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Soriano (v.v.) i colpi di lupara contro Valerio Loielo, figlio del defunto boss "Pino", mamma esorella, evocano l'interminabile 'faida dei boschi', lunga mezzo secolo

SORIANO CALABRO (VIBO VALENTIA), 21 LUG 2014 - Agguato fallito   a Soriano Calabro contro un giovane di 20 anni, Valerio Loielo, figlio del boss di 'ndrangheta Giuseppe, ucciso insieme al fratello Vincenzo nel 2002. Valerio Loielo, nel momento dell'agguato, era in auto insieme alla madre ed alla sorella, rimaste illese. Loielo è stato investito dalle schegge del parabrezza, andato in frantumi, ad un braccio ed all'addome.La prognosi per lui è di venti giorni. Indagano i carabinieri. Il padre di Valerio era cugino di Vincenzo Loielo, scarcerato nei giorni scorsi dopo essere stato assolto in appello a Catanzaro nel processo "Luce nei boschi" sia per il reato di estorsione che per il duplice omicidio di Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga, scomparsi da Acquaro agli inizi degli anni '90 e mai ritrovati.

SORIANO (V.V.), SALVO PER MIRACOLO VALERIO LOIELO, FIGLIO DEL PRESUNTO BOSS DI GEROCARNE GIUSEPPE “PINO”LOIELO, UCCISO INSIEME AL FRATELLO VINCENZO, NEL CORSO DI UN AGGUATO DI STAMPO MAFIOSO NEL 2002; FRATELLO DI RINALDO LOIELO, ARRESTATO NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA “MBROGGHIA” CONTRO IL CLAN DEI MANCUSO DI LIMBADI-NICOTERA-TROPEA-VIBO VALENTIA

L’ULTIMA SPARATORIA DI SORIANO, che per puro miracolo non si è trasformata in tragedia o strage, potrebbe inserirsi nella famigerato faida dei boschi; altrimenti intesa “dei due mari”; ma, c’è, chi l’abbia ribattezzata come “delle tre province”, se non “dei cerchi concentrici o  delle scatole cinesi”. Un vero rebus che tiene in apprensione tre province. Dopo l’omicidio del boss, volevano sterminare anche il resto della famiglia? Una storia che parte da lontano, dapprima a macchia di leopardo e poi a macchia d’olio. Capi e gregari delle cosche Emanuele e Ciconte, che si contrapponevano ai Vallelunga e Turra', in una faida denominata dei "boschi" per l'interesse che questi clan hanno nella produzione e smercio di legname.  La Faida dei boschi è una faida di 'Ndrangheta scoppiata alla fine degli Anni '80 del XX secolo nel territorio montano a cavallo delle Province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria. Due gli schieramenti contrapposti: da un lato i Vallelunga di Serra San Bruno alleati dei Turrà di Guardavalle, dall’altro un vasto cartello, riunito sotto la benedizione del boss di Gioiosa Ionica, Giuseppe Ierinò (detto ‘Manigghia’), comprendente gli Emanuele detti “Strazzi” di Mongiana, i Ciconte di Serra San Bruno e i Nardo di Sorianello. Storia. Le origini della faida sono però più risalenti. Correva l’anno 1963 quando, in una festa paesana, una lite degenerò e dalle parole si passò ai coltelli. I duellanti non erano due persone comuni ma due capobastone: Bruno Vallelunga, il capo dei viperari, e Salvatore Emanuele, il capo degli Emanuele (strazzi). Nello scontro il Vallelunga ebbe la meglio e sfregiò il volto al suo rivale, che tuttavia 14 anni dopo uccise in un agguato il capo dei viperari. La risposta dei Vallelunga fu rapida: il 28 marzo 1978 Salvatore Emanuele venne ucciso nei pressi della sua abitazione. Per l’omicidio fu condannato Cosimo Vallelunga, il nipote del defunto Bruno. Lo scoppio della faida avvenne a seguito dell’omicidio di Cosimo Vallelunga, avvenuto il 17 agosto 1988. Anche qui la vendetta dei viperari non si fece attendere a lungo: nelle settimane successive cadrà Bruno Emanuele, capo degli Emanuele di Mongiana. Lo scontro fu oltremodo cruento: in meno di due anni vi furono più di venti omicidi. Da una parte caddero Felice Turrà, personaggio di primissimo piano nel clan Vallelunga-Turrà, e i coniugi Salvatore Turrà e Carmela Chiera. Dall’altra caddero Fausto Ciconte e Pasquale Nardo, i boss delle rispettive famiglie. Con l’omicidio di Pasquale Nardo e la contestuale eliminazione di tutti i capi dello schieramento contrario, i Vallelunga sancirono la loro vittoria. Tutto ciò è stato rivelato dal pentito Pasquale Turrà, che ha accusato i suoi stessi fratelli di decine di omicidi e che fu ucciso e decapitato barbaramente