'NDRANGHETA: PROCESSO COSCA TEGANO, 7 CONDANNATI E 5 ASSOLTI - REGGIO CALABRIA, 29 luglio 2014 - Si è concluso con sette condanne e quattro assoluzioni il processo denominato Archi-Astrea contro presunti affiliati alla cosca Tegano di Reggio Calabria e per le presunte infiltrazioni nell'azienda mista pubblico-privata del Comune Multiservizi, poi sciolta. I giudici del tribunale di Reggio Calabria hanno condannato il boss Giovanni Tegano a 11 anni di reclusione, Antonio Polimeni a 12, Silvio Candido a 15, Carmelo Barbaro a 9 anni e 6 mesi, Rosario Rechichi a 6 anni e 6 mesi, Maurizio Lavilla a 5 anni e 6 mesi, Antonio Lavilla a 5 anni e 6 mesi. Sono stati assolti, invece, Michele Franco, il commercialista Roberto Emo ed i fratelli Antonio e Giovanni Rechichi. Questi ultimi due avevano delle quote del socio privato della Multiservizi.
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REGGIO CALABRIA. Operazione Astrea: i particolari
REGGIO CALABRIA. La potente cosca Tegano, attraverso una serie di passaggi societari, predisposti da noti professionisti, e avvalendosi di prestanome, a volte coincidenti con gli stessi consulenti, è riuscita a controllare una parte del capitale privato della municipalizzata Multiservizi spa (la Rec.Im. srl controlla il 33% del capitale sociale della Gestione Servizi Territoriali srl che a sua volta controlla il 49% della Multiservizi spa. L’operazione Astrea prende l’avvio da autonome, articolate ed approfondite attività investigative, anche e soprattutto tecniche, svolte dalle Fiamme Gialle reggine, sotto la direzione del Procuratore della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto Michele Prestipino Giarritta e dei sostituti procuratore della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Lombardo e Beatrice Ronchi, mirate all’aggressione del patrimonio - societario, mobiliare ed immobiliare - riconducibile alle cosche Tegano - De Stefano, egemoni in città e unanimemente riconosciute come ai vertici della ‘ndrangheta reggina. Gli accertamenti, in aderenza alle direttive nel tempo impartite dalla Dda reggina e dai vertici del Corpo, in termini di aggressioni ai patrimoni illecitamente accumulati dalle consorterie mafiose, hanno avuto ad oggetto realtà imprenditoriali e societarie, con sede nella Provincia di Reggio Calabria, le operazioni finanziarie e gli investimenti riconducibili a tali realtà economiche nonché i soggetti titolari - di fatto o fittizi - delle stesse. In sintesi, è stato dimostrato come, al di là delle varie intestazioni formali, operate nelle diverse fasi a seconda delle esigenze criminose manifestatesi, di fatto l’attività imprenditoriale con sede in via Vecchia Provinciale Archi, sotto la denominazione Com.Edil srl, prima, SiCa srl, poi, e RecIm srl, da ultimo - abbia mantenuto, nel tempo, la stessa identità economica e gestionale in capo ai Tegano, che si sono avvalsi, nel tempo, di fidati prestanome intranei (Giuseppe Rechichi) o quantomeno contigui (Rosario Giovanni Rechichi, Maurizio e Antonio Lavilla, Antonino e Giovanni Rechichi), alla cosca o pienamente consapevoli dell’apporto fornito, con questa consorteria in un rapporto fiduciario dai reciproci vantaggi (Giovanni Zumbo, Maria Francesca Toscano, Roberto Emo, Porzia Maria Zumbo). Giuseppe Rechichi, sin dagli anni ’80, con la consapevole collaborazione del fratello Rosario Giovanni, è stato soggetto stabilmente a disposizione della cosca Tegano per la gestione e la cura di affari illeciti, anche di natura imprenditoriale, legati all’attività economica svolta dalla Com.Edil srl, operante nel settore del commercio di materiale da costruzione, di fatto riconducibile alla pericolosa consorteria del quartiere Archi (capeggiata dal boss Giovanni Tegano, 72 anni) e, in una successiva fase temporale, divenuta anche di interesse della potente cosca De Stefano.
