, le poste italiane hanno concesso due annulli speciali all'ufficio postale di Godrano e all'ufficio postale Palermo 48. Quest'ultimo porta il ricordo del centro Padre Nostro, mentre quello godranese riporta la frase "Si, ma verso dove?", motto preferito da padre Pino. A don Pino sono intitolate diverse scuole, una delle quali a Palermo, e il premio letterario "Ricordare Padre Pino Puglisi" istituito nel 2011 dal Centro Padre Nostro fondato da don Pino Puglisi il 16 luglio 1991.Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un'udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei.
Il 15 settembre dello stesso anno, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha reso nota la data della cerimonia di beatificazione di don Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013.La notizia è stata data al termine della celebrazione eucaristica in occasione del XIX anniversario del martirio; durante la stessa è stata conferita l’ordinazione sacerdotale a quattro nuovi presbiteri della diocesi, ai quali l'arcivescovo ha rivolto l’invito a guardare a padre Puglisi come modello di vita sacerdotale, sottolineando che ricevevano il sacramento dell’ordine sacro proprio nell'anniversario del suo martirio. Nel successivo mese di ottobre, lo stesso prelato ha firmato il decreto che autorizza la traslazione del corpo di don Pino Puglisi dal cimitero monumentale di Sant'Orsola alla cattedrale di Palermo.La traslazione è avvenuta il 15 aprile 2013, dopo la ricognizione canonica della salma effettuata alla presenza del vescovo ausiliare di Palermo Mons. Carmelo Cuttitta, durante la quale è stata prelevata parte di una costola, poi usata e venerata come reliquia durante il rito di beatificazione. Le spoglie sono state collocate ai piedi dell'altare nella cappella dell'Immacolata Concezione, in un monumento funebre che ricorda una spiga di grano (questo temporaneamente, perché proprio sui terreni di Brancaccio confiscati alla mafia è in costruzione un santuario dove la salma sarà collocata definitivamente). Il significato di tale monumento è tratto dal Vangelo: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv, 12,24). La Chiesa ne ricorda la memoria il 21 ottobre. Ci vengono in mente le Beatitudini. Le Beatitudini (dal latino beatitudo) sono il nome dato ad una parte molto conosciuta del Discorso della Montagna di Gesù e riportate dal Vangelo secondo Matteo al capitolo V e dal Vangelo secondo Luca al capitolo VI. Nel Vangelo di Matteo In questo vangelo vengono enunciate nove beatitudini e sono considerate dai credenti un modello per vivere secondo gli insegnamenti di Gesù. Le Beatitudini descrivono, infatti, le caratteristiche di coloro che sono considerati benedetti da Dio: i poveri, gli umili, i miti, i perseguitati, ecc. Coloro che spesso agli occhi del mondo sono considerati i più sfortunati, i più infelici, invece nella prospettiva del Regno dei cieli sono i Beati, sono cioè coloro che abiteranno il Regno di Dio.Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio .Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,3-12).
Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo.Senatore a vita dal 1991, è stato il 16º, 19º e 28º presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo:sette volte presidente del Consiglio tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro;otto volte ministro della Difesa;cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni Statali;due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie. Dal 1945 al 2013 è sempre stato presente nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato presidente della Casa di Dante in Roma.A cavallo tra XX e XXI secolo subì un processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto con formula piena da tutte le accuse dal Tribunale di Palermo, venne poi assolto il 2 maggio 2003 anche dalla Corte d'Appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, mentre per quelli anteriori la Corte non si pronunciò nel merito e dichiarò il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. La Cassazione, infine, confermò la sentenza di appello.
