Il sacrilego gesto del parroco di Tresilico di Oppido
Mamertina (Reggio Calabria) e dei suoi seguaci di fare inchinare la statua della Madonna delle
Grazie davanti alla casa del boss Mazzagatti, questa volta non è passato
inosservato. E se la notizia è corsa attraverso tutte le vie di comunicazione,
lo dobbiamo principalmente al profondo senso del dovere del comandante della
locale stazione dei carabinieri, il maresciallo Andrea Marino che non ha
esitato un solo istante a chiedere anche agli altri carabinieri presenti di lasciare
la processione e quindi approfondire eventuali responsabilità, complicità e collusioni.
E le altre autorità presenti e la gente - attenzione non dico i cristiani - che
accompagnava la processione, come hanno reagito quando i portatori della vara
hanno fatto inchinare la statua mariana davanti alla Casa del boss? Qualcuno ha
dichiarato di non essersi accorto di niente.
La maggior parte ha condiviso
senza nessun motivo di scandalo. Probabilmente la verità va cercata nella
prassi diffusa in tanti paesi, in occasioni delle feste patronali, di far
sostare le statue dei santi davanti alle case delle persone più importanti e
non solo perché mafiose ma anche perché potenti. In fondo sono soprattutto
loro, i mafiosi e i potenti dei paesi, che con ricche offerte consentono di
fare i fuochi d’artificio, di pagare i cantanti, le luminarie e quanto altro
possa servire a “disonorare la memoria dei santi”. Si trasformano così feste
religiose in momenti di alto consumismo e di alienazione. E loro, i boss e gli
altri “baroni”, sono felici di ricevere gli inchini delle statue e di tutti
coloro che le seguono quale segno di sudditanza e ossequioso rispetto. Dopo le
feste, le processioni, i balli, i canti, la gente è di solito più asservita a
logiche che non hanno niente a che fare con i santi e la loro memoria. I
mafiosi invece guadagnano un altro pezzo di consenso importante per esercitare
il loro dominio.
Ci fa inquietare tanto questa ultima notizia che consegna al
mondo una immagine assolutamente negativa dei calabresi: complici ossequiosi e
silenti della ‘ndrangheta,
favoreggiatori e facilitatori dello strapotere dei boss anche grazie alla
diffusa subcultura della mafiosità e dell’omertà che niente vede, niente sente
e tantomeno parla. Sembrerebbe che nemmeno le parole di papa Francesco, che
riprendono e rinvigoriscono i chiari messaggi del magistero calabrese sul tema
della criminalità organizzata, riescano ad orientare i cristiani verso scelte
credibili che testimonino ed incarnino una fede adulta fondata sul messaggio
cristiano che è essenzialmente amore, verità, giustizia e pace. Una fede che
alimenta una vita cristiana sempre attenta ad ascoltare Dio ed è anche capace
di essere fedele all’uomo, ai suoi drammi, alle sue povertà. Una fede capace di
discernere ciò che è bene e ciò che è male.
E la ‘ndrangheta è il male
assoluto, la via che porta dritti all’inferno e, ovviamente, alla scomunica. Ma
anche la corruzione, l’indifferenza, il silenzio, il non scegliere da che parte
stare, l’egoismo, sono vie che portano dritte al non senso di una vita, fuori
dalla comunione e dalla comunità, che già da ora comincia a sperimentare i
frutti del male; le violenze, le minacce, le estorsioni, gli assassini di
uomini, donne e bambini, i traffici di stupefacenti, la tratta degli esseri
umani e lo sfruttamento della prostituzione, senza dimenticare la distruzione
dei nostri ambienti, sono le sole preoccupazioni che impensieriscono le cosche
mafiose assetate di potere e di denaro, l’unico loro vero dio. Diceva bene don
Italo Calabrò: “se c’è qualcuno che non è
uomo è il mafioso, e se c’è qualcuno che non ha l’onore è il mafioso. I mafiosi
non sono uomini e i mafiosi non hanno onore”. L’episodio assurdo di
Tresilico, è assolutamente da condannare e bene farà il vescovo di Oppido,
Francesco Milito, a proporre ai
cristiani di quella comunità un cammino di autentica conversione che potrebbe
iniziare con una comunitaria e pubblica richiesta di perdono.
