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Rino &The Swing Orchestra. Quando la passione per la musica corre sulle note del jazz

Quando incontro Serafino Napoli, in arte Rino, per saperne di più sulle sue rêverie musicali è un pomeriggio assolato d’un inizio aprile amabile quanto bizzarro. Un cielo terso e brillante accompagna, all’aperto, un buon caffè postprandiale. E - tra una battuta ed una riflessione sull’universo mondo – la nostra conversazione conviviale scivola, e pure, velocemente verso le forre di un macrocosmo artistico (peraltro a me quasi del tutto ignoto, ndr) ma da cui confesso, sono assolutamente attratto. Colpisce il fecondo vitalismo di un artista a tutto tondo con le idee chiarissime, che nonostante la giovane età ha saputo ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama musicale regionale grazie ad un talento portentoso: una voce notevole, con una timbrica assolutamente inconfondibile legata ad un genere inconsueto ma straordinariamente ricco, il jazz. Un connubio pieno e ricco di significati, che è impossibile trascurare. Una storia che narra d’una passione lontana dai luoghi comuni quella di Rino, che prende forma già all’età di otto anni, accanto allo zio artista ed organizzatore di eventi a Palmi e che spinge un fuoco sottotraccia ad alimentarsi con tenacia fino alla definitiva scelta, quella cioè di dedicare anima e voce ad una missione: le performance emozionali. E’ del 2008 l’incontro – quasi del tutto casuale – con quella che diverrà poi la “Swing Tribute Orchesta” nell’ambito conviviale di un banchetto nuziale. Cinque orchestrali siciliani che suonano e lui coinvolto nell’esecuzione imprevista di un pezzo. «Personalmente non credo nel destino – mi conferma Rino – ma credo di poter dire che ci siamo trovati a condividere, nel posto giusto, il momento giusto». E’ quindi scocca la scintilla d’un amore a prima vista, che fa si che questo gruppo si affiati e vincoli - solo per provare i brani – quasi 300 chilometri a settimana ed un numero altrettanto sterminato di ore per sperimentare genere e modellare una scaletta da offrire al pubblico che ha come punti di riferimento dei capisaldi, mostri sacri del panorama musicale internazionale come Sinatra, Duke Ellington e Michael Bublè, che faranno da filo rosso conduttore alla proposta artistica di Rino e della sua band. E se le strade a volte uniscono, a volte divergono e sfociano in percorsi diversi per via delle scelte personali. I musicisti cofondatori della band si disperdono, ma non con essi la voglia di Rino di proseguire quella strada, faticosa, verso la conquista di risultati più prestigiosi. «Non mi sono abbattuto - prosegue – ed anzi, ho ricostituito la band ingrandendola ed imprimendo un’impronta, se possibile, ancor più personale». Tant’è che oggi la nuova “Rino & The Swing Orchestra” consta di 14 elementi tra frontman, fiati, percussioni e strumenti a corda provenienti dal conservatorio Cilea ma anche dalle bande musicali locali, una vera miniera di bravure autoctone. Quindi la devozione al jazz, la musica da getto con l’esecuzione magistrale di composizioni famose riadattate alla timbrica portentosa di questo gioviale ragazzone calabrese. «Quando vengo paragonato a qualche altro artista, mi intristisco molto – confessa – perché è come se mi facessero perdere un po’ della mia autostima. Io sono io, e vorrei essere riconosciuto dalla gente proprio per la peculiarità della mia voce e non per via di comparazioni falsate da stereotipi o ridondanze legate alla notorietà». La musica, tutto si fa per lei, per questa musa appassionata che si sposa solo per caparbia inclinazione frammista a sofferenza, capace di dare tanto pur essendo un’esigentissima maestra non solo di arte ma di vita che impone scientemente parecchio sacrificio ma capace altrettanto di dispensare – nei suoi discenti – un inatteso appagamento. «Mentre suoniamo ciascuno di noi trasmette la propria personalità alla band. E questo grazie al genere che proponiamo, lo swing-jazz, ancora non molto permeato nella cultura musicale del sud. Per noi la musica diviene un momento magico, un trasporto affascinato ed affascinante, denso di sentimenti: diciamo che rappresenta un po’ l’esternazione inconsapevole di noi stessi verso gli altri». Un viaggio intenso, tanti desideri, molte rinunzie ma una grande tenacia che permette al gruppo l’esibizione praticamente ininterrotta durante il corso dell’anno speso tra ricevimenti, concerti e spettacoli al chiuso ed all’aperto che ne hanno fatto un’agenzia di riferimento per l’intrattenimento musicale in Calabria e fuori. «Per noi soddisfazione – dice condensando le esperienze ed aggrottando la ciglia - vuol dire regalare emozioni al pubblico. La stilla d’una lacrima che riga il volto, uno sguardo attento e curioso lanciato sul palco ma anche un sorriso compiacente che sa di approvazione. Assaporare tutto questo insieme di sentimenti non ha prezzo». Al sud, in Calabria, nella Piana, è pur vero che c’è ancora tanto lavoro da fare sul versante culturale per trasfondere il gradimento verso un genere musicale inesplorato ma gravido di sensibilità tutt’ora chiaramente recondite ed introspettive. Ma è anche stata la molla che ha fatto in modo di calibrare meglio l’impegno a crederci e rimanere in una terra dove troppo spesso l’unico gateway a buon mercato è stato l’emigrazione; uno sforzo aggiuntivo a colmare – anche sotto questo punto di vista - il gap culturale con altra realtà italiane e mitteleuropee, affondando ancor meglio le radici in una terra prospera e millenaria da dove suggere linfa vitale per recuperare il meritato riscatto intellettuale. «Noi – rivela Rino - vogliamo cercare di cambiare le cose, qui a casa nostra, nella nostra terra perché alla fine è sempre più difficile essere profeti in patria che altrove, dove si potrebbero avere più chance. Questa è la nostra missione, la mia in particolare. Io ho sempre puntato tutto su me stesso: sono, come dico sempre, all-in. E per crescere purtroppo servono tanti no ed i giusti si. Ma io sono un inguaribile ottimista». Un artista poliedrico con un gruppo affiatato col naso puntato dritto al successo, con parecchia ambizione e senza mezze misure. Successo inteso come «quella rara possibilità – chiarisce l’artista palmese – che qualcuno apprezzi il tuo lavoro e te ne riconosca i meriti». Successo inteso anche come traguardo, come obiettivo intermedio e mai finale perché prosegue «raggiunta una meta, ce n’è subito un’altra, collocata un tratto più avanti, da conseguire. Non bisogna mai fare l’errore letale di sentirsi arrivati. Al contrario, bisogna sforzarsi di rimanere il più possibile artisticamente affamati. E’ questa secondo me la chiave di volta». Ed è il mantra che funge da collante per l’intero gruppo che da qualche tempo s’è messo ad accarezzare il sogno - che sente sempre più vicino e realizzabile per via della conquistata consapevolezza che crescere significhi anche sapersi mettere in gioco -  di realizzare un proprio cd, una raccolta di brani inediti e di tracce godibili da offrire al giudizio severo del grande pubblico che finora ha sembrato cogliere ed apprezzare le sfumature vive di una band che si è saputa guadagnare – quotandosi per bravura - l’approvazione sul palco. Perché, in fondo, la verità è che certe cose si possono dire solo con gli occhi. Il resto è soltanto rumore.

 

Giuseppe Campisi


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