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Montebello Jonico, un villaggio fantasma, soffocato dall'amianto

Come sono remoti i bei tempi di don Sciarrone e don Caratozzolo, operosi come San Giovanni Bosco, carichi di spiritualità come Sant’Agostino Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica; il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto; risoluti e tenaci come Krol Wojtyla
MONTEBELLO JONICO (Reggio Calabria) UN VILLAGGIO FANTASMA CHE MUORE GIORNO DOPO GIORNO. E FOSSATO, ANCHE
Domenico Salvatore

C’era una volta la ‘grandeur muntebbeddhiciana”. Un presepio di paese bello, pulito, onesto, laborioso, intelligente; dove la solidarietà era la regola e la fratellanza l’imperativo categorico. E non c’era mica bisogno, che il leggendario don Sciarrone dicesse…”Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”. Ne convertì tanti di pescatori sulla via di Damasco. La morale cristiana, non era un optional, ma regola di vita. La processione dei vari San Nicola, Sant’Antonio, San Francesco, San Cosimo e Damiano, il Corpus Domini, la Festa dell’Assunta. Poi venne don Rosario Caratozzolo e Montebello scoprì un nuovo Umanesimo. La fioritura delle arti e delle scienze; l’Avviamento Professionale. L’energico sacerdote abbandonò le novantanove pecore al sicuro fra i monti ed andò alla ricerca della pecorella smarrita. E per il ritorno del figliol prodigo alla casa del  padre, macellò il vitello più grasso. Dopo lo storico, misterioso incendio della chiesa-madre, negli Anni Sessanta, si adoperò in tutti i modi possibili ed immaginabili per ricostruirla. Più grande e più bella. Ed ancora è lì, maestosa e celeste. Grande personaggio del Cattolicesimo, diede a tutti i fedeli mariani e marinisti, la speranza, collegata con la fede e la carità. Una Chiesa ‘Faro delle genti’: sana, forte, incorruttibile, illuminante, dietro cui si accodarono intere generazioni, che raggiunsero nel tempo, posti di grande responsabilità nel consorzio civile, nella società civile e non solo. La povertà era un valore aggiunto. ‘Duo que maxima putantur onera, paupertatem et senectutem.

Quelli che sono reputati i due pesi più gravosi, la povertà e la vecchiaia’. La dignità della persona ‘al numero uno’. Fioccarono diplomati e laureati, come la neve a Cortina D’Ampezzo: maestri, ingegneri, dottori, architetti, medici, magistrati, giornalisti, professori, musicisti. Montebello era ‘veramente’ il centro della vita comunale. Grazie anche alla conquista della strada provinciale. I nostri politici del valore di Ignazio Pugliatti, Nino Stillittano, Paolo Barbaro, pressarono affinchè venisse migliorata ed arricchita. Il cavaliere Domenico Tripodi, il mitico “Bosso”, ottenne la concessione delle autolinee. Montebello era collegato con il mondo civile. A ridosso degli Anni Sessanta e Settanta, lo sarà anche la frazione montana di Fossato, ex sede di Comune, nel XIX° secolo. Anch’esso oramai, poco più di un villaggio fantasma. Tiene a malapena, per la forza che proviene dall’ulivicoltura, colonna portante dell’economia locale; assieme alla pastorizia. Tramontati invece, l’artigianato ed il commercio. Un giornalistalistucolo di nostra conoscenza, tacciato di essere…”fanatico, futurista, sognatore, utopista, Indro Montanelli, Enzo Biagi e Andrea Barbaro”, ebbe l’ardire di dirigere un settimanale “Il Provinciale”. E di indicare, non solo, da quelle colonne, un percorso virtuoso per la valorizzazione delle risorse e dei prodotti locali, unici e soli della Valle del Sant’Elia, se non del San Pietro. Che fine hanno fatti i dieci oleifici di Fossato (per difetto) …imbottigliamento dell’olio d’oliva e confettura dei prodotti locali come formaggi, ricotte, uova, cipolle, agli, rosmarino, prezzemolo; un salumificio; una pizzeria; un ristorante ecc. In maniera da dare lavoro ad una trentina di giovani, a parte l’indotto. Ma venne deriso, schernito, beffato e canzonato. 