Vito Alfio Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924 – Roma, 19 novembre 2002) è stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e, secondo documenti resi pubblici dal figlio Massimo, affiliato di Gladio.Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò geometra nel 1943. Nel 1950 si trasferì a Palermo per frequentare la facoltà di ingegneria ma non conseguì mai la laurea. Per un breve periodo soggiornò a Roma, dove lavorò presso la segreteria del deputato Bernardo Mattarella (allora sottosegretario al Ministero dei Trasporti). A Palermo divenne socio di un'impresa edile ed ottenne un appalto per il "trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli" grazie alla raccomandazione del deputato Mattarella. Nel 1953 Ciancimino venne eletto nel comitato provinciale della Democrazia Cristiana e l'anno successivo divenne commissario comunale. Nel 1956 Ciancimino venne eletto consigliere comunale a Palermo e divenne un sostenitore di Giovanni Gioia, aderendo alla corrente politica di Amintore Fanfani. Per queste ragioni, fonte Wikipedia, divenne assessore dell'Azienda municipalizzata e nel luglio 1959 divenne assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lima. Durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore, delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia; l'assessorato di Ciancimino apportò numerose modifiche al piano regolatore di Palermo che permisero alla ditta di Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili mentre il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) ottenne in soli otto giorni licenze edilizie per numerosi edifici. In questi anni Ciancimino entrò in rapporti con tre società edilizie e finanziarie: la SIR, la SICILCASA SpA e la ISEP, di cui faceva parte la moglie di Ciancimino, Epifania Silvia Scardino, insieme ai mafiosi Antonino Sorci (capo della cosca di Villagrazia) e Angelo Di Carlo (cugino del boss Michele Navarra e socio di Luciano Liggio).Nel 1963 Ciancimino venne denunciato dall'avvocato Lorenzo Pecoraro, amministratore di un'impresa edile a cui fu negata una licenza edilizia mentre alla società "SICILCASA SpA" era stato concesso il permesso di costruire in un terreno contiguo malgrado il progetto violasse in più punti le clausole del piano regolatore; fu fatto sapere a Pecoraro che poteva avere la licenza soltanto se versava una tangente nelle casse della "SICILCASA SpA", di cui Ciancimino era socio occulto e da cui acquistò anche due appartamenti. Qualche tempo dopo l'avvocato Pecoraro ritirò tutte le accuse e dichiarò che Ciancimino era sempre stato un uomo «esemplare per correttezza ed onestà». Ma nonostante ciò, nel giugno 1965 il caso Pecoraro fu riaperto e Ciancimino finì sotto processo, venendo però assolto nel 1966.
Ai vertici dell'amministrazione comunale. Ciancimino durante una seduta del consiglio comunale di Palermo. Nel 1964 Ciancimino concluse il mandato di assessore ai lavori pubblici e rimase consigliere comunale. Nel 1966 fu nominato capogruppo della Democrazia cristiana nel consiglio comunale di Palermo e tenne questo incarico fino al 1970, venendo anche nominato responsabile degli enti locali della sezione provinciale della Democrazia Cristiana nel 1969.Nell'ottobre 1970 Ciancimino fu eletto sindaco di Palermo ma nel dicembre successivo fu costretto a dimettersi a causa delle proteste dell’opposizione e delle inchieste della Commissione Parlamentare Antimafia che lo riguardavano; tuttavia Ciancimino rimase in carica fino all'aprile 1971, quando venne eletto il nuovo sindaco Giacomo Marchello. Infatti nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia, redatta anche dai deputati Pio La Torre e Cesare Terranova, ed altri atti prodotti dalla stessa Commissione accusarono duramente Ciancimino ed altri uomini politici di avere rapporti con la mafia. Nel 1976 Ciancimino abbandonò la corrente fanfaniana e formò un gruppo autonomo all'interno del consiglio comunale, avvicinandosi a Salvo Lima, che rappresentava la corrente andreottiana: Ciancimino, accompagnato dai deputati Salvo Lima, Mario D'Acquisto e Giovanni Matta, incontrò il senatore Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, dove venne stipulato il patto di collaborazione con la corrente, che sfociò nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983. In questi anni Cosa Nostra compì alcuni "omicidi politici" ed avvertimenti per proteggere gli interessi di Ciancimino: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra; nel dicembre 1980 una carica di esplosivo distrusse una parte della villa del sindaco Nello Martellucci, che si era mostrato poco disponibile con Ciancimino nel concedergli un appalto per il risanamento dei quartieri vecchi di Palermo.In occasione del congresso regionale di Agrigento della Democrazia Cristiana nel 1983, il segretario nazionale Ciriaco De Mita espresse chiaramente la necessità di allontanare Ciancimino dal partito e per questo non gli venne rinnovata la tessera.Le inchieste penali. Nel 1984 il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò al giudice Giovanni Falcone che «Ciancimino è nelle mani dei Corleonesi» e per questo venne arrestato per associazione mafiosa nello stesso anno. Ciancimino al momento dell'arresto (1984), fra due agenti in borghese. Nel 1992 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione.
