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I commilitoni ... Pierfranco Bruni

I commilitoni si arrotolavano frammenti di tabacco in una cartina nel cielo d'Africa
di Pierfranco Bruni



Un gagliardetto sulla scrivania. Un libro spaginato e una camicia nera appesa come una bandiera che veglia in un angolo buio della stanza.
Rileggo Giuseppe Berto con il ricordo dei ricordi di mio padre.
Forse non può bastare una passeggiata nello scorcio di un tramonto per catturare la grammatica della sera dialogante tra lo spazio delle parole e i dettagli che un saluto può rappresentare.

I commilitoni in divisa si arrotolavano con una straordinaria lentezza una cartina con briciole di tabacco. Fumare quasi inginocchiati sulla sabbia sbattuta dal vento del deserto d'Africa doveva avere un piacere estasiante. Giocare con il deserto nella sua infinita piazza.
Mio padre mi raccontava. Mi raccontava a frammenti ed io dovevo dare una linearità al sua immaginario e al suo ricordare per pezzi di memorie. È come se mi stesse dettando un diario. Le pause sembravano segnare i giorni o forse le ore o il passaggio del giorno alla notte e viceversa.

Non aveva mai smesso di sfogliare e rileggere Giuseppe Berto. L'idea di raccontarsi a fili spezzati e a piccoli gomitoli da sgomitolare gli venne proprio da uno dei libri di Berto.
Così mi diceva mio padre:  "Noi abbiamo combattuto una guerra consapevoli che fosse una guerra fascista, anzi una guerra di Mussolini. Abbiamo sentite più nostre le guerre in Africa che quelle combattute  in Russia. L'Africa è stata sempre nostra e volevamo che restasse nostra".
A distanza di molte lune mi sono reso conto che conoscesse ancora e recitava cantando tutti i testi che i giovani fascisti intonavano negli anni di Faccetta nera bella Abissinia... Ma si era riletto senza sosta il diario di Berto e vi aveva annotato, sui margini, impressioni sottolineando squarci di ricordi.

Rileggo la guerra fasciata combattuta da Berto e ripenso a mio padre fascista che è morto non rinnegando la sua fedeltà e i suoi principi a Mussolini.
Trovandomi, ora, tra pagine e fogli che mi riportano ad una generazione che ha combattuto credendo che l'onore potesse bastare non mi sorgono dubbi. Ma le domande affiorano per me soltanto che cerco di capire, tento di capire e mi lascio aggredire da inconsistenze storiche.
I sopravvissuti di una generazione che aveva negli occhi il Sol d'Africa sono andati via perché hanno consumato il tempo dell'orologio e mai si sono lasciati bruciare dalla storia. Hanno attraversato tutte le guerre possibili e nel momento in cui avrebbero potuto ripensare ad una storia strapazzata sono stati ancora di più mai indulgenti, e rigorosi con la propria coscienza non hanno smesso di raccontarsi nella dignità dell'orgoglio e della coerenza.

Perché mio padre quasi sino alla fine non si è risparmiato tra le pagine di Berto? Forse è una delle tante domande che non hanno bisogno di alcuna risposta. Ci sarà sempre tempo. Rileggo ancora anch'io Giuseppe Berto. E in Berto scavo per rintracciare destini. Quei destini che hanno accomunato una generazione.
Certamente non può bastare una passeggiata per raccogliere lontananze di luoghi e di cuori. Mio padre non c'e più. Il libro di Berto ha fili di polvere sulla copertina.
Non avrei mai pensato che rileggere Berto in questo mio tempo avrebbe potuto significare risfogliare le foglie di un sorriso e di un'età che hanno le lancette dei cieli d'Africa.

I commilitoni arrotolavano sfrange di cartine grigie ai fili di tabacco nero.


Pierfranco Bruni


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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT

Cell.: +39 338 10 30 287
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