CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

Rosarno, l'operazione Sant'Anna, conferma che il cartello dei Pesce-Bellocco-Ascone-Pisano...sia sempre solido e ricco

Operazione Sant’Anna 2-Ventiquattro persone sospettate di fare parte delle cosche Pesce e Bellocco di Rosarno sono state arrestate dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria. Tra loro anche Giuseppe Spataro, 57 anni, zio di Giuseppe Pesce (34) detto "testuni" e indicato come elemento di spicco del clan. Determinanti si sono rivelate le dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce. Gli arresti fanno seguito a otto fermi eseguiti il 16 luglio scorso
‘NDRANGHETA DI ROSARNO SOTTO TORCHIO: NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA, CHE COORDINA IL LAVORO DEI CARABINIERI, LE COSCHE DEI PESCE E DEI BELLOCCO 
Domenico Salvatore
I VIDEO



Sono più di quaranta le operazioni scatenate dallo Stato, attraverso le sue articolazioni periferiche, contro una delle più ricche e potenti ‘ndrine ma sarebbe più completo chiamarle “cartello”, della sterminata Piana di Gioia Tauro. Oramai si conosce (quasi tutto) del clan dei Pesce-Bellocco-Ascone-Pisano-Leotta-Ferraro-Rao-Cacciola-Figliuzzi-Bonarrigo-Furuli-Fiumara-Bartolo-Cimato-Zangari ecc.Sebbene ad ogni indagine, 2saltino “fuori nomi e provenienze nuove. Come l’Idra di Lerna. La Commissione Parlamentare Antimafia, le relazioni semestrali della DIA, annuali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Questura, la relazione del Procuratore Generale della Corte d’Appello, la saggistica ed i mass-media, ma soprattutto i Procuratori Capo della Repubblica ordinari di:Castrovillari, Rossano, Crotone, Paola, Catanzaro, Vibo Valentia, Lamezia Terme, Cosenza, Palmi, Locri e quelli della DDA di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero De Raho e di Catanzaro, diretta da Antonio Vincenzo Lombardo, hanno fornito un quadro abbastanza chiaro dei rapporti di forza esistenti all’interno della ‘ndrangheta, gestita e governata dalla Provincia, organo supremo della “Gramigna” planetaria. Nei cinque Capoluoghi di provincia (Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia) ed in altri centri come Melito Porto Salvo, Locri, Siderno, Africo, San Luca, Gioiosa e Marina di Gioiosa, Villa San Giovanni, Palmi, Piana di Gioia Tauro, Cetraro, Lamezia, Paola, Cirò, Limbadi-Nicotera-Tropea, Cutro, Mileto, Serra San Bruno, Castrovillari, Corigliano, Cassano e qualche altro centro, la ‘ndrangheta è ben radicata localmente; ma è anche legata e collegata con il resto della Penisola e con Cosa Nostra, Camorra, Sacra Corona Unita e Basilischi, anche all’estero. Australia, Canada e USA ma anche Russia, Paesi europei dell’Est, Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Belgio ed Olanda; ed in un paio di Paesi africani. La ‘ndrangheta, per intenderci, ma oramai non c’è più nessuno che lo neghi, è un’azienda, se non hollding internazionale del crimine organizzato. C’è un Consiglio d’amministrazione e c’è un a.d. che amministra in nome della S.p.a. e  riferisce e comunica, per grandi linee e dettagliatamente. Il suo bilancio supera i cinquantamila miliardi di euri all’anno. La ‘ndrangheta è leader nel commercio della cocaina. Tratta direttamente con i narcotrafficantes dell’America centrale e del Sudamerica; tuttavia non disdegna il traffico di eroina, haschisc e marijuana e la droga sintetica. Senza per questo trascurare la filiera del cemento, appalti e sub-appalti, il traffico di armi, gioielli e rifiuti anche tossici, prostituzione, boat-people, scommesse clandestine, rakett delle estorsioni ed usura, riciclaggio di denaro sporco in catene di alberghi, hotels, ristoranti, pubs, pizzerie, villaggi turistici, ville e palazzi, centri commerciali, supermarkets, barche, panfili e yacht, parco macchine e motociclette, computer smartphone e i-pad superpotenti, di ultima generazione e sofisticati, abiti griffati, viaggi intercontinentali in business class, brokers della droga, agenti di Borsa, intermediari immobiliaristi, businessman della distribuzione su vasta scala. 

