Casualmente qualche anno fa, abbiamo cliccato un link… 'E' stato un calabrese a trafiggere Gesù' - LASTAMPA.it www.lastampa.it, che ci aveva ricordato altri articoli in materia, scritti da Repubblica e Corriere della sera, se non andiamo errati e se la memoria non c'inganni; anche cartacei. Si continua a pescare nel torbido, quando si tratti di Calabria. Ma non chiamatelo razzismo. Altro che ironia becera, ma non possiamo fare e dire come Rhett Butler, in 'Via col vento', che rivolgendosi a Rossella O'Hara sibilò…"Francamente me ne infischio". Anzi. Per dirla tutta siamo decisamente contrariati. Pur senza farci venire gli…eroici furori
"MILITUM UNUS OCCIDIT CHRISTUM", MA NESSUN MELITESE UCCISE NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO
Domenico Salvatore
La leggenda metropolitana, se non una bufala o corbelleria dello studente di Melito Porto Salvo, che al Liceo Classico locale, avrebbe tradotto… Militum unus occidit Christum …'Uno dei Melitesi uccise il Cristo', con successive modifiche ed integrazioni, resiste intatta, nel tempo e nella parlata melitota; e non solo. Questa 'favola' becera, insolente e villana, dà fastidio, nausea e voltastomaco ed offende l'intelligenza e la dignità del popolo calabrese in generale e reggino in particolare; se non di quello melitese. Purtroppo, è stata ripresa e rilanciata più volte. Ed i razzisti allo stato puro, ne approfittano per gettare palate di fango in faccia ai Calabresi, ad ogni piè sospinto. Non vogliamo spaccare il capello in quattro, né fare l'avvocato del diavolo. Esiste la dialettica, per carità. Ma nemmeno possiamo fare lo gnorri; se non far finta di non vedere e di non sentire. Su questa battutaccia, siamo stati testimoni oculari di più di una diatriba, con calci e pugni e botte da orbi, scoppiata e relativa rissa furibonda, a stento sedata e ricomposta. Il popolo melitese, non ha bisogno della nostra difesa d'ufficio; ha dimostrato sul campo di essere intelligente, onesto e laborioso. I suoi figli illustri, si sono distinti nei più svariati campi dello scibile umano. Raggiungendo posti di responsabilità e di prestigio nel cosiddetto consorzio civile. Scripta manent, verba volant. Non porgeremo il fianco. Non ci faremo appiattire, questo è certo!
Non chiediamo nessuna smentita. Vogliamo solo esprimere, al di là dell'art. 21 della Carta Costituzionale, la nostra opinione, sic et simpliciter. La stampa nazionale ed anche quella locale di rimbalzo e carambola, scrisse in occasione dello scioglimento del Consiglio Comunale per mafia (Quattro volte, di cui tre ufficializzati, record nazionale), che la città di Melito fosse 'mafiosa', ad 'altissimo tasso di mafia' e così via. Un marchio, poco edificabile e poco urbano, di cui non è il caso di fregiarsi e di cui farebbe a meno ben volentieri; ma tant'è. A Melito, la 'ndrangheta c'è. Lo affermano la Commissione Parlamentare Antimafia, i comandi provinciali di Carabinieri e Polizia, la Questura e gli scrittori e saggisti, nella ben copiosa narrativa. Per la verità l'altra Melito, quella di Napoli, non è immune. Lì, impera la Camorra. Ma, non tutto è mafia. In questa città, ci sono le persone oneste, leali, pulite, che amano la legalità, la trasparenza, la Giustizia, la libertà, la democrazia, il quieto vivere ecc. Lo Stato c'è, i processi vengono celebrati, la certezza della pena pure. Nessuno pensa, che ci siano quindicimila mafiosi. Eppure, i benpensanti, avvezzi a pescare nel torbido, a gettare l'acqua sporca col bambino dentro, a lanciare sassi in piccionaia, quando sentono il nome…'Melito', storcono e si grattano il naso, diffidenti e sospettosi. Il leggendario regista Luigi Comencini, re della commedia all'italiana, che ha girato una miriade di pellicole…'Le avventure di Pinocchio, Pane amore e fantasia, Cuore, Un ragazzo di Calabria, Delitto d'onore' ecc., disse sulla Via Roma, di non aver visto mai da Napoli in giù, una cittadina bella come Melito Porto Salvo. In sostanza un paese; in realtà una cittadina, visto anche le strutture civili e sociali che insistono e gli uffici importanti localizzati. Riportiamo integralmente un articolo sull'argomento, compreso il titolo, dello scrittore Mimmo Gangemi, e ci asteniamo dal commentarlo, che recita…
