GUARDIA DI FINANZA REGGIO CALABRIA: Eseguiti 13
fermi nei confronti di altrettanti appartenenti ad una pericolosa associazione
per delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga nel porto di
Gioia Tauro.
Complessivamente sono 61 le persone indagate -
sequestrate oltre 4 tonnellate di cocaina.
E’ in corso di esecuzione, dalle prime luci dell’alba,
una imponente operazione da parte degli uomini della Guardia di Finanza di
Reggio Calabria che ha portato a disarticolare un’associazione per delinquere
responsabile dell’illecita importazione di rilevanti quantitativi di cocaina,
provenienti dal Sud America e diretti in tutta Europa.
I reati contestati sono associazione per delinquere
finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
L’articolata indagine, durata 3 anni, ha consentito
l’emissione di n.13 fermi di indiziato di delitto e di denunciare,
complessivamente, 61 persone, a vario titolo coinvolte nell’illecito traffico e
sequestrare oltre 4 tonnellate di cocaina purissima che, sul mercato,
avrebbero fruttato circa 800 milioni di
Euro.
Le indagini,
coordinate dalla Procura della
Repubblica di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno
portato a rilevare l’esistenza, tra l’altro, di una “squadra” di dipendenti
portuali, operanti all’interno dello scalo marittimo di Gioia Tauro, in grado
di garantire la fuoriuscita dei carichi di cocaina all’esterno dello stesso,
eludendo i serrati controlli di polizia. I soggetti raggiunti da OCCC dell'operazione "Puerto Liberado"
sono:1. Brandimarte Giuseppe classe ’71, ex dipendente di una società di
gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;2. Brandimarte Alfonso
classe ’77, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del
Porto di Gioia Tauro;3. Sgambetterra Gianpietro classe ’85, dipendente di una
società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;4. Ietto
Mario classe ’68, dipendente di una società di gestione della banchina merci
del Porto di Gioia Tauro;5. Cambrea Vinicio classe ’73, dipendente di una
società operante nel sedime portuale;6. Caratozzolo Vincenzo classe ’81, ex
dipendente di una società operante nel sedime portuale;7. Siviglia Francesco
classe ’73, rappresentante legale di una società di trasporti operante nella
piana di Gioia Tauro;8. Condello Giuseppe classe ‘70;9. Gagliostro Rocco classe
’77 ;10. Femia Antonio classe ‘81;11. Calabrò Antonio classe ‘89;12. Crisafi
Vincenzo classe ‘80;13. Campanella Antonio classe ’87.
L’OPERAZIONE PUERTO LIBERADO
Domenico Salvatore
LA NOTIZIA DI MNEWS.IT SU COMUNICATO
UFFICIALE…”OPERAZIONE
“Puerto Liberado”: smantellata
una pericolosa organizzazione criminale infiltrata nel porto di Gioia Tauro.
Eseguiti n. 13 provvedimenti di fermo. Oltre 4 tonnellate di cocaina purissima
sequestrate in tre anni.
I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria – G.I.C.O.
– Sezione G.O.A., coadiuvati dal personale del Comando Provinciale Reggio
Calabria, stanno dando esecuzione a tredici provvedimenti di fermo di indiziato
di delitto, emessi dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti
di altrettanti appartenenti ad una pericolosa organizzazione criminale dedita
al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tipo cocaina, giunta dal
Sud America in Italia attraverso le strutture logistiche dello scalo marittimo
di Gioia Tauro grazie alla complicità di alcuni dipendenti portuali. Nel corso
delle indagini, dal 2011 ad oggi, sono state complessivamente sequestrate oltre
quattro tonnellate di cocaina purissima, che sul mercato avrebbe potuto
fruttare alle cosche di ‘ndrangheta introiti per un valore di circa 800
milioni di euro.
Le indagini, avviate nel marzo del 2011 a seguito del sequestro di una
partita di cocaina giunta occultata all’interno di un container presso lo scalo
gioiese, hanno consentito di individuare l’esistenza di una vera e propria
organizzazione criminale, radicata nel territorio della Piana, che avvalendosi
della fattiva collaborazione di personale infedele della società di gestione della
banchina merci del porto calabrese, provvedeva a far fuoriuscire i carichi di
stupefacente in arrivo dai maggiori porti del Sud America.