Montagne di soldi per corrompere il poliziotto, il finanziere, il carabiniere, il giudice, l’avvocato, il sindacalista più o meno fantoccio, se non funzionale, il funzionario di banca e di posta o di altro ufficio cardine. La cronaca ha offerto in questo senso, specialmente negli ultimi tempi, un campionario di traditori della Patria e della Bandiera, se non della divisa e della toga. Tutti ‘regolarmente indagati, arrestati, processati e condannati. Anche con l’aiutino dei pentiti o collaboratori di giustizia. In modo speciale, negli ultimi tempi di donne. Quelle, che sono riuscite astutamente, a non farsi ammazzare. La distrazione fatale che  ha messo al tappeto la ‘ndrangheta è stata proprio la sottovalutazione delle donne; stesso errore commesso anche da Cosa Nostra e Camorra. La donna ha avuto una corposa emancipazione. Da schiava a serva, sino ad oggetto personale e soprammobile. Ma, anche la “fimmina” ha avuto la sua evoluzione; sebbene ignorata, snobbata e trascurata da tutti i mafiosi. Altro delirio d’onnipotenza eccessivo ed esagerato. Non è solo l’otto Marzo, la Festa delle donne, delle Mimose, della mamma, della nonna. L’avanzata delle donna è stata colossale su tutta la linea. A parte che oramai la cronaca ci offra pure il prototipo se non lo status symbol della donna boss e capobastone. Non soltanto quando il marito, il fratello, il padre, l’amante siano stati ‘sbattuti’ in galera. Gestiscono il business, ancor meglio dei titolari, andati in casanza. Ma nessuno dei mammasantissima, ha abdicato e nemmeno delegato La filosofia di vita, il concetto della donna nella mente degli ‘ndranghetisti, non si è evoluta affatto però. Anzi. “Mashjatuni”, calci e pugni e botte da orbi; libertà zero; democrazia, prossima al niente. Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola e Giusy Pesce, Rosa Ferraro, Simona Napoli, tutte 'fimmine ribelli' che hanno osato dire di no a padri, mariti, fratelli, donne di 'ndrangheta, diventate nemiche di "famiglia" per cambiare un destino infernale. Donne di ‘ndrangheta, cresciute in mezzo ai santini bruciacchiati, alle lupare, all’onore, alle coppole e al rispetto assoluto e reverenziale per i maschi di casa e per ‘gli amici degli amici’.  Senza scomodare le bibbliche  Miriam, Ester, Giuditta, ribelli di Dio tra mito e storia, che diventano presenze e voci “alternative” e fanno emergere la fragilità del pensiero e del potere maschile. Sullo sfondo delle lotte per l'emancipazione, i diritti di cittadinanza, la parità, l'autonomia, la vita. Ci sono le donne così dette ‘normali’ magari impegnate in politica che combattono la ‘ndrangheta coma l’on. Angela Napoli, ex vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia; come il magistrato Doris Lo Moro, impegnata nella medesima Commissione; come l’avvocatessa Elisabetta Carullo, sindaco di Stefanaconi, che grazia alla sua forza d’animo ed al coraggio è riuscita a modificare la mentalità di una comunità soggiogata al potere mafioso. Al sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, che sta operando proprio a Rosarno, nella cittadina dei Pesce-Bellocco-Ascone…. 