Fu condannato inoltre a 3 anni e due mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d'ufficio, falsità in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva più cariche pubbliche. Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette. I magistrati che indagarono su di lui lo definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica». Nel 1993 il collaboratore di giustizia Pino Marchese dichiarò addirittura che Ciancimino era regolarmente affiliato nella Famiglia di Corleone. Un altro collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino (ex consigliere comunale e mafioso), dichiarò che nel 1981 voleva abbandonare il gruppo di Ciancimino nel consiglio comunale ma venne convocato dal boss Bernardo Provenzano, il quale gli intimò minacciosamente «di restare al suo posto». Secondo quanto ricostruito dal giornalista Gianluigi Nuzzi, nel 2009, che si è avvalso dell'archivio di monsignor Renato Dardozzi dall'Istituto per le Opere di Religione sarebbero stati manovrati dei soldi diretti a Ciancimino per conto della mafia. A tal proposito il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, affermò:« Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR »(Massimo Ciancimino. I conti correnti e le due cassette di sicurezza, allo IOR erano coperti da immunità diplomatica e in caso di perquisizione impossibile esercitare una rogatoria con lo Stato del Vaticano. I conti furono gestiti in un primo momento dal conte Romolo Vaselli, un imprenditore che negli anni 1970 controllava la raccolta dell'immondizia di Palermo. In un momento successivo, furono gestiti da prestanome, prelati compiacenti, nobili e cavalieri del Santo Sepolcro. I conti correnti servivano per pagare le famose «messe a posto» per la gestione degli appalti per la manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo affidata al conte Arturo Cassina, cavaliere del Santo Sepolcro. La gestione della manutenzione delle strade e delle fogne di Palermo erano gonfiate per circa l'80 per cento del loro reale valore di mercato. Questo surplus era destinato sia alla corrente andreottiana, che in Sicilia faceva capo a Ciancimino stesso, sia un 20 per cento, alle tangenti dovute a Bernardo Provenzano e Totò Riina. I capitali venivano trasferiti a Ginevra attraverso il deputato Giovanni Matta e Roberto Parisi, al quale faceva riferimento la manutenzione dell'illuminazione di tutta la città. Ciancimino finanziava anche molti prelati, a iniziare dal cardinale Arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini, con soldi elargiti sotto forma di donazioni. Attraverso questo sistema di compensazioni sulle cassette venivano gestite anche i soldi delle tessere del partito. In queste cassette passò anche una parte della famosa tangente Enimont: Vito Ciancimino incassò dal deputato Salvo Lima o dal tesoriere, come distribuzione di fondi ai partiti, circa 200 milioni delle vecchie lire. Dopo la condanna. Negli ultimi anni della sua vita, cercò di accreditare un suo ruolo di esperto di "cose di Cosa Nostra": tale ruolo produsse il sospetto che potesse essere "utilizzato" dalle cosche per avvalorare versioni di comodo. Così la Commissione antimafia, che rifiutò di riceverlo in audizione nell'autunno del 1992 malgrado lui si fosse di fatto "proposto" con l'intervista a Giampaolo Pansa a L'espresso in cui cercava di allontanare i sospetti della stagione stragista dalla mafia.