Il primo formidabile riscontro alla tesi investigativa è stato ottenuto
nell’ottobre del 2011, allorquando, all’ingresso del porto di Gioia Tauro,
veniva arrestato TRIMARCHI Vincenzo alias il “Merlo”,
dirigente quadro della Società di gestione della banchina merci del porto
gioiese, mentre tentava di allontanarsi trasportando a bordo di un furgone
sedici borsoni contenenti 560 kg circa di cocaina purissima.
L’arresto nel TRIMARCHI consentiva di ancorare il sequestro
dell’ingente partita di stupefacente al sodalizio criminale indagato e
confermava le ipotesi investigative avanzate dagli inquirenti circa l’estesa
ramificazione delle organizzazioni criminali calabresi nei gangli più
importanti del porto di Gioia Tauro.
Infatti, i successivi approfondimenti permettevano di accertare come
l’organizzazione criminale fosse capeggiata da BRANDIMARTE Giuseppe, ex
dipendente della Società di gestione della banchina merci del porto, il quale,
profondo conoscitore delle dinamiche operative all’interno dello scalo, proprio
in virtù dell’esperienza maturata, poteva contare sull’assoluta ed
incondizionata collaborazione di diversi dipendenti infedeli. Membro di spicco
dell’organizzazione si è rivelato essere, altresì, il fratello BRANDIMARTE
Alfonso, anch’egli ex dipendente della Società portuale, il quale ha
assunto le redini della gestione del gruppo criminale a seguito dell’arresto
del fratello Giuseppe per i fatti inerenti la faida BRANDIMARTE -
PRIOLO, vicenda per la quale lo stesso BRANDIMARTE Giuseppe diveniva
bersaglio di un agguato nel centro di Gioia Tauro, al quale sopravviveva
miracolosamente, nonostante i quattordici colpi d’arma da fuoco esplosi ai suoi
danni.
Nonostante due ulteriori ingenti sequestri di circa 622 kg e 100 kg
effettuati rispettivamente nel giugno e nel mese di ottobre 2012, riconducibili
allo stesso sodalizio criminale, le indagini consentivano di appurare la
capacità della predetta organizzazione di mutare repentinamente le proprie metodologie
garantendosi quell’efficienza operativa nonché la necessaria fiducia
accordatagli dalle maggiori cosche di ‘ndgrangheta, infatti veniva
accertato come il gruppo capeggiato dalla famiglia BRANDIMARTE potesse
essere paragonato ad una vera e propria società di servizi, specializzata nella
gestione e nella fuoriuscita dallo scalo portuale calabrese delle partite di
cocaina in arrivo dal Sud America.
Dalle attività tecniche d’intercettazione emergeva, inoltre, come il
compenso per l’organizzazione fosse pagato con una parte del carico importato
corrispondente ad un quantitativo variabile, in relazione al peso specifico
criminale della cosca importatrice, tra il 10 ed il 30% del totale del
carico. Inoltre, veniva appurato come, in taluni casi, considerata la
redditività del business degli stupefacenti, l’organizzazione avesse investito
anche e direttamente nell’importazione della cocaina, inviando i propri
membri a contrattare direttamente con i narcos sudamericani
A seguito dei numerosi sequestri di cocaina effettuati dal personale delle
Fiamme Gialle dello scalo portuale, dalle indagini emergeva inoltre un costante
affinamento delle tecniche studiate dai narcotrafficanti per tentare di eludere
i controlli doganali.
Infatti, in particolare, in una circostanza, nelle comunicazioni intercorse
tra i sodali, ciascuno dotato di un nome di “copertura”, veniva intercettato un
complesso codice alfanumerico con il quale venivano forniti i dati essenziali
da comunicare al personale portuale infedele per individuare la nave ed il
container contenete lo stupefacente.