“Ma chi ‘bbboli, un figghiu ‘i cummari Ciccia?”. Sic transit gloria mundi. La fine di tutte le Cassandre ed i Lacoonte. Molti disfattisti, fatalisti, confusionari, ciarlatani di piazza e demagogisti, sono già passati a miglior vita. Altri, invece ancora calpestano il sacro suol. Vittime della ‘sindrome di Stoccolma’. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. A questo punto solamente la bretelle o pedemontana grecanica, potrebbe salvare capra e cavoli. Darebbe lavoro ai bisognosi e sfogo alla disoccupazione dilagante; ma, al tempo stesso, salverebbe le comunità interne, con tanto di certificato di morte. Valvola di sfogo pure per la città di Reggio Calabria, che avrebbe un bacino congruo, ricco di prodotti tipici locali (carne bovina, suina, equina, cunicola, avicola, caprina, ovina ecc; prodotti dell’agricoltura su vasta scala, tutti al naturale; meglio dei così detti prodotti biologici) a cui attingere per l’approviggionamento idrico, senza dove elemosinare e pietire il miraggio del Menta se non della Menta. Non può fare lo gnorri, la politica così detta ufficiale, ma non solamente quella che fa capo al governatore Giuseppe Scopelliti od al presidente della provincia, Giuseppe Raffa. E prima ancora al sindaco defenestrato, Demi Arena. Serve uno scatto d’orgoglio, per un salto di qualità. Facciamola questa super-strada dell’area grecanica, in partenza dalla Vallata del Valanidi. 

Non perdiamo quest’altro treno; con pretesti che non hanno né capo, né coda; e che non stanno né in cielo, né in terra. L’Europa ci ‘bastona’ perché non abbiamo progetti seri ed inoppugnabili da presentare per un finanziamento pronto cassa? Bene, prepariamone uno, degno di questo nome. Per non doverci rivoltare nella tomba, quando sarà il nostro turno, tutte le volte che i poster, ci chiameranno in causa. Per le nostre responsabilità e competenze.Grazie a Dio, presto o tardi, la Gallico-Gambarie e la Villa San Giovanni-Campo Calabro-Gambarie prenderanno corpo ed anima. Così anche la Super-strada jonica e la trasversale Bagnara- Bovalino-Ardore. Ma al di là dei progetti…futuribili, intanto bisogna pensare al presente. Primum vivere, deinde philosophari. C’è un problema dei problemi, la mortalità nell’Area Grecanica, sino ad  Africo, che la Regione Calabria, ha voluto inserire nell’isola ellenofona. Non ha tutti i torti. Il vecchio Africo od Africo Antico, si trovava e si trova tutt’ora, se volessimo recuperarlo, nel cuore dell’Aspromonte; a ridosso di Roghudi e Roccaforte del Greco. Ma questo è un altro paio di maniche. Ora occupiamoci, hic et nunc, della salubrità dell’aria e delle acque, ma anche dei cibi. Vero punctum dolens. Per ora, ma solo per ora, lasciamo stare le navi dei veleni e gli esperimenti termo-nucleari per cielo, per terra e per mare. Sulla graticola di San Lorenzo, America, Francia e Russia.  Sebbene non sono le sole nazioni, che detengano la bomba atomica od altro materiale bellico. 

