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Polistena, presentato "Maledetto Sud" di Vito Teti. Per liberarsi dal "ricatto" dell'essere meridionale


Polistena (Reggio Calabria) – La voglia di riscatto come prerogativa fondamentale per risollevarsi dal pregiudizio e dai falsi stereotipi, per riabilitarsi da un cliché che vede i meridionali ed i calabresi sempre soccombenti loro malgrado, in una sorta di forzatura all'adeguamento al ribasso rispetto ai detrattori. Ma anche un'analisi assai lucida e quanto mai severa sulle "colpe" ataviche che accompagnano la nostra storia di meridionali dalla farsa dell'unificazione in avanti. E' la sintesi di ciò che è emerso dalla presentazione a Polistena di "Maledetto Sud" il lavoro del prof. Vito Teti, ordinario di Etnologia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della Calabria, fortemente voluto dalla vulcanica intraprendenza culturale della docente di lettere del liceo "Rechichi" Rosanna Giovinazzo e patrocinata dal dirigente Giovanni Laruffa, il quale introducendo i lavori ha parlato di opinioni falsate e pulsioni antimeridionaliste «che non ci hanno mai invero abbandonato, e verso le quali dovremmo fare - peraltro – ammenda, palesando le nostre mancanze, accertato che si è permessa una certa connivenza tra il peggiore sud ed il peggiore nord». 

Il taglio etnologico dell'iniziativa è stato illustrato al giovane uditorio degli studenti del "Rechichi" dalla professoressa Giovinazzo, la quale si è soffermata sull'importanza verso l'educazione alla lettura, esaminata sotto la lente preoccupata della carenza a tale inclinazione per poi passare a chiarire «l'importanza della riscoperta dell'orgoglio di essere meridionali e calabresi, alla luce di un percorso nuovo di riscatto e ricostruzione identitaria che passa necessariamente attraverso la spinta al cambiamento delle menti e dei comportamenti». Lo studioso vibonese ha posto l'accento sui vari aspetti che compongono il suo manoscritto, iniziando dalla conoscenza e dalla comprensione del territorio in cui si vive quale fondamento base per poter confutare le teorie discriminatorie troppo spesso cucite addosso ai meridionali per puro preconcetto. «La Calabria – ha detto Teti – non deve essere vista come un luogo lontano ed incomprensibile, quasi leggendario o - come soleva dire Alvaro – come una sorta di geografia romantica che quasi mai corrisponde alla realtà, percepita più come terra di ndrangheta che non di cultura. La confutazione a queste errate argomentazioni la possiamo trovare dentro di noi, nella nostra storia e finanche nelle fatiche quotidiane sopportate sin da infanti per poter sopravvivere». L'opera di denigrazione avviata scientemente da Lombroso ed altri faziosi studiosi del tempo contribuì e non poco a generare l'infausta teoria della "razza maledetta" in riferimento alla chiaramente mendace inferiorità dei meridionali, sfociando in una vera e propria teoria razzista. 

«E quando non fu per razza fu per cultura – ha proseguito Teti – che fummo ritenuti inferiori. Ed ecco che ad un pregiudizio esterno rispondemmo con un'elaborazione difensiva: la fuga, il rifugio sicuro nel passato greco-romano, per auto-assolverci dalle evidenti mancanze e poter vivere di rendita. Ma mitizzare il passato non poteva e non può essere sufficiente». Bisogna «uscire dal ricatto di sentirsi meridionali – ha avvertito Teti - e pertanto occorre fare i conti con se stessi, dapprima persuasi e poi conseguenti nelle azioni. Occorre comprendere che per evolvere questa nostra Calabria perennemente incompiuta, bisogna anzitutto prendere consapevolezza e superare i suoi stridenti contrasti».

Giuseppe Campisi 

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