Nel 1992, nel periodo tra le stragi di Capaci e via d'Amelio, Ciancimino venne contattato dall'allora colonnello Mario Mori, fonte Wikipedia e dal capitano Giuseppe De Donno del ROS, il quale dichiarò negli anni successivi: «Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi del 1992-93». Il boss Salvatore Riina scrisse allora il suo "papello", in cui venivano elencate le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia degli attentati in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo e la revisione del Maxiprocesso, e lo fece arrivare a Mori e De Donno tramite Ciancimino. Tuttavia nel dicembre 1992 Ciancimino venne nuovamente arrestato. Vito Ciancimino morì a Roma il 19 novembre 2002. Mario Mori (Postumia Grotte, 16 maggio 1939) è un generale e prefetto italiano. È stato comandante del ROS e direttore del Sisde. Il 15 gennaio 1993 il capitano Sergio De Caprio, noto anche come capitano "Ultimo", a capo di una squadra di pochi carabinieri, grazie ad un'accurata attività investigativa, opera l’arresto di Salvatore Riina, capo indiscusso della mafia siciliana. Per tale episodio Mori e De Caprio verranno processati con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa nostra, non per la mancata perquisizione dell’abitazione del Riina dopo il suo l'arresto come i più ritengono, ma per avere omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di osservazione alla casa era stato sospeso. Il dibattimento si concluderà con l'assoluzione sancita dal Tribunale di Palermo perché "il fatto non costituisce reato", con sentenza del 20 febbraio 2006, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch’essa richiesto l’assoluzione - divenuta irrevocabile l'11 luglio 2006. Dall’estate del 2008 fino al giugno del 2013, il prefetto Mori ha svolto attività di consulenza nel settore della sicurezza pubblica per conto dell’on. Gianni Alemanno, Sindaco di Roma pro tempore. Il 24 maggio 2013 il PM di Palermo Antonino Di Matteo ha chiesto 9 anni di reclusione per il generale Mori e 6 anni per il Colonnello Mauro Obinu, riguardo al processo sul presunto favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per il mancato arresto di Bernardo Provenzano, nell'ottobre 1995.
Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro dell'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza. Il Tribunale ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dall'accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza). Immediatamente dopo la sentenza, intervistato dai numerosi giornalisti presenti, il PM Vittorio Teresi si è detto amareggiato per l'esito del processo, annunciando che la Procura proporrà appello verso una sentenza che non condivide ma che rispetta. Esponenti dell'associazione Agende Rosse, presenti in aula, hanno contestato in maniera decisa la sentenza.
La trattativa: rinviato a processo. Il 27 ottobre 2010 gli ambienti investigati hanno confermato la notizia dell'iscrizione del generale nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa.Il 24 luglio 2012 il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, firmano la richiesta del rinvio a giudizio nei confronti di Mori e di altri undici indagati, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (indagato anche per calunnia) e l'ex ministro Nicola Mancino (solo per falsa testimonianza). Il 7 marzo 2013 il GUP Piergiorgio Morosini rinvia a giudizio dieci imputati, tra i quali il generale Mario Mori.Il 24 maggio 2013 il PM di Palermo Antonino Di Matteo ha chiesto 9 anni di reclusione per il generale Mori e 6 anni per il Colonnello Mauro Obinu, riguardo al processo sul presunto favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, per il mancato arresto di Bernardo Provenzano, nell'ottobre 1995. In queste storie c’azzecca pure la famiglia Graviano; è composta da quattro fratelli mafiosi, Benedetto, Filippo, Giuseppe e Nunzia. Sono i figli di Michele Graviano, assassinato nel 1982 probabilmente