nel 1998 in frazione Elce della Vecchia di Guardavalle. La storia della ‘ndrangheta, si scrive innanzitutto con le faide, quasi sempre interne ad una data ‘ndrina, locale o corona e con le più vaste e terrificanti guerre di mafie, interpretate con una crudeltà disumana, cinica, malvagia e spietata, che non ha eguali. In questa storia stiamo parlando del locale, celeberrimo ed anche così detto dell’Ariola di Gerocarne, in provincia di Vibo Valentia, di cui facevano parte anche le cosche dei Maiolo e dei Gallace; assurta negli ultimi anni, come la più dinamica e sanguinaria del panorama mafioso. Le cosche opposte, rivali ed avversarie sono quelle dei Loielo contro i Maiolo di Acquaro; ed i Loielo contro gli Emanuele; Loielo contro i Gallace. I rivali, sono quasi sempre  capibastone, padrini e mammasantissima che un tempo facevano parte della stessa cosca. Poi cominciarono le diffidenze ed i sospetti, la cupidigia, l’ingordigia, il delirio d’onnipotenza e la necessità di avere sempre maggiore visibilità. 

Non manca mai, il furbo di turno che si frega i soldi della ‘bacinella’; od il sanguinario, che ordina omicidi a tutto spiano, senza nemmeno il classico preavviso, che eviterebbe inutile spargimento di sangue, se non stragi. E, non manca nemmeno il doppiogiochista…confidente e malandrino, se non delatore. Per arrivare al giuda e traditore. Anticamera del pentito, collaborante o collaboratore di giustizia. Così, è successo anche da queste parti. Con l’arrivo del primo vero pentito di mafia del Vibonese, Francesco Loielo,( sul finire degli anni novanta passo' parte della latitanza nascosto sul terrazzo della scuola del paese) che ha ricostruito anni di attività criminali anche nei paesi del Vibonese di Dasà, Arena (attraverso il clan Gallace), Vazzano, Pizzoni, Soriano e Sorianello. Ma ci sono pure i casi di "lupara bianca": i boss Antonio e Rocco Maiolo; Antonio Donato, Raffaele Fatiga, Placido Scaramozzino (scomparso il 28 febbraio 1993, seppellito in campagna ancora vivo), Giovanni Stambè e Salvatore Gallace. Gli ultimi due, ad avviso di Loielo, sarebbero stati eliminati dagli Altamura, a capo della 'ndrangheta di Ariola. Il pentito ha “scatasciato” tutto quello che sapeva. Compresi i tentati omicidi di: Vincenzo Loielo, fratello del pentito; Vincenzo Taverniti, alias "Cenzo d'Ariola" rifugiatosi a Stilo (Rc) dopo l'agguato, e Bruno Maiolo trasferitosi in Germania. L’altro pentito del processo “Luce nel bosco” Enzo Taverniti, principale teste dell'accusa,  solo omonimo dell’imputato, ha fornito un grosso prezioso contributo per chiarire tante vicende, che altrimenti sarebbero rimaste top secret. Dietro molti delitti, fonte AGI, come quelli dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo ad opera degli Emanuele, secondo il pentito ci sarebbe stata la "regia occulta" del presunto boss Antonio Altamura.  Emanuele che sarebbero stati in stretti rapporti d’affari loschi e malavitosi con Antonio Forastefano;Tonino “il diavolo” comandava e uccideva a Sibari e Cassano. Lo scontro, animato da terrificanti botta e risposta, culminò pure nell’uccisione di Nicola Abbruzzese, Antonio Bevilacqua, detto “Popin”. I Loielo, sono una 'ndrina di Ariola, frazione di Gerocarne, appartenenti al Locale di 'Ndrangheta dell'Ariola (che comprende i comuni di: Gerocarne, Sorianello, Soriano Calabro, Pizzoni, Vazzano, Dasà, Arena, Acquaro).Storia. L'ascesa criminale del clan ha inizio negli anni '70 del secolo scorso, anni a cui si hanno le prime notizie del Locale di Ariola, dominano le attività illecite del territorio delle preserre vibonesi (provincia di Vibo Valentia) per oltre un ventennio (alleati con la famiglia 'ndranghetista dei Maiolo fino alla fine degli anni '80); Nel 1989, fonte Wikipedia, scoppia la Faida con i Maiolo, per il controllo del territorio, che dura dieci anni e porta alla vittoria della famiglia Loielo. Da quell'anno al 1991 i capi erano Giuseppe e Vincenzo Loiero poi arrestati, e vengono sostituiti dai cugini Vincenzo e Giuseppe Loielo. Il 23 luglio 1998 viene ucciso il boss Antonio Maiolo e con lui si conclude la faida. I Maiolo rimarranno per un periodo con i Loielo per poi passare con gli Emanuele, dissidenti con a capo Bruno Emanuele. 

