Con una poesia inedita Il Canto di Pitagora ricordo Francesco Grisi morto il 4 aprile di 15 anni fa
di. Pierfranco. Bruni
Il 4 aprile del 1999, era di Pasqua, moriva Francesco Grisi. Era nato da genitori calabresi, di Cutro, il 9 maggio del 1927. Una vita dentro la letteratura. Una vita per raccontate.
Sempre si racconta. Anche quando le parole non si scrivono. Anche quando le parole vengono taciute. Anche quando le parole non dicono. Sono trascorsi tre lustri e tante lune hanno illuminato il cammino lungo le vie delle tende. Francesco l'ho conosciuto a Roma.
Era la fine di ottobre. Libreria Croce. Corso Vittorio Emanuele. Roma è stata sempre una città che accoglie. Non ha mai allontanato nessuno. Una città dei mediterranei diffusi e degli Occidenti che si cercano negli Orienti. Dunque. Si presentava un libro di Alberto Bevilacqua.
Ho ascoltato l'intervento di Grisi. Le sue parole erano impastate di malinconia e di ironia. Parlò dell'amore e del senso di morte che ogni amore richiama tra gli echi di uno spazio che si vorrebbe nel quadrante del tempo infinito. Citò una frase di uno scrittore che sarebbe morto dopo qualche giorno. Giuseppe Berto. Bisogna poter scrivere fino al punto di non scrivere più perché si deve avere la consapevolezza che anche quando si dice la verità l'altro podda pensare che sia finzione.
Grisi è stato sempre un giocoliere nel circo dei clown che conoscono il riso e la beffa, la cialtroneria e il senso tragico, la vita fino a sfidare le ira degli dei e la preveggenza di Tiresia. L'ho rivisto soltanto qualche giorno dopo ai funerali di Giuseppe Berto. Conoscevo Berto, allora, soltanto perché era l'autore di "Anonimo veneziano". Un film e in testo che hanno segnato non sola la mia vita di scrittore, ma anche il mio tracciare l'esistenza. Poi ho conosciuto tutti gli scritti Berto. E Berto era molto amico di Grisi.
Allora, altre lune ancora hanno solcato le orme e i passi sono diventati pesanti e scavati nel furore degli anni. 1978. Anno in cui ho conosciuto Grisi e Bevilacqua. Anno in cui sono morti Berto e Silone. È l'anno in cui mi sono laureato.
Avevo già pubblicato tre libri. Ma da quel tempo in poi il mosaico della mia vita vive i suoi labirinti tra le età che non smettono la conta. I romanzi le poesie la critica dello sguardo di Grisi sarà il mio riferimento.
Cosa ricordare ancora dopo i miei tanti libri che gli ho dedicato? Ho scritto con devozione. Con cuore amico, come intitolammo un mio libro del 1990 che ebbe numerose edizioni. Ho scritto su Grisi con la consapevolezza di sostenerlo e di proporlo sempre come uno scrittore faro.
Siamo stati sempre del parere, io e lui, che non esistono scrittori maggiori o minori come non esiste la letteratura maggiore o minore. Esiste lo scrittore. Esiste la letteratura. La miseria di chi non sa leggete o di chi legge con gli occhi rivolti alle sovrastrutture ideologiche può inventarsi classificazioni. Il vero critico è sempre uno scrittore, ma spesso la sua anima ha la leggerezza del vuoto. Comunque, Francesco Grisi a 15 anni dalla morte resta uno scrittore faro. Soprattutto oggi che la cronaca la si impone come uno spazio letterario. Il resto non è vicino alla noia, è noia.
Come ricordarlo,allora? Vin dei verso inediti che spesso mi fanno compagnia tra i suoi inediti.
Così.
*
IL CANTO DI PITAGORA
Ho vissuto l'infinito tra strade
battute dal mare,
ma non ho mai abbandonato
lo scoglio di Pitagora.
Lì dove le onde
abitano le rocce
e le sirene
cantano
l'ultimo suono di Ulisse.
Sono sceso
sino alle radici
per raccogliere
le memorie dei secoli
e custodirle
nei giorni
della Terra Promessa.
Le donne dai riccioli neri
danzano
tra i numeri di Pitagora
e il canto
ha le malinconie delle partenze
nei viaggi dell'infinito.
Cercare un ritorno
è come aspettate mio padre
sul cancello del giardino
mentre coltiva orchidee nel vento
e rose tra i rossi papaveri.
L'ultimo canto di Pitagora
è soltanto un soffio di mare.