da Totuccio Contorno. Filippo e Giuseppe sono i componenti più famigerati della famiglia Graviano. Con "i fratelli Graviano" si fa solitamente riferimento a loro due.Sono noti tra l'altro in quanto condannati come mandanti dell'attentato a Padre Pino Puglisi. Sono inoltre ritenuti responsabili degli omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Il ruolo nella strategia stragista della mafia. Nel 1990 i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano diventarono capi del mandamento di Brancaccio-Ciaculli, sostituendo il boss Giuseppe Lucchese che era in prigione. Dopo l'arresto del boss mafioso Totò Riina, nel gennaio 1993, i boss rimanenti, tra i quali Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Francesco Tagliavia, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Gioè e Gioacchino La Barbera si riunirono a Santa Flavia comune alle porte di Bagheria. Si mise in atto una strategia stragista contro lo Stato. Tale strategia ha comportato una serie di attentati dinamitardi nel 1993 in via dei Georgofili a Firenze, in Via Palestro a Milano, in Piazza San Giovanni in Laterano e in via San Teodoro a Roma. I Graviano, sono stati identificati come responsabili della selezione degli uomini che avrebbe effettuato gli attentati. Entrambi hanno avuto una condanna all'ergastolo. Assassinio di Padre Pino Puglisi, il prete antimafia. Giuseppe e Filippo Graviano hanno ordinato l'assassinio del sacerdote antimafia Padre Pino Puglisi il 15 settembre 1993. Puglisi è stato il parroco della parrocchia di San Gaetano nel quartiere Brancaccio di Palermo, e ha sempre reso note le proprie posizioni antimafia, sensibilizzando gli abitanti del luogo.
Uno dei sicari che hanno ucciso Puglisi, Salvatore Grigoli, ha poi confessato e rivelato le ultime parole del sacerdote: "Vi stavo aspettando". Filippo e Giuseppe Graviano sono stati arrestati il 27 gennaio 1994.Il killer Gaetano Grado autoaccusante. Nunzia Graviano, nota come 'A Picciridda' ("la piccolina"), reinvestiva le attività finanziarie della famiglia, modernizzando le attività, mentre gli altri fratelli erano in carcere. Secondo l'accusa "Lei è l'alter ego dei suoi fratelli nel loro territorio ed è in grado di gestire una vasta fortuna". Lei è tra le prime donne ad aver agito come "reggente" di una famiglia mafiosa di primo piano. Si riferisce che lei sia la mente dietro la strategia finanziaria dei fratelli Graviano, segue la Borsa di Milano, ed è stata un avida lettrice del quotidiano finanziario Il Sole 24 Ore. Gran parte della ricchezza dei Graviano è stata investita in aziende blue chip quotate. Era anche coinvolta nel riciclaggio di una parte del denaro all'estero attraverso una società di consulenza finanziaria in Lussemburgo. Nunzia Graviano è stata arrestata nel luglio 1999 a Nizza (Francia) Benedetto Graviano (Palermo, 15 luglio 1958) è un criminale italiano, capo mafioso al quartiere Brancaccio di Palermo negli anni novanta. È il più vecchio dei fratelli Graviano. Ha scontato cinque anni di carcere per mafia. Viene arrestato poi nel luglio 2004 per traffico di cocaina. Dopo il suo rilascio per insufficienza di prove, è stato nuovamente arrestato nel febbraio 2005. Benedetto, aveva ripreso il comando della zona di Brancaccio, dopo l'arresto del reggente Giuseppe Guttadauro. La famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, avrebbe voluto estendere i propri confini a quella zona, ma i boss di Cosa Nostra, trovarono un accordo e lasciarono che Bernardo Provenzano decidesse la nomina, che andò a Benedetto Graviano. Pare, comunque, che non fosse ritenuto "tanto sveglio" da Totò Riina.Il 17 luglio 2013 la IV Sezione Penale del Tribunale di Palermo ha pronunciato la seguente sentenza: Il Tribunale di Palermo, visti gli articoli 378 e 530 del Codice di procedura penale, assolve Mori Mario e Obinu Mauro dell'imputazione ai medesimi ascritta perché il fatto non costituisce reato. Visto l'articolo 207 