Nel 2002 cadono in un agguato di stampo mafioso i due capi della 'ndrina Giuseppe e Vincenzo Loielo uccisi a pochi passi dall’acquedotto di Gerocarne., per contrasti con gli Emanuele che negli anni successivi, secondo gli organi investigativi, ha preso il sopravvento. Il 25 ottobre del 2003 Bruno Emanuele sarebbe responsabile anche dell'omicidio di Stefano Barilaro, Giovanni Gallace e Francesco Gallace, quest'ultimo col ruolo di mastro di giornata nella struttura organizzativa della 'ndrina, ucciso il 25 ottobre 2003 nella "strage di Ariola". Il 25 gennaio 2012, la polizia di Stato, Squadra Mobile, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, diretta dal procuratore capo della Repubblica Antonio Vincenzo Lombardo, porta a termine l'operazione “Light in the woods”, che sgomina la 'ndrangheta dell'Ariola (famiglie Loielo, Gallace, Emanuele, Maiolo) facendo luce sulla faida con i Maiolo e su una serie di delitti quali estorsioni, rapine, associazione di tipo mafioso, turbata libertà degli incanti pubblici, infiltrazioni nell'amministrazione comunale di Gerocarne (infatti nell'inchiesta è coinvolto anche l'ex Sindaco di Gerocarne Michele Altamura). Il 14 giugno 2013, il processo ‘Luce dei boschi’ condanna 12 persone e ne assolve 4 per i reati commessi nella faida delle Pre serre vibonesi. Boss di spicco:Vincenzo Loielo (1947), Giovanni Loielo (1957), Vincenzo Loielo (assassinato nel 2002), Giuseppe Loielo (assassinato nel 2002). Omicidi, uno dietro l’altro. Vittime…’necessarie’, per imporre la visibilità dei clan di mafia, sul territorio. Polizia e Carabinieri, stanno cercando di capire quale sia il filo conduttore che lega i recenti fatti di sangue, ovvero gli omicidi di Nicola Rimedio, Antonino Zupo e Domenico Ciconte. I nodi degli omicidi  consumati nell'ambito della cosiddetta ‘faida dei boschi’ che ha provocato decine di vittime, piano piano, vengono al pettine. I protagonisti di quella stagione nefasta di sangue, morte, rovina e distruzione, di quegli scempi lugubri, vengono individuati, indagati, arrestati, processati e condannati. Nel frattempo il meccanismo perverso e crudele, finalizzato al controllo del territorio e di tutte le attività lecite ed illecite, non si ferma. In campo le più terribili armi…lupare, pistole 9X21, Glock e Skorpion, Kalashnikov, fucili a pompa, bazooka, lancia granate, tritolo e bombe “ananas” ecc. L’ultimo agguato di stampo mafioso è dell’altra notte, nelle Preserre vibonesi, quando i killers, si sono appostati dietro una curva.   