1998, Cutro
di. Pierfranco. Bruni
Il 4 aprile del 1999, era di Pasqua, moriva Francesco Grisi. Era nato da genitori calabresi, di Cutro, il 9 maggio del 1927. Una vita dentro la letteratura. Una vita per raccontate.
Sempre si racconta. Anche quando le parole non si scrivono. Anche quando le parole vengono taciute. Anche quando le parole non dicono. Sono trascorsi tre lustri e tante lune hanno illuminato il cammino lungo le vie delle tende. Francesco l'ho conosciuto a Roma.
Era la fine di ottobre. Libreria Croce. Corso Vittorio Emanuele. Roma è stata sempre una città che accoglie. Non ha mai allontanato nessuno. Una città dei mediterranei diffusi e degli Occidenti che si cercano negli Orienti. Dunque. Si presentava un libro di Alberto Bevilacqua.
Ho ascoltato l'intervento di Grisi. Le sue parole erano impastate di malinconia e di ironia. Parlò dell'amore e del senso di morte che ogni amore richiama tra gli echi di uno spazio che si vorrebbe nel quadrante del tempo infinito. Citò una frase di uno scrittore che sarebbe morto dopo qualche giorno. Giuseppe Berto. Bisogna poter scrivere fino al punto di non scrivere più perché si deve avere la consapevolezza che anche quando si dice la verità l'altro podda pensare che sia finzione.
Grisi è stato sempre un giocoliere nel circo dei clown che conoscono il riso e la beffa, la cialtroneria e il senso tragico, la vita fino a sfidare le ira degli dei e la preveggenza di Tiresia. L'ho rivisto soltanto qualche giorno dopo ai funerali di Giuseppe Berto. Conoscevo Berto, allora, soltanto perché era l'autore di "Anonimo veneziano". Un film e in testo che hanno segnato non sola la mia vita di scrittore, ma anche il mio tracciare l'esistenza. Poi ho conosciuto tutti gli scritti Berto. E Berto era molto amico di Grisi.
Allora, altre lune ancora hanno solcato le orme e i passi sono diventati pesanti e scavati nel furore degli anni. 1978. Anno in cui ho conosciuto Grisi e Bevilacqua. Anno in cui sono morti Berto e Silone. È l'anno in cui mi sono laureato.
Avevo già pubblicato tre libri. Ma da quel tempo in poi il mosaico della mia vita vive i suoi labirinti tra le età che non smettono la conta. I romanzi le poesie la critica dello sguardo di Grisi sarà il mio riferimento.
Cosa ricordare ancora dopo i miei tanti libri che gli ho dedicato? Ho scritto con devozione. Con cuore amico, come intitolammo un mio libro del 1990 che ebbe numerose edizioni. Ho scritto su Grisi con la consapevolezza di sostenerlo e di proporlo sempre come uno scrittore faro.
Siamo stati sempre del parere, io e lui, che non esistono scrittori maggiori o minori come non esiste la letteratura maggiore o minore. Esiste lo scrittore. Esiste la letteratura. La miseria di chi non sa leggete o di chi legge con gli occhi rivolti alle sovrastrutture ideologiche può inventarsi classificazioni. Il vero critico è sempre uno scrittore, ma spesso la sua anima ha la leggerezza del vuoto. Comunque, Francesco Grisi a 15 anni dalla morte resta uno scrittore faro. Soprattutto oggi che la cronaca la si impone come uno spazio letterario. Il resto non è vicino alla noia, è noia.
Come ricordarlo,allora? Vin dei verso inediti che spesso mi fanno compagnia tra i suoi inediti.
Così.
*
IL CANTO DI PITAGORA
Ho vissuto l'infinito tra strade
battute dal mare,
ma non ho mai abbandonato
lo scoglio di Pitagora.
Lì dove le onde
abitano le rocce
e le sirene
cantano
l'ultimo suono di Ulisse.
Sono sceso
sino alle radici
per raccogliere
le memorie dei secoli
e custodirle
nei giorni
della Terra Promessa.
Le donne dai riccioli neri
danzano
tra i numeri di Pitagora
e il canto
ha le malinconie delle partenze
nei viaggi dell'infinito.
Cercare un ritorno
è come aspettate mio padre
sul cancello del giardino
mentre coltiva orchidee nel vento
e rose tra i rossi papaveri.
L'ultimo canto di Pitagora
è soltanto un soffio di mare.
1998, Cutro
Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 338 10 30 287
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