Homo homini lupus. Bisogna trovare il coraggio delle scelte. Ubi leonis pellis deficit, vulpina induenda est. Quando manca la pelle del leone, bisogna indossare quella della volpe. (Fedro). A cominciare dai tetti fantasma delle case. Autentici spettri che popolano le nostre contrade. I famigerati ondulati di amianto. Non possiamo scrollarci di dosso responsabilità che sono nostre. I cimiteri dell’area grecanica ( e non solo quella), hanno divorato negli ultimissimi anni, parte del nostro patrimonio economico. Cifre enormi, che ruotano intorno alla pratica del “caro estinto”, se non del funerale sic et simpliciter: corone di fiori, casse da morto, non solo per la qualità del legno (ebano, palissandro, ciliegio, tek, mogano, acero, frassino ecc.) ma anche dei tessuti interni e le imbottiture. Un funerale arriva ‘tranquillamente’ sino a due-tremila euri; se non, quattro-cinque. Poi c’è la cappella, alternativa al loculo singolo o in colombaio. Lì le cifre lievitano sensibilmente; a parte l’illuminazione, la Santa Messa per l’anima del defunto e così via. Ci sembra pure giusto, sacrosanto e legittimo, onorare i nostri cari morti, per carità. Dopo l’Editto di Saint Cloud, emanato il 12 giugno 1804 da Napoleone, che consentiva o stabiliva di seppellire i morti fuori dalle mura della città se non della chiesa, la cultura del cimitero conobbe giorni di grande civiltà. Soprattutto per merito di un grande poeta, Ugo Foscolo. 

Il Foscolo, ha perduto la fede cristiana nell’immortalità dell’anima e considera la ragione, un dono malefico della natura; teoria, che era motivo di pessimismo e disperazione. Le tombe sono, dal punto di vista razionale, inutili, perché con la morte finisce tutto. Benchè Foscolo, creda in una nuova fede, in valori universali (la bellezza, l’amore, la libertà, la patria, la virtù, l’eroismo, la poesia, l’arte, la gloria) che danno un fine ed un significato alla vita dell’uomo. La più grande virtù, è la gloria,   l’unico mezzo di sopravvivenza ideale dopo la morte. Il sentimento della vita, che trionfa sulla morte; le tombe, sono necessarie, perché sono "tramite di corrispondenza di amorosi sensi tra l’estinto e i vivi", e segno della sopravvivenza ideale dell’estinto nel ricordo dei vivi. Ma al di là del valore spirituale o poetico, della cultura dei morti ecc. c’è un problema, legato e collegato alla vivibilità, ma c’è chi la chiami, sopravvivenza. Ci può essere una qualità della vita? Intanto, l’assedio della cronaca. Non passa giorno, senza che il tale sindaco, assessore, consigliere, sindacalista, esponente dell’associazionismo, del volontariato ecc., non lanci un anatema, una scomunica, un allarme sul pericolo leucemia, tumore ed altre malattie infettive, davvero poco allegre. 

Non solo a Melito, Bova, Brancaleone, Africo, Locri, Siderno, Marina di Gioiosa, Roccella, Caulonia, Stilo-Pazzano-Bivongi oppure a Villa san Giovanni, Bagnara, Palmi, Gioia Tauro, Rosarno, Cittanova, Polistena, Taurianova, Oppido, Delianuova eccetera, se non a Reggio Calabria, Motta San Giovanni, Montebello Jonico. Le cause e le concause…fattori ereditari, predisposizione, fattori ambientali, processo d’industrializzazione, discariche fantasma sui greti delle fiumare e torrenti, se non in Aspromonte; inquinamento delle falde acquifere? Sarà, ma intanto i bacini mortiferi, sono dentro i centri urbani, dove il cittadino inerme, suo malgrado è costretto a respirare se non ad odorare i miasmi, le esalazioni nocive, fetide ed irrespirabili, gli olezzi nauseabondi, puzzi, fetori e tanfi letali. In attesa che i camion della spazzatura levino il disturbo; se e quando. Ci sono zone, dove non arrivino da quattro e talora sei mesi. Male malissimo e tuttavia mal minore rispetto alla catastrofe della diossina, che si sprigiona con gl’incendi dei cassonetti. Inutilmente abbiamo pregato i piromani, ignoranti ed analfabeti, ma non sarebbe esagerati chiamarli killers urbani. Più pericolosi dei rifiuti solidi urbani stessi. Questi individui ignobili, spregevoli ed indegni, mettono a repentaglio la salute pubblica, compresa la loro stessa salute e quella dei  loro cari, che dicono di voler salvaguardare; invece, contribuiscono a distruggerla, senza rendersene conto e senza possibilità di salvezza. 