A Valentino Loielo, un giovane di 20 anni, figlio del defunto Giuseppe, considerato elemento di spicco della criminalità di Gerocarne, è stato teso un agguardo a colpi di fucile, caricato a lupara, mentre viaggiava, a bordo di una Fiat 500, con la sorella e la madre lungo la strada che da Sorianello conduce a Soriano Calabro. Nessun problema per le due donne. Tanta paura ma nessun rischio di vita per il giovane; sebbene leggermente ferito dalle schegge. Sul luogo dell’agguato, per i rilievi e le indagini, sono giunti, i carabinieri della Stazione di Soriano diretti dal maresciallo Barbaro Sciacca  coordinato dal  capitano Stefano Esposito Vangone, comandante della Compagnia dell’Arma di Serra San Bruno. Sovrintende il p.m. di turno, coordinato dal procuratore capo della Repubblica, Mario Spagnuolo. In attesa di capire, se il fascicolo, debba rimbalzare sul tavolo della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, diretta da Antonio Vincenzo Lombardo. Giova ricordare, che il padre del giovane ferito, ‘Pino’ Loielo, sia stato ucciso insieme al fratello Vincenzo nel 2002 in un agguato di stampo mafioso. Il fratello del ferito odierno, Rinaldo Loielo, è stato invece arrestato nell’ottobre 2013 per la detenzione di un potente ordigno esplosivo nell’ambito dell’operazione antimafia “Mbroglia”, insieme a Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”. Storia del locale di “Ariola”, delle alleanze con i clan della sterminata Sibaritide e delle federazioni con la potente e ricca ’ndrina dei Mancuso. Tante verità, scaturivano dall’operazione“Luce nel bosco 1”;  e dal successivo processo; ma anche, dall’operazione “Luce nel bosco 2”, scattata il 4 ottobre 2012 ed eseguita dalla Squadra Mobile di Catanzaro diretta da Rodolfo Ruperti. Dieci gli arrestati, colpiti da provvedimento di custodia cautelare in carcere emesso dal Gip di Catanzaro, coordinato dal procuratore capo della Repubblica, Vincenzo, Antonio Lombardo, giudice distrettuale per le indagini preliminari presso il Tribunale di Catanzaro: Bruno Emanuele, 40 anni nato a Vibo Valentia (detenuto);Gaetano Emanuele, 37 anni nato a Vibo Valentia (detenuto);Franco Idà, 47 anni nato a Sorianello (VV) (detenuto);Vincenzo Bartone, 44 anni nato a Sorianello (detenuto);Pasquale De Masi, 31 anni nato a Roma (detenuto);Angelo Maiolo, 28 anni nato a Vibo Valentia (detenuto);Piero Sabatino, 30 anni nato a Vibo Valentia (detenuto);Domenico Monardo, 39 anni nato a Vibo Valentia (detenuto);Giuseppe De Masi, 30 anni nato a Vibo Valentia;Damiano Zaffino, 43 anni nato a Soriano Calabro (VV), indiziati di traffico illegale di sostanze stupefacenti; canali di approvvigionamento della droga, proveniente dall’Albania e dall’Olanda…540 kg di marijuana verificatosi in Brindisi il 18 gennaio 2003 a carico di Franco Idà; quello di 105 kg di marijuana avvenuto ad Aversa (CE) il 12 aprile 2003 per il quale è stato accusato Emanuele Bruno, a parte il sequestro di 1200 piante alte circa cm 70 di marijuana verificatosi in data 11/7/2003 in località “tre fontane” di Pizzoni (VV) a carico di Emanuele Gaetano. La nuova linfa per le indagini, viene dalle dichiarazioni collaborative del padrino pentito della ‘ndrangheta “don Antonio” Forastefano, 41enne nato a Cassano allo Jonio (CS), il quale ha permesso di ricostruire il duplice omicidio di Vincenzo Loielo cl. ‘66 e Giuseppe Loielo cl. ‘68, avvenuto in Gerocarne (VV) il 22 aprile 2002, già contestato a Emanuele Bruno. 