Al ministro Maria Carmela Lanzetta che da sindaco di Monasterace ha lottato contro la mafia; nonostante le avessero bruciato la farmacia. Alla baronessa Teresa Cordopatri di Oppido Mamertina a cui vessata dalla ‘ndrangheta  dei Mammoliti-Rugolo che voleva fare l’esproprio proletario delle terre degli avi la studentessa di Firenze Rossella Casini, uccisa nel 1981 perché considerata “infame” (aveva spinto alla collaborazione il fidanzato calabrese, coinvolto in una faida). E c’è il dramma di Santa (Tita) Buccafusca, 37 anni, madre di bambino di 15 mesi e moglie di Pantaleone Mancuso (alias Scarpuni). Un dramma personale ed esistenziale sfociato in tragedia. Il 16 aprile del 2011, infatti, Tita Buccafusca si chiudeva nel bagno e decideva di farla finita con l’acido. Il 19 dicembre 2013, il Gup di Reggio Calabria, Carlo Alberto Indellicati, ha condannato a 30 anni di reclusione  per ognuno Fortunato Pennestrì e Bruno Stilo mandante ed esecutore materiale del delitto di Angela Costantino, consorte da adolescente, del boss Pietro Lo Giudice, fatta scomparire, secondo l'accusa; uccisa per salvare l'onore del capomafia. Angela Costantino aveva 25 anni nel 1994 e 4 figli:  strangolata e sepolta sotto terra. L'automobile di Angela fu abbandonata in un viadotto per inscenare un suicidio. Il 18 marzo del 1994 a Genova la strage  di Pegli, di tre donne: Maria Teresa Gallucci, sua madre Nicolina Celano,  e Marilena Bracalia la cugina studentessa di vent’anni, che stava ancora dormendo su un divano-letto; faceva volontariato in un’associazione di carità. Il triplice efferato delitto a colpi di pistola, irrisolto, emerge dal racconto nell’aula bunker del tribunale di Roma. La rivelazione proviene da una pentita, Giuseppina Pesce, ex componente dell’omonima cosca di Rosarno. Omicidio, eseguito da qualcuno che conoscevano; a cui aprirono la porta offrendo di condividere la colazione poiché era mattino presto. Michele Di Lecce, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, ha formalmente riaperto l’indagine archiviata alla fine del 1995, affidandola a uno dei suoi pm più esperti, Patrizia Petruzziello.  Per Giusy Pesce, sono stati Domenico Leotta e Francesco Di Marte, due boss calabresi  inafferrabili. Fu, a suo dire, un delitto d’onore per punire la quarantenne Maria Teresa Gallucci, che aveva osato intrecciare un’altra relazione dopo essere rimasta vedova di uno ’ndranghetista; a venticinque anni. Il marito,  muratore  dal quale aveva avuto tre figli, muore cadendo da un ponteggio); lei, s’innamora, ricambiata, d’un commerciante del paese, Francesco Arcuri, ucciso con nove pallottole la sera del 4 novembre 1993. Maria Teresa Gallucci  tenta di scappare dalle vendette incrociate. La sua fuga finisce in via Scarpanto numero 14, ingresso G, quartiere di Pegli a Genova.  Un grande condominio popolare pieno d’immigrati, al primo piano vive già sua sorella, ed un fratello tipografo. Un’altra strage per rimanere a Rosarno è quella del 1° settembre 1977. Maria Rosa Bellocco e' stata uccisa dai familiari insieme al marito Mario Alessio Conte e al loro bimbo di nove anni, Francesco. Perche' Maria Rosa, era stata infedele e il marito si era rifiutato di ucciderla. 