CODICE
ALFANUMERICO:[…]
Il nome della signora è 56594164426136 […] il cognome è uguale all’altra […] poi segue […] 58574665
AQTETI
[…]
La complessa attività di decodifica del messaggio criptato portava a
sequestrare un carico di prova da 17 kg, con il quale l’organizzazione testava
la nuova modalità d’importazione. Analogamente, nel corso delle indagini,
emergeva costantemente lo studio di nuove metodologie e rotte sulle quali
inviare, inizialmente carichi di modica quantità e di scarsa qualità
(orientativamente tra i 10 ed i 30 kg) per testare la risposta delle forze
dell’ordine preposte al controllo ed eventualmente procedere, in un secondo
momento, all’invio del grosso e purissimo carico.
I soggetti raggiunti dall’odierno provvedimento di fermo sono:
1.
BRANDIMARTE Giuseppe
cl. ’71, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del
Porto di Gioia Tauro;
2.
BRANDIMARTE Alfonso
cl. ’77, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del
Porto di Gioia Tauro;
3.
SGAMBETTERRA Gianpietro
cl. ’85, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto
di Gioia Tauro;
4.
IETTO Mario
cl. ’68, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto
di Gioia Tauro;
5.
CAMBREA Vinicio
cl. ’73, dipendente di una società operante nel sedime portuale;
6.
CARATOZZOLO Vincenzo
cl. ’81, ex dipendente di una società operante nel sedime portuale;
7.
SIVIGLIA Francesco
cl. ’73, rappresentante legale di una società di trasporti operante nella piana
di Gioia Tauro;
8.
CONDELLO Giuseppe
cl. ‘70;
9.
GAGLIOSTRO Rocco
cl. ’77 ;
10.
FEMIA Antonio
cl. ‘81;
11.
CALABRÒ Antonio
cl. ‘89;
12.
CRISAFI Vincenzo
cl. ‘80;
13.
CAMPANELLA Antonio
cl. ’87.
Con l’operazione odierna, è stato inferto un grave colpo alle
organizzazioni criminali calabresi, epurando le strutture logistiche di un
importante porto commerciale, da sempre al centro delle cronache nazionali
quale punto nevralgico d’approdo per il narcotraffico mondiale, dagli elementi
inquinanti infiltratisi che ne compromettevano la legalità anche in danno della
crescita e dello sviluppo delle rotte commerciali e del territorio circostante.”
IL COMMENTO
Avete fatto caso, amici lettori
sovrani, quanti morti ammazzati ruotassero negli anni scorsi, intorno alla costruzione di un dato porto,
porticciolo e perfino darsena? …Belvedere Marittimo, Diamante, Praia a Mare,
Scalea, Amantea, Cetraro, Paola, Gizzeria, Vibo Marina, Pizzo, Tropea, Bagnara,
Gioia Tauro, Palmi, Scilla, Villa S. Giovanni, Reggio Calabria, Saline Joniche,
Bovalino, Siderno, Monasterace, Roccella Jonica, Gioiosa Jonica, Badolato
Marina, Soverato, Crotone Vecchio, Crotone Nuovo, Le Castella, Copanello,
Catanzaro Marina, Cirò Marina, Cariati, Corigliano Calabro, Sibari, Rocca
Imperiale, Roseto Capo Spulico, Trebisacce… altri sono stati pianificati,
programmati, finanziati, appaltati e mai finiti…vedove, orfani, feriti,
ospedale, Tribunale, carcere, sangue, morte rovina e distruzione. Alcuni, da
ristrutturare, ampliare, rilanciare; altri, costruiti di sana pianta. Questa
corsa anzi rincorsa, soprattutto a partire dagli Anni Sessanta. Proprio quando
la vecchia Onorata Società, andava in pensione. Sostituita nel nome dal nuovo
termine, ‘Ndrangheta. Sebbene tanto nuovo poi non fosse. Il poeta e scrittore
ma, anche giornalista, Corrado Alvaro, ne parlò nel 1955, su un articolo,
apparso sul ‘Corriere della Sera’. Fermo restando il Codice della ‘ndrangheta,
che restò valido ed integrale. La pace regnò sovrana sotto l’albero della
scienza…fusto, rifusto, rami, ramoscelli, fiori e foglie Benchè non mancassero
le forzature e le contraddizioni. I pentiti ed i collaboratori di giustizia,
