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Operazione Puerto Liberado, ma quante tonnellate di cocaina sbarcano a Gioia Tauro? Sequestrate solo...quattro

GUARDIA DI FINANZA REGGIO CALABRIA: Eseguiti 13 fermi nei confronti di altrettanti appartenenti ad una pericolosa associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga nel porto di Gioia Tauro.
Complessivamente sono 61 le persone indagate - sequestrate oltre 4 tonnellate di cocaina.
E’ in corso di esecuzione, dalle prime luci dell’alba, una imponente operazione da parte degli uomini della Guardia di Finanza di Reggio Calabria che ha portato a disarticolare un’associazione per delinquere responsabile dell’illecita importazione di rilevanti quantitativi di cocaina, provenienti dal Sud America e diretti in tutta Europa.
I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
L’articolata indagine, durata 3 anni, ha consentito l’emissione di n.13 fermi di indiziato di delitto e di denunciare, complessivamente, 61 persone, a vario titolo coinvolte nell’illecito traffico e sequestrare oltre 4 tonnellate di cocaina purissima che, sul mercato,  avrebbero fruttato circa 800 milioni di Euro.
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno portato a rilevare l’esistenza, tra l’altro, di una “squadra” di dipendenti portuali, operanti all’interno dello scalo marittimo di Gioia Tauro, in grado di garantire la fuoriuscita dei carichi di cocaina all’esterno dello stesso, eludendo i serrati controlli di polizia. I soggetti raggiunti  da OCCC dell'operazione  "Puerto Liberado" sono:1. Brandimarte Giuseppe classe ’71, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;2. Brandimarte Alfonso classe ’77, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;3. Sgambetterra Gianpietro classe ’85, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;4. Ietto Mario classe ’68, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;5. Cambrea Vinicio classe ’73, dipendente di una società operante nel sedime portuale;6. Caratozzolo Vincenzo classe ’81, ex dipendente di una società operante nel sedime portuale;7. Siviglia Francesco classe ’73, rappresentante legale di una società di trasporti operante nella piana di Gioia Tauro;8. Condello Giuseppe classe ‘70;9. Gagliostro Rocco classe ’77 ;10. Femia Antonio classe ‘81;11. Calabrò Antonio classe ‘89;12. Crisafi Vincenzo classe ‘80;13. Campanella Antonio classe ’87.

L’OPERAZIONE PUERTO LIBERADO
Domenico Salvatore


 LA NOTIZIA DI MNEWS.IT SU COMUNICATO UFFICIALE…”OPERAZIONE “Puerto Liberado”: smantellata una pericolosa organizzazione criminale infiltrata nel porto di Gioia Tauro. Eseguiti n. 13 provvedimenti di fermo. Oltre 4 tonnellate di cocaina purissima sequestrate in tre anni.


I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Reggio Calabria – G.I.C.O. – Sezione G.O.A., coadiuvati dal personale del Comando Provinciale Reggio Calabria, stanno dando esecuzione a tredici provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, emessi dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di altrettanti appartenenti ad una pericolosa organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, tipo cocaina, giunta dal Sud America in Italia attraverso le strutture logistiche dello scalo marittimo di Gioia Tauro grazie alla complicità di alcuni dipendenti portuali. Nel corso delle indagini, dal 2011 ad oggi, sono state complessivamente sequestrate oltre quattro tonnellate di cocaina purissima, che sul mercato avrebbe potuto fruttare alle cosche di ‘ndrangheta introiti per un valore di circa 800 milioni di euro.
Le indagini, avviate nel marzo del 2011 a seguito del sequestro di una partita di cocaina giunta occultata all’interno di un container presso lo scalo gioiese, hanno consentito di individuare l’esistenza di una vera e propria organizzazione criminale, radicata nel territorio della Piana, che avvalendosi della fattiva collaborazione di personale infedele della società di gestione della banchina merci del porto calabrese, provvedeva a far fuoriuscire i carichi di stupefacente in arrivo dai maggiori porti del Sud America.