Ed ancora, Annunziata Pesce, 30 anni, nipote del boss Giuseppe Pesce, ‘colpevole’ di aver tradito il marito con un carabiniere.  Il marito ne denuncio' la scomparsa il 20 marzo del 1981. Da allora, più di trent’anni fa, non si hanno più notizie. Sino al 2010. Al pentimento della collaboratrice Giuseppina Pesce. Racconta la collaborante, che Annunziata sia stata uccisa dal cugino alla presenza del fratello maggiore. La donna è importante ed insostituibile, su questo non ci sono dubbi. Ma la mafia fa finta di niente. Ci vengono in mente d’acchito, donne che comunque hanno lasciato il segno…Margareth Tatcher, la regina Vittoria e sua figlia Elisabetta, Giovanni d’Arco, Marie Curie, Rita Levi Montalcini, Madre Teresa di Calcutta, Evita Peron, Anne Frank, Lady Diana, Cleopatra, Maria Montessori, Coco Chanel, Isabella di Castiglia, Rosa Luxemburg, Indira Gandhi, George Sand, Calamity Jane, Golda Meir, Caterina di Russia, Khatarine Hepburn, Dorothy Hodgkin, Grazia Deledda, Matilde Serao, Oriana Fallaci, Sofia Loren. Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida. I pentiti sono oramai un esercito e stanno lavorando sodo. Ma per avere diritto al servizio di protezione, devono rispondere a determinati connotati e requisiti, sempre più restrittivi e tassativi… attendibilità,  “novità, completezza o della notevole importanza per lo sviluppo delle indagini o ai fini del giudizio,   il termine di 180 giorni dalla manifestazione della volontà di collaborazione, entro cui rendere e completare le dichiarazioni ecc. Ecco comunque il comunicato ufficiale:”Alle prime ore del mattino, i Carabinieri del R.O.S. e del Comando Provinciale di Reggio Calabria, hanno dato esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari, con contestuale decreto di sequestro preventivo di beni emessi dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta di questa Procura Distrettuale Antimafia, nei confronti di 24 esponenti della ‘ndrangheta di Rosarno appartenenti alle cosche PESCE e BELLOCCO, ritenuti responsabili delle ipotesi di reato di associazione di tipo mafioso, porto e detenzione illegale di armi e munizioni, favoreggiamento personale e intestazione fittizia di beni, fattispecie, quest’ultime tre, aggravate dalle finalità mafiose:
1.        BARONE Salvatore, nato a Taurianova (RC) il 19.6.1965, già detenuto;
2.      BELLOCCO Giuseppe, nato a Cinquefrondi (RC) il 11.9.1987;
3.      BELLOCCO Domenico, nato a Gioia Tauro (RC) il 10.6.1987;
4.      BELLOCCO Umberto, nato a Rosarno (RC) il 17.12.1937, già detenuto;
5.       CIRAOLO Giuseppe, nato a Cinquefrondi (RC) il 21.04.1985, già detenuto;
6.       FORTE Michele, nato a Cinquefrondi (RC) il 9.12.1991, già detenuto;
7.       MESSINA Elvira, nata a Rosarno (RC) il 31.5.1972, già detenuta;
8.      OLIVERI Francesco, nato a Oppido Mamertina (RC) il 10.12.1982, già detenuto;
9.      OLIVERI Umberto Emanuele, nato a Cinquefrondi (RC) il 15.5.1987, già detenuto;
10.  SPATARO Giuseppe, nato a Rosarno (RC) il 26.7.1957;
11.    BARTOLO Antonella, nata a Cinquefrondi (RC) il 26.10.1984;
12.  BARTOLO Rossana, nata a Cinquefrondi (RC) il 16.1.1988;
13.  BARTOLO Domenico, nato a Rosarno (RC) il 28.1.1964, agli arresti domiciliari;
14.  BRUZZESE Antonella, nata a Cinquefrondi (RC) il 4.1.1985, agli arresti domiciliari;
15.   CORRAO Domenico, nato a Rosarno (RC) il 21.6.1974;
16.  COMANDE' Giuseppe, nato a Cinquefrondi (RC) il 30.6.1983;
17.   SPAGNOLO Francesca, nata a Gioia Tauro (RC) il 3.6.1986;
18.  SPAGNOLO Bruno nato a Gioia Tauro (RC) il 4.10.1989, agli arresti domiciliari;
19.  CIMATO Mercurio, nato a Rosarno (RC) 1'11.12.1969;
20.CIMATO Fabio, nato a Rosarno (RC) il 23.10.1975;
21.  PALADINO Massimo, nato a Rosarno (RC) il 22.6.1971;
22. SERGIO Biagio, nato a Taurianova (RC) il 28.9.1968;
23. ZANGARI Salvatore, nato a Rosarno (RC) il 6.8.1965;
24. SEMINARA Giorgio Antonio, nato a Reggio Calabria il 26.10.1977, agli arresti domiciliari.























I finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria hanno concorso nell’esecuzione della misura restrittiva nei confronti di uno degli indagati, già detenuto, sul conto del quale, nel corso di distinte attività d’indagine, sono stati raccolti ulteriori elementi di reato.