ribadirono che nella vecchia versione, donne, bambini ed anziani fossero
tutelati e salvaguardati, come persone sacre, sante ed inviolabili, “perché”
base, corona e fondamento della “famiglia”. Cambiò la nomenclatura. Alcune
dinastie, montanare o giardinare, paludate di velluto, scarpe grosse, ‘birritta’,
favella e sferra, licenza elementare, se non terza media in tasca, furono
cancellate dall’odio viscerale dei boss e dal piombo dei killers. Altre, di
terza e quarta generazione con il diploma, la laurea, master e
specializzazione, poliglotte; vestiti griffati e kalashnikov, anche business
class aerea, quotazione in borsa, brokers dell’eroina, hashisc e marijuana
prima, della cocaina poi, presero il posto dei “vecchi”. Una delle regole del gioco era quella che non
si dovesse sparare su poliziotti e carabinieri. Infatti il 18 settembre del
1960 solo tra poliziotti, riuscirono a bloccare il famoso Summit di Calanna
:Rocco Furci di Fiumara di Muro, Domenico Benedetto di Scilla, Domenico Nasone
di Fiumara di Muro, Paolo D’Elia di San Procopio, Vincenzo Carbone di Sant’Eufemia
d’Aspromonte, Martino Raso di Gioia Tauro, Antonio Ciccone di Cannitello, Rocco
Fulco di Scilla, Domenico Nasone di Scilla, Antonio Barca di Oppido Mamertina,
non opposero resistenza alcuna.
E nemmeno un agente o carabiniere,
fu ferito a Serro Juncari, il 26 ottobre del 1969, durante l’altrettanto famoso
Summit di Montalto, convocato dal presidente don Peppe Zappia, padrino di San
Martino di Taurianova, che voleva riunire i mandamenti di Reggio Calabria
(Domenico Tripodo), San Luca (Peppe Nirta) e Siderno (Antonio Macrì); Zappia
vsarà ucciso a colpi di lupara il 5 agosto 1993 nella sua San Martino.
Eppure le forze dell’ordine erano
limitate a poche unità… al comando del maresciallo Gregorio Aniello c’erano: i
brigadieri Pasquale Barracato, Francesco Mondo ed Antonino Licandro; l’
appuntato Nicola Manglaviti e le
guardie: Giuseppa Calamusa, Francesco Palma,Vincenzo Leone, Ferdinando Romano,
Antonino Todaro, Natale Mirabile, Piero Sanchez, Antonio Falzarano ,Giuseppe
Zingales, Antonino Fazio,Vincenzo Attianese, Giuseppe Failla, Michele
Tagliaferri e Vito Cantore della Squadra Mobile. I Carabinieri, presenti erano: brigadieri, Pietro Medico ed
Antonio Lombardo, appuntato Nunzio Pagano e carabiniere Antonio Curcuruto del
Nucleo Investigativo). Centotrenta furono identificati subito; una quarantina
successivamente; non si seppe mai chi fossero i cinque incappucciati. Poi venne
la mattanza. Tanto per cominciare…Domenico Tripodo e suo cognato Giacomino
Praticò, i fratelli Giovanni, Giorgio e Paolo di Archi, Carmelo Romeo di
Sambatello, Antonio Macrì di Siderno, Giuseppe Zito e Giuseppe Imerti di
Fiumara di Muro, Demetrio Campolo, Domenico Araniti, Domenico D’Ascola, i
fratelli Furfaro di Taurianova, Felice Arfuso di Ceramida di Bagnara, Pasquale
Albanese, Nicola Pitasi, Domenico Zagarella, Giuseppe Penna, Gaetano Conte,
Vincenzo Zappia, Saverio Festa, Pasquale Siclari, Giuseppe Cartisano, Bruno
Paolo Equisone, Domenico Lupoi, Giuseppe Polimeni, Antonio D’Agostino, Joe Martino,
Giuseppe Raso. Cominciano gli attentati contro polizia, Carabinieri e Guardia
di Finanza, ma anche contro i giudici. Il primo magistrato a cadere in
Calabria, sotto il piombo della ‘ndrangheta è Francesco Ferlaino, ucciso sul
Corso Giovanni Nicotera di Lamezia Terme il 3 luglio 1975 ( il 9 agosto 1991 a
Piale di Campo Calabro, verrà ucciso un altro giudice, Antonino Scopelliti,
sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione; un terzo magistrato,
verrà ucciso dalla ‘ndrangheta a Torino: Bruno Caccia, il 26 giugno 1983).
