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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Se non hai bisogno di trovarmi io non ti cercherò

Se non hai bisogno di trovarmi io non ti cercherò
e se non ti cerco è perché tu non hai bisogno di trovarmi…
 di Pierfranco Bruni


Sarashil mi cammina accanto.
Molti appuntamenti sono saltati. Io, nel giro di qualche giorno, ho attraversato storie di epoche. Il sole cade a picco sulle onde del mare. Non più azzurro.

Sarashil mi racconta. “Tunisi è stata sempre la geografia di una esistenza. Un destino. Qui ho cercato di ricucire silenzi perduti e assenze che non ho più colmato. Ma con te posso parlare come se parlassi a me stessa. Anche se le delusioni sono tante. Tu, Garcia, finora hai saputo ascoltare e se ti cammino accanto non è soltanto per me. Porti negli occhi malinconie e amarezze, lo so. Come io custodisco segreti. Come noi custodiamo segreti e misteri. Cosa sono i segreti. Tu sei uno scrittore. Come me. Ti conosco bene. Ma dimmi, cosa sono i segreti e qual è la differenza tra i segreti e i misteri? Non ci siamo incontrati per settimane. Forse ho usato parole forti nei tuoi confronti. Si capisco. Speranza e paura. Poi ti ho accusato che cambi umore spesso. Questo fatto ti ha molto turbato e mi hai scritto parole dure perché tu sei convinto che non è così…”.

Ho risposto semplicemente: “Non sono convinto. Sono certo. Io non cambio umore. Avevamo un incontro senza appuntamento nella giardino della Medina e non ti ho trovata. Ho viaggiato con i passi del pensiero tra labirinti e maree e tu sei stata assente. Se questo fatto mi ha irritato non significa che sono un umorale. E poi hai scritto una parola bruttissima. Io che ti considero la testimonianza della bellezza, del sorriso, della fragilità, della gioia, nonostante tutto, hai pronunciato una parola che mai avresti dovuto dire. Hai scritto, con una cinicità simile ad una luna spaccata nell’ora del Ramadan, la parola ‘Punto’. Ebbene sì. Punto, dunque. Non sto qui a riavvolgere le impaginazioni di una vita. Non avrebbero senso. Ti voglio dire soltanto che ho toccato, con le mie mani di sabbia e di roccia, la solitudine. E poi il fatto più grave è che mi hai ferito con ciò che mi è caro e con ciò che ti dovrebbe essere caro. La parola. Mi hai  detto che sono bravo con le Parole. Quindi, con le parole gioco a truccare le carte, magari inventandomi un immaginario o creando una immaginazione che non tocca i fili della realtà. Ti posso dire che ti sei sbagliata. Con tutto il bene che posso, ti confermo che le mie partenze non hanno fatto altro che vivere di ritorni e di incontri. Incontri con te e per te, con gioia ritrovandoti. Con la tua bellezza, con le tue parole, con i tuoi baci, con le tue lune e le tue ombre e le nuvole. Certo, mi hai ferito. Ma le ferite passano con il tempo che cuce, ma c’è sempre un tempo che ricuce. È bastato poco, vedi, a far scendere sul mio mare il crepuscolo della malinconia. E non è vero che riduco tutto a letteratura. Certo, è il vizio dello scrittore. Lo ammetto. Ma lo scrittore riga la propria vita, quello che ho sempre cercato in me, con il proprio sentiero fatto di magia, di dettagli, di sguardi, di sangue, di corpo e di un sentire che colpisce l’anima e il cuore. E sono le parole che legano. E tu mi hai detto, con ironia, che sono bravo con le parole, come per dire che non sono bravo nel vivere la vita…”.
“Aspetta, mi interrompe Sarashil, non andare oltre. datti una regolata.  vai sempre oltre il significato e aggiungi espressioni di sensazioni che io non ho mai pronunciato. Anch’io mi sono sentita lacerata e ti aspettavo… Ti ho scritto Punto. È vero, ma non ha il significato che tu pensi possa avere…”.

“Può essere. Ma ha sempre un significato. E quando una espressione ha un significato tutto comincia ad avere un senso…”.

Ho interrotto il mio discorrere.
Sono io, ora, che non voglio discutere.
D’altronde non cerco discussioni e neppure mie o altre giustificazioni. Non bisogna mai giustificarsi. Non bisogna mai concedere spazio alle giustificazioni o al tipico fraseggio “…forse c’è stato un fraintendimento…”.