Il Gip di Reggio Calabria, dott. Massimo Minniti, ha emesso la misura cautelare in carcere, ai sensi dell’art. 27 C.P.P., a seguito del provvedimento di fermo di indiziato di delitto, a cui è stata data esecuzione il 16 luglio u.s., emesso da questa Direzione Distrettuale Antimafia e successiva convalida da parte del GIP di Palmi, a carico di 7 appartenenti[1] alle richiamate compagini ‘ndranghetiste.
All’esito della dichiarazione di incompetenza del Gip di Palmi, gli indagati sono stati nuovamente attinti, per i capi di imputazione già oggetto di contestazione, dall’odierno provvedimento, con il quale sono stati arrestati altri 2 esponenti della cosca BELLOCCO per associazione di tipo mafioso, precisamente BELLOCCO Giuseppe cl. 87 (figlio del boss BELLOCCO Gregorio cl. 55, condannato in via definitiva all’ergastolo) e BELLOCCO Domenico cl. 87 (figlio del boss BELLOCCO Michele cl. 50, condannato ad anni diciassette di reclusione con sentenza pronunciata dal G.u.p. presso il Tribunale di Reggio Calabria del 9.05.14, c.d. operazione Blue Call-Tramonto).
Il Gip di Reggio Calabria ha emesso misura cautelare in carcere anche nei confronti di SPATARO Giuseppe, zio di PESCE Francesco cl. 78 e PESCE Giuseppe, accusato di appartenenza alla cosca mafiosa PESCE, già fermato il 16 luglio 2014 ma scarcerato dal Gip di Palmi per ritenuta carenza del quadro indiziario. Determinanti per la sua posizione si sono rivelate le dichiarazioni rese dalla collaboratrice di Giustizia PESCE Giuseppina.  
Il Gip di Reggio Calabria ha, altresì, emesso misura custodiale nei confronti di ulteriori 13 indagati (non attinti dal provvedimento di fermo del 16 luglio 2014) ritenuti responsabili del reato di favoreggiamento personale aggravato dall’art. 7 legge 203/91, per aver agevolato la latitanza di PESCE Giuseppe cl. 1980.
Il provvedimento scaturisce dagli esiti di due distinte attività investigative svolte sul contesto mafioso della Piana di Gioia Tauro, sviluppate dai Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Reggio Calabria in due periodi differenti: la prima, tra settembre 2012 e ottobre 2013, finalizzata alla cattura dell’allora latitante PESCE Giuseppe cl. 1980, inteso Testuni, divenuto reggente dell’omonima cosca all’indomani della cattura, il 9 agosto 2011, del fratello maggiore Francesco cl.1978; la seconda, condotta tra i mesi di gennaio e giugno 2014, nei confronti di BELLOCCO Umberto, cl. 1937 (suocero di PESCE Giuseppe) e di altri appartenenti all’omonimo sodalizio, di cui l’anziano boss è il capo fondatore.
In particolare, il primo segmento di indagine ha principalmente mirato alla localizzazione del latitante PESCE Giuseppe, reggente dell’omonima famiglia mafiosa egemone in Rosarno, che si era sottratto ai provvedimenti coercitivi emessi nell’ambito dei processi “ALL INSIDE” e “CALIFFO”. L’intensificarsi della pressione investigativa, nonché il fermo di indiziato di delitto, il 16 aprile 2013, di SIBIO Domenico (uomo di fiducia di PESCE Giuseppe) e l’esecuzione di ordinanza custodiale, il 5 maggio 2013, nei confronti della moglie del latitante, BELLOCCO Ilenia (cl. 1989), hanno indotto PESCE Giuseppe, il 15 maggio 2013, a costituirsi presso la Tenenza dei Carabinieri di Rosarno.