Arrestati od uccisi, sparivano dalla scena: Angelo Macrì di Delianuova,
Vincenzo Romeo di Bova, Giuseppe Calipari, Giuseppe Polimeni, i fratelli
Mammoliti, Michele Italiano, Guglielmo Priolo, Giuseppe Cotronei, Francesco De
Mercurio, Domenico Timpano, Rocco Janni, Vincenzo Carbone, Domenico Barbaro,
Giuseppe Morena, Pino Scriva, Filippo e Carmine Gerace, Santo Araniti, Nicola
Scali, Girolamo Ielo, Giuseppe Papalia, Salvatore Pellegrino, Vincenzo
Tropeano, Giuseppe Moio, Bruno Polimeni. Orbene, i così detti “cani sciolti”,
non sapevano che farsene della vecchia, obsoleta, superata Onorata Società, che
viveva di abigeato, prodotti ortofrutticoli, guardianie abusive e qualche
piccolo appalto. Volevano da subito il
traffico di stupefacenti, armi ed oro, appalti e sub-appalti in autostrada,
rakett delle estorsioni ecc..
Venne giudicato dai vecchi capibastone,
un passo più lungo della gamba. E fu una strage cruenta e dolorosa. Le nuove
leve della ‘ndrangheta volevano arricchirsi presto e ben bene. I settori da cui trarre benefici erano
svariati, Ma il più rapido era la cocaina e l’eroina. Il problema, non era come
far arrivare gli stupefacenti in Europa ed in Italia, ma come smistarli
capillarmente sul territorio. In quantità industriale per…”lungìri ‘a
carretta”, corrompere banchieri e bancari, giudici ed avvocati, funzionari ed
impiegati, ma anche per pagare gli stipendi dei carcerati e delle loro famiglie;
delle vedove e degli orfani ed ovviamente l’onorario ai legali di fiducia;
altrimenti cause non se ne vincono e le condanne fioccano come la neve a
Courmayeur. Ed allora ecco improvvisa la fioritura di porti, porticciuoli e
darsene, su tutto il territorio nazionale. Le ordinanza della DDA, hanno
chiarito in tutte le salse quanti e quali porti, fossero controllati dalla
mafia. Compresi quelli di Genova, Venezia e Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Ma
soprattutto il mega-porto della Piana di Gioia Tauro, dove la droga sbarca
nell’ordine delle tonnellate. Con il trucco vecchio come il mondo. Corrompere
ad ogni livello e tappare gli occhi degli addetti ai lavori con sacchi di
banconote di grosso taglio. Tanto, ce ne sono a bizzeffe. Innanzitutto, “infilare” od infiltrare
personale affiliato nei punti strategici. Lo Stato è corso ai ripari e si è
attrezzato di mezzi e strumenti tecnologici; ma anche con un controllo più
rigoroso dei…controllori. Il sistema delle piccole quantità di droga da
sacrificare ( ma pur sempre complessivamente, quintali di polverina), per poter
passare i grossi carichi a tonnellate indisturbati, finora ha funzionato molto
bene. Le forze di polizia coordinate dalla magistratura e con l’aiutino dei
pentiti, hanno scandagliato , indagato, approfondito, investigato e si son
fatti un quadro sufficientemente chiaro. La droga arriva in Africa od in
Europa, con la navi, con i sottomarini e con l’aereo. Non si possono
controllare capillarmente tutte le rotte e tenere la tensione sempre alta; ci
sono costi esorbitanti per lo Stato. Mentre l’anti Stato non ha bisogno di
programmare e finanziare, senza sforare il patto di stabilità i la Legge
Finanziaria. Dispone di cifre fanta-miliardarie,
che non ha bisogno di prelevare dalla Banca d’Italia. Serve un coordinamento
delle polizie di tutti i Paesi ed una Normativa mirata ed aggiornata. Leader
mondiale è la ‘ndrangheta, che tratta direttamente con i narcotrafficantes ed
ha piazzato i brokers nei punti strategici del pianeta. Alcuni sono stati
assicurati alla Giustizia, ma la battaglia è lunga. Su questo non hanno dubbio
alcuno i Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato. E nemmeno la
Commissione Parlamentare Antimafia. Neanche gli studiosi del fenomeno, che
hanno scritto fior di libri; giornali, radio e televisione, agenzie di stampa e
comunicazione on line. Sul porto di Gioia Tauro, controllato dai Piromalli-Molè
se non Piromalli-Alvaro, dai Crea, dai Pesce-Bellocco e le altre ‘famiglie’
satelliti, c’è maggiore controllo della magistratura.