"E' stato un calabrese a trafiggere Gesù30/4/2010 (7:44)
Nella Palestina dell'epoca era di stanza la decima legione Fretensis. L'aveva voluta Ottaviano, i suoi soldati provenivano dalla zona dello Stretto
MIMMO GANGEMI
« ». A scriverlo, a gessetto sulla lavagna nera, l'insegnante di latino e greco di una terza liceo del Classico di Melito Porto Salvo. Melito si trova all'estremità dello Stivale, là dove le acque hanno appena smaltito il gelido che risale con le correnti dai fondali dello Stretto e sono ancora indecise tra mare Tirreno e mare Ionio. La professoressa, attempata e con occhiali da presbite spinti sulla punta del naso, collima severa un giovane defilato all'ultimo banco. Gli chiede di tradurre. Quello si alza in piedi e si raspa la testa, sulle prime pensieroso, poi passando sguardi, supplichevoli di un soccorso, sui compagni, senza ottenere granché. Si rassegna ad affrontare in proprio l'ardua prova - il latino è ora annacquato; ai miei tempi, sul finire degli anni '60, quando i nostri giorni erano migliori, al liceo Campanella di Reggio, ci sarebbe apparsa offesa imperdonabile proporci una simile traduzione, al massimo adatta a uno di seconda media - e rispose infine: «uno di Melito uccise Cristo». Nessuno della classe trovò da ridire o provò a farsi bello con una soluzione diversa. Al punto che il «nostro» si ritrovò speranzoso di averla scampata: cominciava a vederla una traduzione con discrete possibilità di passare.«Uno di Melito?», inorridita la professoressa. «Uno di qua?».«Sì, un Melitoto uccise Cristo» ribadì il poveretto.L'insegnante preferì il riso all'indignazione culturale e «di latino non sai niente, conosci bene i Melitoti però» dissacrò arguta. Con il termine Melitoti sono comunemente indicati i cittadini di Melito Porto Salvo. La dizione corretta sarebbe «Melitesi», ma la consuetudine, trascinata fin qui dall'epoca bizantina, privilegia la desinenza in oto. Lo si riscontra spesso: Cristinoti sono ancora nel linguaggio corrente i Cristinesi del mio paese, Santa Cristina d'Aspromonte, dove il parroco si fregia del titolo di Protopapa, primo tra i preti - ma ce n'è uno solo, peraltro spartito con altri piccoli centri del circondario - anch'esso di derivazione ortodossa.
In questa terra reggina, infettata dalla piaga della 'ndrangheta, da duri e per duri, i Melitoti sono più duri della media. E la 'ndrangheta, presente con le sue 'ndrine, lì come in ogni altro centro della provincia, si fa sentire e rispettare, è di quella che più conta. Aver tradotto «un Melitoto» al posto di «uno dei soldati» conduce dritto alla Sacra Sindone, a quel corpo morto - piagato, martoriato e sanguinolente - avvolto nel lenzuolo, a quel volto, impressionato tridimensionalmente, che vogliamo, e ci giova, continuare a credere il volto di Cristo, nonostante i risultati del Carbonio 14 spostino la datazione del telo 1300 anni in avanti.Conduce alla Sacra Sindone perché la legione romana stanziata in Palestina al tempo di Gesù era la Decima Fretensis, voluta da Ottaviano e annomata Decima per ricordare e celebrare l'invincibile Legio X di Giulio Cesare. Il primo comandante ne fu Sesto Pompeo. Fretensis deriva da fretum, che significa frattura, stretto. E «fretum siculum» era chiamato lo Stretto. «Ad fretum» - «ad statuam», la dicitura alternativa - terminava la via Popilia, a Catona, davanti alle acque tormentate da Scilla e Cariddi, dove si ergeva la statua del Nettuno Infero a cui era devoto Sesto Pompeo. Lì la legione aveva la sua base, con il compito di presidiare lo Stretto. Le fu subito dato il «cognomen Fretensis», perché formata da legionari del luogo, reggini e Brettii, o Bruzii, ciò che rimaneva delle popolazioni dell'entroterra decimate due secoli prima dai soldati romani e ancora additati al disprezzo che spettava ai barbari più barbari - quando invece avevano cultura e civiltà significative - perché i primi a scansare la bandiera romana a favore di quella di Annibale e perché è sempre il vincitore che conia la storia. Reggio poté i suoi legionari perché era diventata Municipio, senza suffragio, nell'89 a.C., con il nome di Rhegium Julii.