Il primo formidabile riscontro alla tesi investigativa è stato ottenuto nell’ottobre del 2011, allorquando, all’ingresso del porto di Gioia Tauro, veniva arrestato TRIMARCHI Vincenzo alias il “Merlo”, dirigente quadro della Società di gestione della banchina merci del porto gioiese, mentre tentava di allontanarsi trasportando a bordo di un furgone sedici borsoni contenenti 560 kg circa di cocaina purissima.
L’arresto nel TRIMARCHI consentiva di ancorare il sequestro dell’ingente partita di stupefacente al sodalizio criminale indagato e confermava le ipotesi investigative avanzate dagli inquirenti circa l’estesa ramificazione delle organizzazioni criminali calabresi nei gangli più importanti del porto di Gioia Tauro.
Infatti, i successivi approfondimenti permettevano di accertare come l’organizzazione criminale fosse capeggiata da BRANDIMARTE Giuseppe, ex dipendente della Società di gestione della banchina merci del porto, il quale, profondo conoscitore delle dinamiche operative all’interno dello scalo, proprio in virtù dell’esperienza maturata, poteva contare sull’assoluta ed incondizionata collaborazione di diversi dipendenti infedeli. Membro di spicco dell’organizzazione si è rivelato essere, altresì, il fratello BRANDIMARTE Alfonso, anch’egli ex dipendente della Società portuale, il quale ha assunto le redini della gestione del gruppo criminale a seguito dell’arresto del fratello Giuseppe per i fatti inerenti la faida BRANDIMARTE - PRIOLO, vicenda per la quale lo stesso BRANDIMARTE Giuseppe diveniva bersaglio di un agguato nel centro di Gioia Tauro, al quale sopravviveva miracolosamente, nonostante i quattordici colpi d’arma da fuoco esplosi ai suoi danni.
Nonostante due ulteriori ingenti sequestri di circa 622 kg e 100 kg effettuati rispettivamente nel giugno e nel mese di ottobre 2012, riconducibili allo stesso sodalizio criminale, le indagini consentivano di appurare la capacità della predetta organizzazione di mutare repentinamente le proprie metodologie garantendosi quell’efficienza operativa nonché la necessaria fiducia accordatagli dalle maggiori cosche di ‘ndgrangheta, infatti veniva accertato come il gruppo capeggiato dalla famiglia BRANDIMARTE potesse essere paragonato ad una vera e propria società di servizi, specializzata nella gestione e nella fuoriuscita dallo scalo portuale calabrese delle partite di cocaina in arrivo dal Sud America.
Dalle attività tecniche d’intercettazione emergeva, inoltre, come il compenso per l’organizzazione fosse pagato con una parte del carico importato corrispondente ad un quantitativo variabile, in relazione al peso specifico criminale della cosca importatrice, tra il 10 ed il 30% del totale del carico. Inoltre, veniva appurato come, in taluni casi, considerata la redditività del business degli stupefacenti, l’organizzazione avesse investito anche e  direttamente nell’importazione della cocaina, inviando i propri membri a contrattare direttamente con i narcos sudamericani
A seguito dei numerosi sequestri di cocaina effettuati dal personale delle Fiamme Gialle dello scalo portuale, dalle indagini emergeva inoltre un costante affinamento delle tecniche studiate dai narcotrafficanti per tentare di eludere i controlli doganali.
Infatti, in particolare, in una circostanza, nelle comunicazioni intercorse tra i sodali, ciascuno dotato di un nome di “copertura”, veniva intercettato un complesso codice alfanumerico con il quale venivano forniti i dati essenziali da comunicare al personale portuale infedele per individuare la nave ed il container contenete lo stupefacente.