L’attività imprenditoriale è stata oggetto, nel corso degli anni, di un’articolata operazione, consistente in una serie di successive fittizie intestazioni di quote societarie e finalizzata ad eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali (attraverso la Sica srl, prima, e la RecIm, poi), onde impedirne la effettiva riconducibilità alla cosca Tegano. Questa circostanza ha trovato concorde conferma nelle dichiarazioni, reciprocamente riscontrantesi, fornite dai collaboratori di giustizia Giovanni Battista Fragapane e Antonino Lo Giudice. In ordine all’arrestato Giovanni Zumbo, si ricorda come lo stesso, il 13 luglio dello scorso anno, sia stato sottoposto a fermo di pg, poi convalidato dalla competente Autorità giudiziaria, per concorso esterno nell’associazione per delinquere di stampo mafioso denominata ‘ndrangheta, nell’ambito dell’operazione di polizia denominata “Reale”. In particolare, in quel contesto, Zumbo, si recava presso l’abitazione del noto boss Giuseppe Pelle, 51 anni, alias Gambazza, capo locale di San Luca, accompagnato dall’altrettanto noto boss Giovanni Ficara, 47 anni, personaggio di spicco della locale operante nella zona sud della città, fornendo ai medesimi notizie coperte dal segreto investigativo, riguardanti l’indagine “Il Crimine”, allora in corso. Ancora, nel settembre 2010, Giovanni Zumbo, è stato colpito da un’ulteriore ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione Piccolo Carro, inerente lo “strumentale” rinvenimento di armi ed esplosivi, in concomitanza con la visita a Reggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Le successive indagini hanno evidenziato la riconducibilità dell’intera vicenda del ritrovamento dell’arsenale nell’autovettura agli interessi criminali ed ai soggetti riconducibili alla cosca Ficara - Latella, permettendo di individuare gravi elementi di prova a carico di Zumbo, quale interprete degli interessi della cosca, del pregiudicato Giovanni Ficara e di Demetrio Domenico Praticò, 50 anni. In conclusione, l’odierna attività conferma come le cosche di ‘ndrangheta continuino a conseguire ingiusti ed illeciti profitti e vantaggi, attraverso il controllo del territorio “di competenza” e delle relative attività economiche e produttive: controllo reso possibile anche all’opera di insospettabili “colletti bianchi” che svolgono funzioni di veri e propri consulenti ed all’utilizzo di numerosi “prestanome” (a loro volta schermati da ulteriori società), ai quali viene attribuita la titolarità - solo formale - di importanti realtà economiche.
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L’attività imprenditoriale è stata oggetto, nel corso degli anni, di un’articolata operazione, consistente in una serie di successive fittizie intestazioni di quote societarie e finalizzata ad eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali (attraverso la Sica srl, prima, e la RecIm, poi), onde impedirne la effettiva riconducibilità alla cosca Tegano. Questa circostanza ha trovato concorde conferma nelle dichiarazioni, reciprocamente riscontrantesi, fornite dai collaboratori di giustizia Giovanni Battista Fragapane e Antonino Lo Giudice. In ordine all’arrestato Giovanni Zumbo, si ricorda come lo stesso, il 13 luglio dello scorso anno, sia stato sottoposto a fermo di pg, poi convalidato dalla competente Autorità giudiziaria, per concorso esterno nell’associazione per delinquere di stampo mafioso denominata ‘ndrangheta, nell’ambito dell’operazione di polizia denominata “Reale”. In particolare, in quel contesto, Zumbo, si recava presso l’abitazione del noto boss Giuseppe Pelle, 51 anni, alias Gambazza, capo locale di San Luca, accompagnato dall’altrettanto noto boss Giovanni Ficara, 47 anni, personaggio di spicco della locale operante nella zona sud della città, fornendo ai medesimi notizie coperte dal segreto investigativo, riguardanti l’indagine “Il Crimine”, allora in corso. Ancora, nel settembre 2010, Giovanni Zumbo, è stato colpito da un’ulteriore ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione Piccolo Carro, inerente lo “strumentale” rinvenimento di armi ed esplosivi, in concomitanza con la visita a Reggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Le successive indagini hanno evidenziato la riconducibilità dell’intera vicenda del ritrovamento dell’arsenale nell’autovettura agli interessi criminali ed ai soggetti riconducibili alla cosca Ficara - Latella, permettendo di individuare gravi elementi di prova a carico di Zumbo, quale interprete degli interessi della cosca, del pregiudicato Giovanni Ficara e di Demetrio Domenico Praticò, 50 anni. In conclusione, l’odierna attività conferma come le cosche di ‘ndrangheta continuino a conseguire ingiusti ed illeciti profitti e vantaggi, attraverso il controllo del territorio “di competenza” e delle relative attività economiche e produttive: controllo reso possibile anche all’opera di insospettabili “colletti bianchi” che svolgono funzioni di veri e propri consulenti ed all’utilizzo di numerosi “prestanome” (a loro volta schermati da ulteriori società), ai quali viene attribuita la titolarità - solo formale - di importanti realtà economiche.



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