Cinquefrondi (Reggio Calabria) – Inarrestabile la catena di solidarietà che si è attivata in favore di Dani Alves il calciatore brasiliano del Barcellona oggetto di scherno per il colore della pelle e destinatario domenica scorsa di un odioso gesto a sfondo razzista nel corso della partita giocata a Villarreal, quando, un gruppo di "tifosi" avversari lo ha preso di mira lanciandogli contro una banana a mo' di scimpanzé. Alves - per nulla intimorito ed in segno evidente di sfida - ha raccolto il frutto dandone un morso, per poi riprendere sollecitamente l'azione di gioco.
Le immagini, che hanno fatto il giro del mondo, hanno innescato immediatamente una positiva reazione a catena di solidarietà tanto che un po' ovunque, dal web, alla carta stampata, alla tv, ciascuno ha pensato di offrire il proprio contributo alla causa. In Italia si è prontamente messo in moto il popolo dei social - con l'hashtag #siamotuttiscimmie - facendo rapidamente incetta di adesioni alla campagna anti-xenofobia, ritraendo persone, dalle più famose alle più sconosciute, intente ad addentare una banana. E così dal premier Renzi al ct Prandelli passando per Balotelli è dilagata la banana-mania con uno scopo ben preciso: circoscrivere l'accaduto e condannare il deplorevole episodio.
A Cinquefrondi, un simpatico gruppo di giovani amici giocatori di calcetto si è dilettato a realizzare un divertente quanto esplicativo video amatoriale intitolato "Cinquefrondi contro il razzismo" per contribuire a proprio modo a sostegno dell'iniziativa. Un breve sketch ironico che riproduce, rielaborandolo, l'episodio di Villareal ma che – a ben vedere - porta in dote un carico di significati costruttivi e sintomatici sul modo di intendere lo sport, soprattutto da parte delle nuove generazioni, come momento aggregativo di sana competizione ma assolutamente nel pieno rispetto dell'altro.
Un bel gesto, un piccolo ma deciso contributo che ha saputo sposare - grazie all'uso eloquente delle immagini - una buona causa, che assume ancor più valore se contestualizzato nella sua provenienza di ideazione periferica e soprattutto in riferimento al "cast", composto da quelle giovani generazioni troppo spesso strumentalmente oggetto di reprimenda ma il cui esempio spontaneo, stavolta, dovrebbe servire ad innescare quantomeno una profonda riflessione in quegli ambienti e verso quei palcoscenici globali del fatato mondo dello sport professionistico e del tifo organizzato che troppo spesso - dimentichi della loro altissima funzione sociale ed educativa collaterale - dispensano lezioni mediatiche di comportamenti riprovevoli talvolta superando ampiamente il limite della normale tollerabilità.
Giuseppe Campisi
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