CODICE ALFANUMERICO:[…]
Il nome della signora è 56594164426136 […] il cognome è uguale all’altra […] poi segue […] 58574665 AQTETI
[…]
La complessa attività di decodifica del messaggio criptato portava a sequestrare un carico di prova da 17 kg, con il quale l’organizzazione testava la nuova modalità d’importazione. Analogamente, nel corso delle indagini, emergeva costantemente lo studio di nuove metodologie e rotte sulle quali inviare, inizialmente carichi di modica quantità e di scarsa qualità (orientativamente tra i 10 ed i 30 kg) per testare la risposta delle forze dell’ordine preposte al controllo ed eventualmente procedere, in un secondo momento, all’invio del grosso e purissimo carico.
I soggetti raggiunti dall’odierno provvedimento di fermo sono:

1.             BRANDIMARTE Giuseppe cl. ’71, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;
2.           BRANDIMARTE Alfonso cl. ’77, ex dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;
3.           SGAMBETTERRA Gianpietro cl. ’85, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;
4.           IETTO Mario cl. ’68, dipendente di una società di gestione della banchina merci del Porto di Gioia Tauro;
5.            CAMBREA Vinicio cl. ’73, dipendente di una società operante nel sedime portuale;
6.           CARATOZZOLO Vincenzo cl. ’81, ex dipendente di una società operante nel sedime portuale;
7.            SIVIGLIA Francesco cl. ’73, rappresentante legale di una società di trasporti operante nella piana di Gioia Tauro;
8.           CONDELLO Giuseppe cl. ‘70;
9.           GAGLIOSTRO Rocco cl. ’77 ;
10.       FEMIA Antonio cl. ‘81;
11.         CALABRÒ Antonio cl. ‘89;
12.       CRISAFI Vincenzo cl. ‘80;
13.       CAMPANELLA Antonio cl. ’87.
Con l’operazione odierna, è stato inferto un grave colpo alle organizzazioni criminali calabresi, epurando le strutture logistiche di un importante porto commerciale, da sempre al centro delle cronache nazionali quale punto nevralgico d’approdo per il narcotraffico mondiale, dagli elementi inquinanti infiltratisi che ne compromettevano la legalità anche in danno della crescita e dello sviluppo delle rotte commerciali e del territorio circostante.”


IL COMMENTO
Avete fatto caso, amici lettori sovrani, quanti morti ammazzati ruotassero negli anni scorsi,  intorno alla costruzione di un dato porto, porticciolo e perfino darsena? …Belvedere Marittimo, Diamante, Praia a Mare, Scalea, Amantea, Cetraro, Paola, Gizzeria, Vibo Marina, Pizzo, Tropea, Bagnara, Gioia Tauro, Palmi, Scilla, Villa S. Giovanni, Reggio Calabria, Saline Joniche, Bovalino, Siderno, Monasterace, Roccella Jonica, Gioiosa Jonica, Badolato Marina, Soverato, Crotone Vecchio, Crotone Nuovo, Le Castella, Copanello, Catanzaro Marina, Cirò Marina, Cariati, Corigliano Calabro, Sibari, Rocca Imperiale, Roseto Capo Spulico, Trebisacce… altri sono stati pianificati, programmati, finanziati, appaltati e mai finiti…vedove, orfani, feriti, ospedale, Tribunale, carcere, sangue, morte rovina e distruzione. Alcuni, da ristrutturare, ampliare, rilanciare; altri, costruiti di sana pianta. Questa corsa anzi rincorsa, soprattutto a partire dagli Anni Sessanta. Proprio quando la vecchia Onorata Società, andava in pensione. Sostituita nel nome dal nuovo termine, ‘Ndrangheta. Sebbene tanto nuovo poi non fosse. Il poeta e scrittore ma, anche giornalista, Corrado Alvaro, ne parlò nel 1955, su un articolo, apparso sul ‘Corriere della Sera’. Fermo restando il Codice della ‘ndrangheta, che restò valido ed integrale. La pace regnò sovrana sotto l’albero della scienza…fusto, rifusto, rami, ramoscelli, fiori e foglie Benchè non mancassero le forzature e le contraddizioni. I pentiti ed i collaboratori di giustizia, ribadirono che nella vecchia versione, donne, bambini ed anziani fossero tutelati e salvaguardati, come persone sacre, sante ed inviolabili, “perché” base, corona e fondamento della “famiglia”. Cambiò la nomenclatura. Alcune dinastie, montanare o giardinare, paludate di velluto, scarpe grosse, ‘birritta’, favella e sferra, licenza elementare, se non terza media in tasca, furono cancellate dall’odio viscerale dei boss e dal piombo dei killers. Altre, di terza e quarta generazione con il diploma, la laurea, master e specializzazione, poliglotte; vestiti griffati e kalashnikov, anche business class aerea, quotazione in borsa, brokers dell’eroina, hashisc e marijuana prima, della cocaina poi, presero il posto dei “vecchi”.  