“Come è noto, la realizzazione del
porto di Gioia Tauro è stata avviata nella prima metà degli anni '70 in
connessione con il progetto della Cassa del Mezzogiorno per la realizzazione
del 5 ° Centro Siderurgico italiano.Venuta meno tale esigenza all'inizio degli
anni 80, è emerso l'orientamento verso una riconversione del porto come
polifunzionale, anziché come "specializzato per l'industria
siderurgica". In questo contesto, si è configurata la potenzialità di
Gioia Tauro per il "transhipment" di container, trasportati sia da
grandi navi transoceaniche che da piccole navi per la distribuzione di
dettaglio (Feeder). Pertanto, fonte portodigioiatauro.it, è stata avvertita la
necessità di procedere all'istituzione della Capitaneria di Porto (già Ufficio
Circondariale Marittimo), degli uffici di Polizia di Frontiera e della Guardia
di Finanza, della Dogana, del distaccamento dei Vigili del Fuoco. L'attività
del porto ha avuto in breve tempo un formidabile decollo, raggiungendo la quota
di oltre 3 milioni di container/anno movimentati dalla Società MCT, del gruppo
Contship Italia, concessionaria di circa 1,5 milioni di mq. di suolo demaniale
marittimo, che impiega circa 1500 unità lavorative (indotto incluso).Di
conseguenza il porto è stato classificato di rilevanza economica internazionale
con la Legge 27.02.1998 n. 30 e successive modificazioni ed integrazioni,
appartenente alla categoria II classe I ai fini di quanto previsto dall'art. 4
della Legge 28.01.1994 n. 84.Poiché i volumi di traffico portuale hanno
rapidamente raggiunto la soglia prevista dalla Legge 84/94 è stata istituita
l'Autorità Portuale con D.P.R. 16.07.1998; con successivo Decreto del Ministro
dei Trasporti e della Navigazione del 04/08/1998 sono stati fissati i limiti
della sua circoscrizione territoriale. Dal 2 Agosto 1998 al 2 agosto 1999 detta
Autorità è stata affidata al Commissario Straordinario dr. Felice d'Aniello. A
partire da quest'ultima data, è stato nominato Commissario Straordinario il
Gen. (r) Mario Buscemi, Consigliere della Corte dei Conti. Con D.M. 04/12/2001
viene nominato il primo presidente dell'Autorità Portuale di Gioia Tauro,
l'Architetto Giuseppe Guacci, già presidente dell'Autorità Portuale di Taranto.
A seguito della scadenza naturale del mandato del presidente Guacci, dopo un
breve periodo di commissariamento affidato al Direttore Marittimo della
Calabria C.V. (CP) Domenico Picone, con D.M. 20/02/2006 è stato designato quale
presidente l'Ingegnere Giovanni Grimaldi, tutt'ora in carica.Con Decreti
Ministeriali 29/12/2006 e 05/03/2008 la circoscrizione territoriale
dell'Autorità Portuale di Gioia Tauro è stata estesa ai porti di Crotone,
Corigliano Calabro (CS) e Taureana di Palmi (RC); si è realizzato così un
network portuale che fa della stessa un'Authority di sistema.Gli uffici
dell'Autorità Portuale sono ubicati nella palazzina appositamente realizzata
dal Consorzio ASI di Reggio Calabria posta alle spalle dell'edificio che ospita
la Capitaneria di Porto in posizione dominante rispetto al bacino di espansione
del canale portuale.”
Domenico Salvatore
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