Alcuni sono accusati anche del duplice omicidio dei fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo, esponenti della cosca avversa, avvenuto a Gerocarne il 22 aprile del 2002. Furono coinvolti, oltre a Bruno Emanuele, (sostituito dal fratello Gaetano, 37 anni, a cui viene contestato di aver preso di mira anche la società “Proserpina”, mentre Salvatore Grillo, 33 anni, su delega degli Emanuele avrebbe esercitato il “controllo” su Soriano) e Antonio Forastefano,  componenti del gruppo di fuoco anche Pasquale De Masi, Vincenzo Bartone e Franco Idà, che si muovevano per dotarsi di armi (fucili cal. 12) e autovetture di grossa cilindrata da mettere a disposizione del commando omicidiario., Due cosche, l’una contro l’altra armata, dentro il locale dell’Ariola, diretto dal mammasantissima Antonio Altamura, recentemente condannato all’ergastolo. Uno scenario dejà vu. Morti ammazzati da una parte e dall’altra, processi in Corte d’Assise e d’Appello, se non in Cassazione, ospedale, Tribunale, cimitero, Legge Gozzini... Una condanna all'ergastolo ed altre pene variabili dai sei mesi ai 10 anni sono state chieste nel processo d'appello nei confronti dei presunti esponenti delle cosche della 'ndrangheta delle Preserre vibonesi. Le richieste di condanna sono state avanzate dal sostituto procuratore generale, Marisa Manzini, nel corso del processo in corso davanti ai giudici della Corte d'Assise d'appello di Catanzaro. Ansa La condanna all'ergastolo è stata chiesta per Vincenzo Loielo, di 67 anni, accusato del duplice omicidio di Rocco Maiolo ed Emanuele Fatiga. In primo grado Loielo, era stato assolto dal duplice delitto ed era stato condannato a 5 anni di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso. Proprio nei giorni scorsi, il 15 luglio 2014, un flash dell’Agenzia Ansa, dava notizia su una sentenza davvero importante. Il presunto boss della 'ndrangheta Vincenzo Loielo, di 67 anni, di Gerocarne (Vibo Valentia), cugino ed omonimo di Vincenzo Loielo ucciso insieme al fratello Giuseppe Loielo, nel 2002, è stato rimesso in libertà. La decisione è stata presa dalla Corte d'Assise d'Appello di Catanzaro, in accoglimento dell'istanza presentata dal difensore di Loielo, l'avvocato Francesco Sabatino, che aveva motivato la richiesta con la venuta meno delle esigenze cautelari. Vincenzo Loielo, considerato un esponente di primo piano dell'omonima cosca di 'ndrangheta, era in carcere dal 1991 per scontare due condanne definitive a 22 e 18 anni di reclusione in relazione ai sequestri degli imprenditori Paolo Giorgetti, di Meda (Milano) e Cataldo Albanese, di Massafra (Taranto), avvenuti, rispettivamente, nel 1978 e nel 1989. Loielo, a conclusione del processo "Luce nei boschi" a carico della cosiddetta "Mafia di Ariola", era stato assolto per il duplice omicidio di Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga, scomparsi da Acquaro agli inizi degli anni '90 e mai ritrovati e, dall'accusa di estorsione. Il presunto boss ha riportato una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione con l'accusa di essere stato il capo della cosca Loielo.  

Non sorprende più di tanto, l’alleanze con i Mancuso di Limbadi, egemoni in tutta la provincia di Vibo, con solide ed importanti cosche in Calabria e nel resto del Paese. Leader nel traffico di cocaina. Il ministero della Giustizia, sulla base di una richiesta della Dda di Catanzaro, ha disposto il regime carcerario del 41 bis, il cosiddetto "carcere duro", per Pantaleone Mancuso, detto "Scarpuni", 52 anni, presunto boss della potente consorteria mafiosa di Limbadi ed a capo, secondo gli investigatori, dell'ala armata del clan. Il provvedimento è stato notificato all'interessato, detenuto nel carcere di Nuoro, ed al suo legale di fiducia, l'avvocato Francesco Calabrese del Foro di Reggio Calabria. Indicato quale personaggio di spicco dell'omonima cosca, Pantaleone Mancuso è attualmente imputato nel processo "Gringia-Dietro le Quinte", nonché coinvolto nelle inchieste "Black Money" e in quella sulla presunta commissione di un attentato ai danni di una persona non ancora identificata con certezza. I Loielo, sono alleati di Pantaleone Mancuso “Scarpuni”, un mafioso da prendere con le molle. Tutto ciò, non ha scoraggiato i killers e poteva scapparci una strage. Uno dei capisaldi del ‘Codice della ‘ndrangheta’, riguardava la tutela delle donne, dei bambini e degli anziani, ma non venne mai rispettato. Qualche anno fa i Mancuso, incutevano timore e rispetto e nessuno si sognava di mettere in discussione la leadership, ma, come tutti sanno dopo la scissione doppia all’interno del clan, qualcosa è cambiato. Ci sono ancora gli omini veri, i mezz’omini e gli ominicchi, come scrisse Leonardo Sciascia ne “Il giorno della civetta”; parole che lo scrittore siciliano mette in bocca al capomafia don Mariano Arena nella scena finale con il capitano Bellodi…”  Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…” Un flash dell’Agenzia Italia, del 6 gennaio 2014, ha chiarito i rapporti fra il clan dei Forastefano diretto da ‘don Antonio’ alias “Tonino il diavolo” e quello degli Emanuele…”Una solida alleanza fra alcune cosche delle Preserre Vibonesi e quelle dell'alto Jonio cosentino, a cavallo fra i territori di Cassano allo Jonio e Sibari. È quanto sancito per la prima volta in sede giudiziaria dalla sentenza relativa all'operazione antimafia della Dda di Catanzaro "Luce nei boschi" le cui motivazioni, contenute in 295 pagine, sono state depositate dal gup distrettuale Gabriella Reillo. 