Una delle regole del gioco era quella che non si dovesse sparare su poliziotti e carabinieri. Infatti il 18 settembre del 1960 solo tra poliziotti, riuscirono a bloccare il famoso Summit di Calanna :Rocco Furci di Fiumara di Muro, Domenico Benedetto di Scilla, Domenico Nasone di Fiumara di Muro, Paolo D’Elia di San Procopio, Vincenzo Carbone di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Martino Raso di Gioia Tauro, Antonio Ciccone di Cannitello, Rocco Fulco di Scilla, Domenico Nasone di Scilla, Antonio Barca di Oppido Mamertina, non opposero resistenza alcuna.

E nemmeno un agente o carabiniere, fu ferito a Serro Juncari, il 26 ottobre del 1969, durante l’altrettanto famoso Summit di Montalto, convocato dal presidente don Peppe Zappia, padrino di San Martino di Taurianova, che voleva riunire i mandamenti di Reggio Calabria (Domenico Tripodo), San Luca (Peppe Nirta) e Siderno (Antonio Macrì); Zappia vsarà ucciso a colpi di lupara il 5 agosto 1993 nella sua San Martino. Eppure  le forze dell’ordine erano limitate a poche unità… al comando del maresciallo Gregorio Aniello c’erano: i brigadieri Pasquale Barracato, Francesco Mondo ed Antonino Licandro; l’ appuntato Nicola Manglaviti e  le guardie: Giuseppa Calamusa, Francesco Palma,Vincenzo Leone, Ferdinando Romano, Antonino Todaro, Natale Mirabile, Piero Sanchez, Antonio Falzarano ,Giuseppe Zingales, Antonino Fazio,Vincenzo Attianese, Giuseppe Failla, Michele Tagliaferri e Vito Cantore della Squadra Mobile. I Carabinieri,  presenti erano: brigadieri, Pietro Medico ed Antonio Lombardo, appuntato Nunzio Pagano e carabiniere Antonio Curcuruto del Nucleo Investigativo). Centotrenta furono identificati subito; una quarantina successivamente; non si seppe mai chi fossero i cinque incappucciati. Poi venne la mattanza. Tanto per cominciare…Domenico Tripodo e suo cognato Giacomino Praticò, i fratelli Giovanni, Giorgio e Paolo di Archi, Carmelo Romeo di Sambatello, Antonio Macrì di Siderno, Giuseppe Zito e Giuseppe Imerti di Fiumara di Muro, Demetrio Campolo, Domenico Araniti, Domenico D’Ascola, i fratelli Furfaro di Taurianova, Felice Arfuso di Ceramida di Bagnara, Pasquale Albanese, Nicola Pitasi, Domenico Zagarella, Giuseppe Penna, Gaetano Conte, Vincenzo Zappia, Saverio Festa, Pasquale Siclari, Giuseppe Cartisano, Bruno Paolo Equisone, Domenico Lupoi, Giuseppe Polimeni, Antonio D’Agostino, Joe Martino, Giuseppe Raso. Cominciano gli attentati contro polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ma anche contro i giudici. Il primo magistrato a cadere in Calabria, sotto il piombo della ‘ndrangheta è Francesco Ferlaino, ucciso sul Corso Giovanni Nicotera di Lamezia Terme il 3 luglio 1975 ( il 9 agosto 1991 a Piale di Campo Calabro, verrà ucciso un altro giudice, Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione; un terzo magistrato, verrà ucciso dalla ‘ndrangheta a Torino: Bruno Caccia, il 26 giugno 1983). Arrestati od uccisi, sparivano dalla scena: Angelo Macrì di Delianuova, Vincenzo Romeo di Bova, Giuseppe Calipari, Giuseppe Polimeni, i fratelli Mammoliti, Michele Italiano, Guglielmo Priolo, Giuseppe Cotronei, Francesco De Mercurio, Domenico Timpano, Rocco Janni, Vincenzo Carbone, Domenico Barbaro, Giuseppe Morena, Pino Scriva, Filippo e Carmine Gerace, Santo Araniti, Nicola Scali, Girolamo Ielo, Giuseppe Papalia, Salvatore Pellegrino, Vincenzo Tropeano, Giuseppe Moio, Bruno Polimeni. Orbene, i così detti “cani sciolti”, non sapevano che farsene della vecchia, obsoleta, superata Onorata Società, che viveva di abigeato, prodotti ortofrutticoli, guardianie abusive e qualche piccolo  appalto. Volevano da subito il traffico di stupefacenti, armi ed oro, appalti e sub-appalti in autostrada, rakett delle estorsioni ecc..