Altrettanto illuminanti oggi sono le parole di
don Nunzio Galantino, quando, riprendendo l’appello di papa Francesco nella sua
ultima visita a Cassano, afferma che “la
scomunica aveva due destinatari: il primo è certamente chi delinque, chi vive
nel male. Gli altri sono la chiesa e la società civile. Entrambe devono
collaborare per sensibilizzare e formare la coscienza”. E proprio
l’indicazione di don Nunzio ci fa ricordare azioni concrete di comunità
calabresi che hanno saputo lavorare nell’ottica della formazione delle
coscienze. Voglio segnalarne tre che sono emblematiche del ruolo di comunità
adulte e mature nella fede. La prima risale al 2 agosto del 1984. Protagonista
è la comunità di Lazzaro della diocesi di Reggio Calabria. Pochi giorno prima la
‘ndrangheta aveva rapito un bambino di appena 9 anni, Vincenzo Diano: tutta la
comunità, guidata dal parroco don Mimmo Marino, decise di sospendere i
festeggiamenti in onore alla Madonna delle Grazie e di celebrare in piazza
l’Eucaristia. La seconda è accaduta il 7 febbraio 1986: a Brancaleone venne
ucciso Salsone Filippo, maresciallo della polizia penitenziaria. Nello stesso
agguato rimase ferito il piccolo figlio Paolo. La comunità parrocchiale di
Palizzi decise di interrompere i festeggiamenti organizzati per il carnevale. La stessa comunità nel 1984, dopo
che era stato bruciato lo scuolabus che consentiva a tanti bambini delle
campagne di recarsi a scuola, promosse la nascita di un “comitato popolare di lotta alla mafia e alla violenza”.
Senza
cadere nella presunzione di chi sa sempre cosa gli altri debbano fare, soprattutto
con il pensiero attento ai familiari della piccola Mariangela Ansalone uccisa
con il nonno nel maggio del 1998 a Oppido,
ed alle tante vittime innocenti della ‘ndrangheta, crediamo che “la via comunitaria” sia da privilegiare
nella formazione di coscienze capaci di affrancarsi dalla sudditanza
mafiosa. Rinnoviamo fiduciosi la nostra
scelta di continuare ad agire con responsabilità nella nostra Calabria, nella
condivisione di un irrinunciabile cammino formativo che deve vedere uomini e
donne di buona volontà impegnate a costruire comunità libere ed in pace,
cittadini e cristiani capaci di fare le
scelte giuste, di inchinarsi solo davanti al dolore dei poveri, di adorare
l’unico vero Dio, Signore della vita, di lottare affinché i principi e i
diritti sanciti dalla Costituzione si concretizzino anche nella nostra terra.
Rinnoviamo, la nostra vicinanza alla chiesa
calabrese, ai suoi pastori ed alle sue
comunità, duramente provate da tradimenti che la feriscono ma certamente capace
di continuare ad essere anche nei più piccoli borghi calabresi, luogo di
educazione e di formazione, strumento di pace e di liberazione, testimonianza
di quel “già e non ancora” che
dobbiamo sperimentare qui ed ora. Senza dimenticare che questo cammino di
liberazione, accanto al contributo necessario e responsabile di una chiesa
povera ed autentica, sarà possibile se i calabresi cominceranno a sperimentare
la vicinanza e la presenza di uno Stato che è capace di arrestare i mafiosi ed
i corrotti e crea i presupposti per la piana dignità di ogni cittadino: lavoro,
istruzione, casa, sanità, libertà.
Reggio Calabria, 7 luglio 2014 Mimmo Nasone
(coordinatore regionale Libera
Calabria)

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