All'epoca di Cristo, la Legio X Fretensis era agli ordini di Ponzio Pilato. E le toccò flagellare e crocifiggere Gesù. Fu un suo soldato che «trafixit costatum Christi» - cronaca in un latino già adulterato - fu un suo soldato che Gli porse, sulla punta della lancia, una spugna imbevuta d'aceto quando Lui chiese acqua, fu un suo centurione a riconoscerLo figlio di Dio appena il sole si eclissò e calarono le tenebre da mezzogiorno alle tre, tremarono le terre e si squarciò il velo del Tempio.La leggenda a sua volta si accanisce e tramanda che il legno della Croce di Cristo proveniva dalla Sila. Questo è difficile da digerire: in Palestina le crocifissioni erano all'ordine del giorno, sarebbe dovuto essere un continuo andare e venire di navi cariche di tronchi, quando cedri e ulivi non difettavano a quella terra. Si trattò probabilmente di un'infamia per mantenere il disprezzo sui Brettii macchiati dall'antico tradimento, mai dimenticato.L'errore in cui incorse l'allievo Melitoto è quindi scolastico, non storico: furono davvero i reggini della «Fretensis» a crocifiggere Cristo. Da un articolo apparso su La Repubblica del 24 ottobre 1984, a firma di Salvatore Parlagreco e dal titolo «Storia della legione siciliana», si evince che i Messinesi - quantomeno l'autore, per conto loro - abbiano inteso assumersi il «merito» di aver loro ucciso Cristo.
Viene infatti lì asserito che la Legio X era siciliana e composta da legionari siciliani. Sbagliando. Perché, mentre Reggio, da città federata, divenne Municipio romano, senza suffragio e con il nome di Rhegium Julii, nell'89 a.C., Messina ottenne ciò più tardi, da Ottaviano Augusto, che regnò dal 29 a.C. al 14 d.C., quando la Legio X era attiva e gloriosa fin dal 41 a.C. e stanziata sull'altro versante dello Stretto.Si tratta tuttavia di un «merito» che i reggini cederebbero volentieri ai loro dirimpettai, e cugini, sebbene figli di sue sorelle in eterna lite, al punto che persino la buona Fata Morgana, stanca dei continui dissapori, da decenni ormai nega la celestiale magia di specchiare ampi scorci di Messina sulle acque antistanti Reggio.Messina, assieme a Ragusa e a Siracusa, è «provincia babba». Sembra un disprezzo. E invece è un vanto, da appiccicare la medaglia sul vessillo cittadino, perché con «babba» s'intendeva che era immune dal fenomeno mafia, in una Sicilia invece in piena metastasi di questo cancro. Era, però. Non lo è più. Come erano, e non sono più, Ragusa e Siracusa. Infettate a loro volta. Messina rischia tuttavia di restare «babba» - senza alcun onore stavolta, ma nell'accezione vera del termine - se non si oppone a chi le accolla la Passione di Cristo, a chi vuole ascrivere alla sua storia e alla sua coscienza una macchia che non le appartiene.
Tornando al giovane studente poco incline al latino, gli va riconosciuto il merito di aver rinverdito la cronaca di allora: sulla Sacra Sindone, esposta in questi giorni per le visite di milioni di fedeli cui piange il cuore davanti ai segni del calvario del Salvatore, sono impresse tracce di sangue che, ahinoi, riconducono ai legionari di Rhegium Julii. Seppure io non vi veda granché colpa. Alla Legio X Fretensis è solo toccata la ventura di essere stanziata in Palestina. Vi fosse stata comandata un'altra, nulla sarebbe mutato del destino umano del Cristo, era già scritto. Però non sia, come perfidamente mi scappa dai pensieri, che arcani disegni, estranei al cielo, mai vendicativo, abbiano dato vita, concretezza e spessore a qualche malefico sortilegio che pende sul popolo reggino, per essere stato il predestinato artefice del compiersi di quel destino. E, allo stesso modo dei Giudei, per millenni dispersi nel mondo, senza patria, perseguitati, disprezzati - «liberaci, o Signore, dai perfidi Ebrei» si recitava in chiesa, durante la Messa, fino agli anni '60 - e sparsi a milioni «fumo nel vento», come nella vecchia canzone Auschwitz dei Nomadi, non sia che questa terra debba pagare, e stia pagando, con il sangue quello innocente e divino sparso"
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Il diritto di replica, precisazione, smentita, rettifica, stabilito per Legge, non lo si negherà a nessuno.
Il direttore






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