L’attività di indagine ha accertato che il pericoloso latitante aveva potuto fare affidamento (in forma diretta o mediata) su una ristretta cerchia di soggetti particolarmente fidati che, con ruoli diversi in più fasi - tutte documentate - della fuga del giovane rampollo della cosca rosarnese, avevano fornito il proprio determinante contributo per:
-     assicurargli lo stato di clandestinità tramite la realizzazione di un bunker, rinvenuto dai Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale, all’esito di pianificate operazioni di perquisizione in località San Fili del comune di Melicucco il 9 marzo 2013, nella proprietà di NARDI Francesco (per cui si e già proceduto separatamente e condannato dal Tribunale di Palmi). Infatti 5 delle persone arrestate[2], con altri già assicurati alla Giustizia (tra tutti MARAFIOTI Saverio e SIBIO Domenico, entrambi condannati in primo grado nel processo “CALIFFO”) hanno fornito la propria prestazione d’opera per la realizzazione del richiamato nascondiglio, dotato di un efficientissimo sistema di ingresso e di sorveglianza, le cui caratteristiche costruttive erano del tutto analoghe al bunker rinvenuto in località Petrosello di Rosarno (RC), presso la ditta “DEMOLSUD”, nel quale è stato localizzato e catturato, il 9 agosto 2011, sempre dai Carabinieri del ROS e del Comando Provinciale di Reggio Calabria, PESCE Francesco, allora reggente della omonima cosca e fratello del citato Giuseppe;
-     consentirgli, in più occasioni, il ricongiungimento con la moglie BELLOCCO Ilenia, tramite un riservato e collaudato sistema di manovre, staffette e cambi di autovetture. In particolare sono stati accertatati, tra gennaio 2012 e marzo 2013, più di una dozzina di allontanamenti della donna, che aiutata, in più circostanze, da fedelissimi affiliati alla cosca (come il richiamato SIBIO Domenico) o da stretti congiunti, è riuscita - seppur estemporaneamente e per brevissimi periodi - ad incontrare il marito latitante, o con lui a trascorrere un periodo di vacanza, nell’estate 2012, a Gizzeria Lido (CZ).[3] Inoltre, alcuni di questi indagati si sono attivamente operati per eseguire continue bonifiche dei luoghi e delle autovetture a loro in uso per sviare le investigazioni in corso o eludere servizi di pedinamento dei militari operanti eseguiti nei loro confronti.
La prosecuzione dell’attività di indagine ha, altresì, dimostrato le complesse dinamiche associative sviluppatesi all’interno della Società di Rosarno, a seguito della scarcerazione dello storico boss BELLOCCO Umberto (cl. 1937), avvenuto nel mese di aprile 2014, dopo una detenzione durata oltre un ventennio.
È fin da subito emerso lo spessore criminale di BELLOCCO Umberto, il quale usufruendo dell’ausilio dei suoi più stretti sodali, la maggior parte appartenenti al medesimo contesto familiare, ha tentato di riaffermare la propria leadership, anche attraverso il ripristino di preesistenti relazioni con esponenti apicali di altre cosche mafiose (tra cui i CREA di Rizziconi) e la riorganizzazione delle attività illecite della cosca sul territorio rosarnese.
  E’ stato, altresì, accertato che BELLOCCO e i sodali a lui vicini, non solo avessero ampia disponibilità di armi, ma si fossero attivati per reperirne altre, di maggiore potenzialità offensiva.
Sono stati anche documentati gli interessi della cosca mafiosa nel traffico di sostanze stupefacenti, nel cui ambito si inseriscono le convergenze investigative del GOA della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, che vedono coinvolto OLIVERI Umberto Emanuele, nipote di BELLOCCO Umberto cl. 37, prescelto dallo zio quale referente della potente cosca di ‘ndrangheta, per il traffico di droga condotto attraverso il porto di Gioia Tauro.