Venne giudicato dai vecchi capibastone, un passo più lungo della gamba. E fu una strage cruenta e dolorosa. Le nuove leve della ‘ndrangheta volevano arricchirsi presto e ben bene.  I settori da cui trarre benefici erano svariati, Ma il più rapido era la cocaina e l’eroina. Il problema, non era come far arrivare gli stupefacenti in Europa ed in Italia, ma come smistarli capillarmente sul territorio. In quantità industriale per…”lungìri ‘a carretta”, corrompere banchieri e bancari, giudici ed avvocati, funzionari ed impiegati, ma anche per pagare gli stipendi dei carcerati e delle loro famiglie; delle vedove e degli orfani ed ovviamente l’onorario ai legali di fiducia; altrimenti cause non se ne vincono e le condanne fioccano come la neve a Courmayeur. Ed allora ecco improvvisa la fioritura di porti, porticciuoli e darsene, su tutto il territorio nazionale. Le ordinanza della DDA, hanno chiarito in tutte le salse quanti e quali porti, fossero controllati dalla mafia. Compresi quelli di Genova, Venezia e Napoli, Palermo e Reggio Calabria. Ma soprattutto il mega-porto della Piana di Gioia Tauro, dove la droga sbarca nell’ordine delle tonnellate. Con il trucco vecchio come il mondo. Corrompere ad ogni livello e tappare gli occhi degli addetti ai lavori con sacchi di banconote di grosso taglio. Tanto, ce ne sono a bizzeffe.  Innanzitutto, “infilare” od infiltrare personale affiliato nei punti strategici. Lo Stato è corso ai ripari e si è attrezzato di mezzi e strumenti tecnologici; ma anche con un controllo più rigoroso dei…controllori. Il sistema delle piccole quantità di droga da sacrificare ( ma pur sempre complessivamente, quintali di polverina), per poter passare i grossi carichi a tonnellate indisturbati, finora ha funzionato molto bene. Le forze di polizia coordinate dalla magistratura e con l’aiutino dei pentiti, hanno scandagliato , indagato, approfondito, investigato e si son fatti un quadro sufficientemente chiaro. La droga arriva in Africa od in Europa, con la navi, con i sottomarini e con l’aereo. Non si possono controllare capillarmente tutte le rotte e tenere la tensione sempre alta; ci sono costi esorbitanti per lo Stato. Mentre l’anti Stato non ha bisogno di programmare e finanziare, senza sforare il patto di stabilità i la Legge Finanziaria. Dispone di  cifre fanta-miliardarie, che non ha bisogno di prelevare dalla Banca d’Italia. Serve un coordinamento delle polizie di tutti i Paesi ed una Normativa mirata ed aggiornata. Leader mondiale è la ‘ndrangheta, che tratta direttamente con i narcotrafficantes ed ha piazzato i brokers nei punti strategici del pianeta. Alcuni sono stati assicurati alla Giustizia, ma la battaglia è lunga. Su questo non hanno dubbio alcuno i Carabinieri, la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato. E nemmeno la Commissione Parlamentare Antimafia. Neanche gli studiosi del fenomeno, che hanno scritto fior di libri; giornali, radio e televisione, agenzie di stampa e comunicazione on line. Sul porto di Gioia Tauro, controllato dai Piromalli-Molè se non Piromalli-Alvaro, dai Crea, dai Pesce-Bellocco e le altre ‘famiglie’ satelliti, c’è maggiore controllo della magistratura.