Le piccole nubi tossiche, partono dai cassonetti incendiati o dalla spazzatura bruciata ed entrano in tutti i quartieri, rioni, isolati, complessi residenziali, vie, strade e case. S’infiltrano subdole dappertutto e producono malattie terrificanti, che in poco tempo portano dritti al camposanto. Ma il pericolo costante è rappresentato anche dai tetti di amianto che  tappezzano i tetti delle nostre abitazioni. Gli ondulati di amianto. Piccole concentrazioni di polveri d’amianto, messo fuorilegge dalla legge 257 in vigore dal 28/04/1992,  sono già sufficienti per favorire malattie polmonari come le placche pleuriche, l’asbestosi, il cancro ai polmoni o il mesotelioma (un cancro della pleura o del peritoneo). Per decenni, sono stati tenuti nascosti i potenziali effetti devastanti di una prolungata esposizione alle polveri sottili dell'amianto. Intanto la gente moriva. Tra sofferenze atroci, continue, senza tregua ed incredibili dolori alla schiena che gli impedivano di distendersi, la chemioterapia. Lui o lei che si era trasformato in un cumulo di ossa, spalancava gli occhi e cercava l’ossigeno… I parenti dei malati si sottoponevano a strazianti tour de force in treno ed in macchina, se non con la nave e l’aereo. E s’indebitavano per affrontare la battaglia persa in partenza. Costose medicine, costose cure, costose trasferte, l’albergo e tutto il resto. Viaggi della speranza e della disperazione, che avevano una sola destinazione:il cimitero. Ecco quali disastri produca l’ignoranza. 

L’assenza della comunicazione. La mancanza d’informazione. Non è gratificante, sentirsi dire…”Toh senti chi parla, il professorone, il sapientone; o di essere apostrofato con un’arroganza disarmante…”Ma chi sei? Ma chi ti credi di essere? Non ho bisogno dei tuoi articoli! Io la cultura me la faccio da solo. Ho pure il computer valigetta”. Non pretendiamo di essere simpatici a tutti. Nemmeno Gesù Cristo lo era. Giuda Iscariota, lo tradì con un bacio per trenta denari. Noi esercitiamo il sacro diritto-dovere d’informare. Ognuno, dei nostri lettori sovrani, può liberamente scegliere di bere o non bere all’acqua della comunicazione. L’elettrosmog, infine, non ha quella caratteristiche catastrofiste di cui si parla; spesso a vanvera. Fermo restando il grado di inquinamento, che comunque c’è. Montebello Jonico, bello e impossibile; come dice Gianna Nannini. Ma conserva intatte le arcate medievali in buono stato. Sede di due castelli. Il primo dei baroni Abenavoli, era stato costruito in cima alla collina; nel punto dove oggi, sorge il cimitero. Il secondo dei conti Piromallo Capece Piscicelli, lo si può ammirare in piazza, di fronte alla chiesa dell’Assunta. Ci sono tante storie. Compresa quella del famoso “Reddito di Sant’Antonio”, che porta a villa Bellini a Catania. Montebello esisteva già prima dell’anno Mille; nel 974,  fu invasa dall’emiro arabo, Abu Al Kasam. Ma lo storico Pensabene collocava Montebello fra le roccaforti del generale Cesare Ottaviano Augusto e del suo plenipotenziario Messalla; durante la Guerra Siciliana, combattuta e vinta contro Pompeo Sesto, figlio di Gneo, rivale di Giulio Cesare, che aveva la sua roccaforte ai Giardini Naxos. Sarà, ma intanto bisogna procedere alla bonifica dei tetti di amianto. Un’occasione storica giusta per i commissari, che si sono insediati al Comune di Montebello, dopo lo scioglimento per mafia, per entrare e rimanere nella Storia. Sebbene, abbiamo i nostri dubbi. A titolo di cronaca si è insediato da poco, un nuovo parroco, Don Giovanni Gattuso, che pare, sia partito con il piede giusto e che abbia conquistato il cuore della gente.

Domenico Salvatore



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