del Codice di procedura penale ordina la trasmissione di copia della presente sentenza delle deposizioni rese da Ciancimino Massimo e da Riccio Michele all'ufficio del Procuratore della Repubblica in sede per quanto di sua competenza. Il Tribunale, ha quindi assolto con formula piena Mori e Obinu dall'accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano e ha ravvisato, a carico dei due principali testi dell'accusa, Massimo Ciancimino e Michele Riccio, ai sensi dell'art. 207 del Codice di Procedura Penale, indizi del reato previsto dall’articolo 372 del Codice Penale (falsa testimonianza). Immediatamente dopo la sentenza, intervistato dai numerosi giornalisti presenti, il PM Vittorio Teresi si è detto amareggiato per l'esito del processo, annunciando che la Procura proporrà appello verso una sentenza che non condivide ma che rispetta. Esponenti dell'associazione Agende Rosse, presenti in aula, hanno contestato in maniera decisa la sentenza.La trattativa: rinviato a processo. Il 27 ottobre 2010 gli ambienti investigati hanno confermato la notizia dell'iscrizione del generale nel registro degli indagati della Procura di Palermo per l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa.
Il 24 luglio 2012 il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i sostituti Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene, in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, firmano la richiesta del rinvio a giudizio nei confronti di Mori e di altri undici indagati, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (indagato anche per calunnia) e l'ex ministro Nicola Mancino (solo per falsa testimonianza).Il 7 marzo 2013 il GUP Piergiorgio Morosini rinvia a giudizio dieci imputati, tra i quali il generale Mario Mori. Quanti poteri. I mille volti del potere, del denaro…pecunia non olet…Potere economico, potere finanziario, potere militare, potere medico, potere mediatico, potere mafioso, potere massone, potere teocratico, potere politico, potere culturale, potere teologico, potere esoterico-qabbalah, potere del gregge, potere dell’intelligenza collettiva, potere trasversale… Imperare, imporre, comandare, disporre…Divide et impera…cumannari, beddha matri iè meghhiu ru f… Una domanda ci sembra lecita, dulcis in fundo, ma i tanti (troppi) segnali di fumo di Totò Riina: che cosa vogliono dire? E soprattutto: a chi sono indirizzati? Siamo persuasi e convinti, che il capomafia del clan dei Corleonesi, non sia un mitomane, megalomane esibizionista o peggio visionario. Anzi. Viaggia per i novanta e, sebbene al regime del 41 bis, è sempre lì, sulla breccia, lucido, arzillo, vispo e granitico. Con la dignità del mammasantissima, temuto, riverito, rispettato, ossequiato, conclamato e riconosciuto. E, nonostante gli acciacchi senili ed il cuore matto, l’ultimo dei mohicani di Cosa Nostra, fa ancora parlare di sé. Tuttavia, le confessioni di un ottuagenario, rilasciate ad un presunto “badante” se non il “turista” Alberto Lorusso, che non ha certo il carisma di un boss della Sacra Corona Unita, durante l’ora d’aria, non convincono proprio nessuno. Le mura del ‘collegio’, pullulano di ‘cimici, pulci e lucciole’. Figurarsi se un marpione come Riina, rilasci confessioni ‘a zero lire’. Ma non è, nemmeno una vendetta. Il corleonese, sa bene che a quell’amo non abbocchi nessun investigatore degno di questo nome. "La nostra Chiesa è orgogliosa e riconoscente di poter annoverare tra i suoi sacerdoti e figli don Luigi Ciotti e lo sosterrà in ogni modo nel suo importante e indefesso impegno di testimone del Vangelo che difende e accompagna nel nome di Cristo chiunque è soggetto a ingiustizie di ogni genere". Così l'arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, ha espresso il sostegno a don Ciotti per "le minacce gravi ed inquietanti" rivolte da Totò Riina al fondatore del Gruppo Abele e di Libera.
Domenico Salvatore

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