Ai fini dell’emissione della misura cautelare sono stati utilizzati anche atti di altri processi celebrati negli ultimi anni nei confronti della ‘ndrangheta del mandamento tirrenico (in particolare Rosarno è Nostro, Vento del Nord, Blue Call, Tramonto, Onta e Crimine).
Inoltre, gli accertamenti svolti dai Carabinieri del ROS e dal NUCLEO PT – G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, hanno consentito di rilevare una globale situazione reddituale del tutto iniqua rispetto a quanto posseduto, chiara attestazione della sussistenza di un’evidente sperequazione tra reddito dichiarato e tenore di vita degli indagati; per cui il G.i.p. ha anchedisposto il sequestro preventivo di 2 autovetture, di diverse attività commerciali (fra le quali una pizzeria) di una abitazione, nonché di numerosi rapporti bancari, postali e assicurativi intestati agli indagati, per un complessivo valore stimato di 1 milione di euro.
Reggio Calabria, 7 agosto 2014
[1]     BELLOCCO Umberto, MESSINA Elvira, CIRAOLO Giuseppe, FORTE Michele, SPATARO Giuseppe, BARONE Salvatore e i fratelli OLIVERI Umberto Emanuele e OLIVERI Francesco. Il Gip presso il Tribunale di Palmi, il 18 luglio u.s., aveva convalidato il fermo del PM ed emesso misura coercitiva nei confronti di 7 gli indagati, per tutte le ipotesi di reato contestate.
[2]     CIMATO Mercurio, CIMATO Fabio, PALADINO Massimo, SERGIO Biagio e ZANGARI Salvatore.
In particolare:
-        CIMATO Mercurio e CIMATO Fabio provvedendo alla realizzazione dell’impianto elettrico;
-        PALADINO Massimo provvedendo alla realizzazione e montaggio della botola di accesso al bunker;
-        ZANGARI Salvatore fornendo macchinari per la realizzazione degli scavi e contribuendo alla realizzazione dell'impianto fognario del bunker;
-        SERGIO Biagio offrendo la propria collaborazione nella costruzione del bunker di San fili di Melicucco e inoltre ospitando il latitante presso l'immobile individuato ai civici 93 e 95 di via San Biagio di Melicucco, di proprietà di due sue cugine all’oscuro della vicenda.
[3]     Devono rispondere di favoreggiamento personale aggravato per aver fornito questo tipo di contributo alla latitanza di PESCE Giuseppe: BARTOLO Domenico, le figlie BARTOLO Antonella e BARTOLO Rossana, rispettivamente zio e cugine di Bellocco Ilenia, BRUZZESE Antonella, CORRAO Domenico, COMANDE' Giuseppe, SPAGNOLO Francesca (moglie id SIBIO Domenico) e il fratello SPAGNOLO Bruno, nonché SEMINARA Giorgio Antonio. Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza a turn over, stanno scatenando tutta una serie di operazioni contro il clan dei Pesce-Bellocco-Ascone-Pisano…con il chiaro proposito di azzerare le cosche di Rosarno, collegate in ‘cartello di ‘ndrangheta’. Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, federico Cafiero De Raho, sostiene che  la ‘ndrangheta sia battibile. Migliaia di anni di reclusione irrogati ai condannati; il famigerato regime del 41 bis ai boss, capibastone e mammasantissima, non hanno scoraggiato le cosche, che detto per inciso, sono ben numerose, forti e ricche. Con i proventi del business o del malaffare, a parte la droga, nell’ordine dei miliardi di euri, hai voglia quanti avvocati si possono permettere e quante persone possano corrompere. Homo homini lupus. Ma devono mantenere anche i ‘soldati’ che sono ‘fuori’, le vedove, i carcerati ed i loro legali di fiducia. Poi, ci sono le spese di gestione. Macchine, camion, autotreni, scooter, ditte-ombra per appalti e sub-appalti e via dicendo. Tuttavia, lo Stato, non si fermerà, perché intende fare piazza pulita delle ‘famiglie’di ‘ndrangheta. La società civile bussa, perché vuole democrazia e libertà. Domenico Salvatore

Trovaci su Google