La sentenza rimarca il coinvolgimento diretto del clan Emanuele di Gerocarne, nel Vibonese, in almeno tre omicidi consumati fra il 2002 ed il 2003 nella Sibaritide nell'ambito dello scontro che ha visto contrapposti il clan Forastefano di Cassano e alcuni gruppi di etnia rom. In cambio, i Forastefano avrebbero ospitato nella zona di Sibari (Cs) alcuni latitanti vibonesi appartenenti ai clan Emanuele e Maiolo, mentre gli stessi Forastefano, avrebbero poi partecipato a due omicidi nel Vibonese commissionati dagli Emanuele. L'alleanza fra cosentini e vibonesi avrebbe portato, secondo le motivazioni della sentenza, anche alla gestione in comune di imponenti traffici di cocaina e marijuana sull'asse Vibo-Cosenza.”  L’inchiesta “Luce nel bosco”, rappresenta uno spaccato delle dinamiche criminali sviluppatesi nel “locale di Ariola”, frazione di Gerocarne sede della ‘ndrina dei Loielo ( i fratelli Giovanni, Vincenzo e Francesco Loielo, quest’ultimo collaboratore di giustizia) degli ultimi 30-35 anni. “Capo società” viene indicato Antonio Altamura, 66 anni, di Ariola, già coinvolto nell’inchiesta “Crimine” e nell’omicidio del parrucchiere di Acquaro, Placido Scaramozzino. Affiancato da Nazzareno Altamura, 47 anni,  e da Michele Altamura, già assessore e poi sindaco di Gerocarne. La cosca teneva sotto controllo gli appalti pubblici, ( Francesco Taverniti, 38 anni, e Leonardo Bertucci, 42 anni, rispettivamente di Gerocarne e Soriano) e boschivi (Ilario Chiera, 72 anni, di Ariola), mentre vicino al clan viene indicato pure l’imprenditore di Soriano, Giuseppe Prestanicola, 60 anni e praticava il fiorente rakett delle estorsioni. Un processo storico, che ha avuto il contributo come si diceva, di importanti pentiti. Un altro collaboratore, Michele Iannello, di San Giovanni di Mileto, già condannato all`ergastolo per l’omicidio del piccolo Nicolas Green, ha fornito chiarimenti di grossa valenza sull`omicidio di Rocco Maiolo, boss di Acquaro. Il padrino della ‘ndrangheta, sarebbe stato ucciso nel 1993, secondo il pentito, da Salvatore Maiolo di Fabrizia. Mandanti dell’omicidio, sarebbero stati i fratelli Loielo, “autorizzati” da Rosario Fiaré,  boss di San Gregorio D`Ippona. Finì nel cimitero della ‘ndrangheta pure Salvatore Maiolo. Ammazzato secondo il pentito, su ordine di Damiano Vallelunga, incontrastato boss di Serra San Bruno, ucciso a Riace nel settembre 2009, e di Umberto Maiolo, boss di Fabrizia ucciso nel 2003 a Gardone Valtrompia. Le faide, non hanno confini geografici. Domenico Salvatore




















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