Ci sono echi di suoni. Suoni arabi e colori che si intrecciano.
Mi sembra essere ritornato tra le vie della Medina con i venditori di tappeti e di conchiglie o i mercanti di pietre. Io e te che giochiamo a rincorrerci.
Una voce nelle distanze ha echi di Sorrento, di serate a Osimo, di semafori intelligenti… di giornate vissute tra le tende sul mare…

Ti vedo.
Sei bella.
Hai la bellezza delle rose appena colte e che vivono le sfumature del rosso e dell’azzurro. Ma io non ci sono più. Forse sono altrove. O forse nelle pieghe della tua anima. Forse nello spazio del tuo cuore o forse tra ore della luna.
Non ci sono più per me.
Cosa significa?

Sarashil, tu ami i deserti, cerchi sempre di scavare tra le dune dei deserti e osservi nelle distanze le albe…
Vero? Ma mi sbaglio…
Comunque anch’io amo i deserti. Ma non li osservo. Li vivo.

Questa mattina ho cercato di bussare alla tua anima. Con un sorriso e tu mi hai risposto con  la freddezza delle albe di dicembre.
Ti amo.

Non ti cercherò più. I nostri incontri non saranno più senza appuntamenti?
Non ti cercherò perché ti ho cercata e cercandoti non ho trovato il tuo sorriso, la tua voce, la tua passione e non ha senso che io continui a cercarti se tu non avverti il bisogno di trovarmi.
Faccio letteratura? Può essere. Ma tu sei stata e sei la mia poesia e non dimenticarlo.

Se cercandoti non ti ho trovata non ti cercherò più fino a quando non sarai tu a trovarmi.

Ora sono io a camminare accanto a Sarashil.
Guardo il mare.
Ha strisce di bianco sulla battigia e gli azzurri, questa volta, si confondono con gli orizzonti che incontrano da questo Oriente gli Occidenti nelle distanze…

Non smette l’eco di un Adagio e una voce mi recita:

“…arrivare non è sempre giungere alla destinazione
e anche quando il viaggio improvvisa altre vie
i luoghi si confondono e si perdono dentro di noi come orizzonti...
non avresti dovuto amore mio
usare la tecnica dell'attacco
e mai avresti dovuto parlare dei miei mutamenti di umore
perchè non ho questi scavi nella mia vita
ed ho cercato di regalarti un sorriso mentre tu hai messo Punto alle mie parole...
hai scritto Punto ed io ho preso atto di questa tua certificazione di amante
ma questa volta sei scivolata sulle stelle che hanno la luce della notte di San Lorenzo e i miei occhi sanno cosa è la delusione...
non mi conosci abbastanza perché al tuo silenzio e alla tua assenza
io sarò l'assenza e sarò il silenzio
... finisce qui con il tuo Punto e con l'ultimo appuntamento mancato
una storia che è amore o un amore che è intrecciato nella storia...
cercami se nei tuoi passi il vento sarà solitudine
e non cercarmi se la solitudine non sarà neppure un'onda...
io non ti cercherò perché nei miei destini la punteggiatura è la geografie di una fine...”.


Ho ascoltato più volte questa voce. Lentamente ho misurato il suono. Gli echi.
Ti amo Sarashil, ma quel Punto mi impedisce di averti. E non voglio averti con i punti e la grammatica delle parole che inventano la vita senza il gioco della vita.

E non ti cercherò se tu non farai in modo di trovarmi.

Rovistando antiche poesie ho letto i versi di Nadhime Varekian che recitano:

Non è detto che l'amore
debba conoscere l'infinito,
a volte misura lo spazio di una rosa
tra un tramonto e un'alba
e il tempo si perde
raccogliendo
la sabbia e la pioggia
che il vento custodisce
tra una sconfitta e una rivincita.
Non è detto che l'infinito
sia nell'amore,
a volte è l'infinito a non avere
la durata di un amore”.


Perché ho riletto questi versi? Hanno il significato di un amore che supera l’infinito…

Ho aspettato finora che il tuo cuore e la tua anima aprissero ai miei richiami…
Ora l’alba è andata via. Il giorno nuovo è giunto.
L’attesa ha spezzato la pazienza e la pazienza non ha più bisogno dell’attesa…
E se non ti cerco è perché tu  non hai bisogno di trovarmi e cercarti senza che tu possa trovarmi non ha senso…
Non ha senso cercarti se tu non fai nulla per trovarmi… E di questo stanne certa…
Anche si ti amo…

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