“Come è noto, la realizzazione del porto di Gioia Tauro è stata avviata nella prima metà degli anni '70 in connessione con il progetto della Cassa del Mezzogiorno per la realizzazione del 5 ° Centro Siderurgico italiano.Venuta meno tale esigenza all'inizio degli anni 80, è emerso l'orientamento verso una riconversione del porto come polifunzionale, anziché come "specializzato per l'industria siderurgica". In questo contesto, si è configurata la potenzialità di Gioia Tauro per il "transhipment" di container, trasportati sia da grandi navi transoceaniche che da piccole navi per la distribuzione di dettaglio (Feeder). Pertanto, fonte portodigioiatauro.it, è stata avvertita la necessità di procedere all'istituzione della Capitaneria di Porto (già Ufficio Circondariale Marittimo), degli uffici di Polizia di Frontiera e della Guardia di Finanza, della Dogana, del distaccamento dei Vigili del Fuoco. L'attività del porto ha avuto in breve tempo un formidabile decollo, raggiungendo la quota di oltre 3 milioni di container/anno movimentati dalla Società MCT, del gruppo Contship Italia, concessionaria di circa 1,5 milioni di mq. di suolo demaniale marittimo, che impiega circa 1500 unità lavorative (indotto incluso).Di conseguenza il porto è stato classificato di rilevanza economica internazionale con la Legge 27.02.1998 n. 30 e successive modificazioni ed integrazioni, appartenente alla categoria II classe I ai fini di quanto previsto dall'art. 4 della Legge 28.01.1994 n. 84.Poiché i volumi di traffico portuale hanno rapidamente raggiunto la soglia prevista dalla Legge 84/94 è stata istituita l'Autorità Portuale con D.P.R. 16.07.1998; con successivo Decreto del Ministro dei Trasporti e della Navigazione del 04/08/1998 sono stati fissati i limiti della sua circoscrizione territoriale. Dal 2 Agosto 1998 al 2 agosto 1999 detta Autorità è stata affidata al Commissario Straordinario dr. Felice d'Aniello. A partire da quest'ultima data, è stato nominato Commissario Straordinario il Gen. (r) Mario Buscemi, Consigliere della Corte dei Conti. Con D.M. 04/12/2001 viene nominato il primo presidente dell'Autorità Portuale di Gioia Tauro, l'Architetto Giuseppe Guacci, già presidente dell'Autorità Portuale di Taranto. A seguito della scadenza naturale del mandato del presidente Guacci, dopo un breve periodo di commissariamento affidato al Direttore Marittimo della Calabria C.V. (CP) Domenico Picone, con D.M. 20/02/2006 è stato designato quale presidente l'Ingegnere Giovanni Grimaldi, tutt'ora in carica.Con Decreti Ministeriali 29/12/2006 e 05/03/2008 la circoscrizione territoriale dell'Autorità Portuale di Gioia Tauro è stata estesa ai porti di Crotone, Corigliano Calabro (CS) e Taureana di Palmi (RC); si è realizzato così un network portuale che fa della stessa un'Authority di sistema.Gli uffici dell'Autorità Portuale sono ubicati nella palazzina appositamente realizzata dal Consorzio ASI di Reggio Calabria posta alle spalle dell'edificio che ospita la Capitaneria di Porto in posizione dominante rispetto al bacino di espansione del canale portuale.”     Domenico Salvatore

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