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La 'ndrangheta sorge dalle sue stesse ceneri, come l'araba fenice, ma lo Stato è pronto a tarpargli le ali

In conferenza stampa, il comandante del NPT Domenico Napolitano, ha spiegato perché la Guardia di Finanza ha chiamato l'operazione "Araba Fenice", l'ultima indagine economico-finanzaria dei Baschi verdi
REGGIO CALABRIA, MA LA 'NDRANGHETA, RISORGE DALLE SUE STESSE CENERI COME L'ARABA FENICE?
Domenico Salvatore

Lo Stato c'è, e 'bussa' alle porte dell'Araba Fenice. E stavolta cercherà di tarpare le ali al volatile Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, lo ha ribadito sino alla nausea, in tutte le salse. "Un'operazione unica perché ha avuto come oggetto, quell'area grigia della 'ndrangheta, 47 persone, tra cui professionisti e imprenditori a vario titolo collegati alle locali cosche di 'ndrangheta, altre 17 persone sono state denunciate a piede libero, che la rende impermeabile; difficile da controllare ma soprattutto che rende difficile la vita in questa città alle persone oneste". Anche, stamani,  al tavolo della conferenza stampa, tenutasi presso il Comando provinciale della Guardia di Finanza, diretto dal colonnello Alessandro Barbera, con a fianco, il tenente colonnello Domenico Napolitano. Concetto, ribadito con la forza di argomenti inoppugnabili, dal generale di brigata, Peppino Magliocco, comandante nazionale dello SCICO e dal generale di Brigata Gianluigi Miglioli, ( Laureato in Giurisprudenza presso l'Università di Parma, in Scienze Politiche presso l'Università di Trieste e in Scienze della Sicurezza Economica e Finanziaria presso l'Università di Roma Tor Vergata, è in possesso del titolo di Alta Formazione rilasciatogli dalla Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia), ex Capo di Stato Maggiore, presso il Comando Interregionale della Guardia di Finanza per l'Italia Nord Orientale, insediatosi dal 10 luglio 2013, al comando regionale della Guardia di Finanza, al posto dell'uscente generale di Divisione, Michele Calandro. Alla presenza del generale di Corpo D'Armata Domenico Minervini, Comandante Interregionale dell'Italia Sud-Occidentale, Generale di Corpo d'Armata. Al tavolo anche il maggiore Giuseppe Abbruzzese, comandante del GICO, che ha offerto il suo contributo relativo all'importantissima operazione "Araba Fenice". 
Il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, che ha fatto il suo esordio ufficale a Reggio Calabria, rispondendo anche ad una domanda del giornalista Luigi Palamara, ha ribadito il concetto espresso durante la conferenza stampa e se la prende con quei "colletti bianchi" infedeli…"Amministratori giudiziari chiamati dallo Stato al servizio dei cittadini e del Paese si sono rivelati collusi e compartecipi delle finalità criminali. Oramai è  improcrastinabile l'attivazione dell'Albo Nazionale degli Amministratori Giudiziari, previsto dalla Legge, ma mai entrato in funzione. Perché nella lotta alla criminalità, qui come nel resto del Paese, servono strumenti che permettano di contrastarla in maniera immediata ed efficiente; così come bisogna potenziare con mezzi e risorse l'Agenzia dei Beni Confiscati. Cosa che da tempo richiede il suo Direttore. Le cosche fin quando il bene a loro confiscato non è riassegnato a fini sociali continuano ad avere interesse verso quel bene e, come abbiamo visto, magari anche ad esercitarne potere ".In tanti anni, non abbiamo mai visto uno spiegamento di forze di Baschi Verdi,in tutto quelli impiegati, sfiorano il mezzo migliaio, provenienti da ogni dove della Calabria. A sottolineare l'importanza e la pregnanza della grossa operazione economico-finanziaria, contro la zona grigia, colletti bianchi o borghesia mafiosa, espressione quest'ultima, cara all'ex procuratore capo della DDA reggina, Giuseppe Pignatone, trasferitosi Lari e Penati sulle rive del Tevere. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ha chiarito un punto assai importante a proposito della lotta alla mafia. Occorre il contributo di tutti ed il salto di qualità. Serve, che lo Stato lo voglia veramente. Concetto, ribadito il 16 settembre 2013, nel corso dell'apertura dell'anno scolastico in una scuola del napoletano…"Un ministro dell'Interno, mi chiese qualche anno fa se la camorra potrà mai essere vinta dallo Stato. Gli risposi che avverrà solo se lo Stato lo vuole. Per realizzarlo, non bastano la Magistratura e le forze dell'ordine; ci vogliono le altre articolazoni dello Stato. È il momento di dare speranza; parlare di crisi economica per tagliare fondi anche alla scuola è un errore gravissimo ed eticamente riprovevole. È questo, il momento di fare delle scelte; l'ora, delle scelte batte alle vostre porte, cercare di non farvi trovare drammaticamente impreparati"


La fenice, spesso nota anche con l'epiteto di Araba fenice, è un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi nelle leggende greche divenne la fenice. In Egitto, fonte Wikipedia, era solitamente raffigurata con la corona Atef o con l'emblema del disco solare. Contrariamente alle "fenici" di altre civiltà quella egizia non era raffigurata come simile né ad un rapace, né ad un uccello tropicale dai variopinti colori, ma era inizialmente simile ad un passero (prime dinastie) o ad un airone cenerino, inoltre non risorgeva dalle fiamme ma dalle acque.
Nei miti greci (ma non solo) era un uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe, due lunghe piume — una rosa ed una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo) e tre lunghe piume che pendono dalla coda piumata — una rosea, una azzurra e una color rosso-fuoco —.
Il motto della fenice è Post fata resurgo ("dopo la morte torno ad alzarmi").
 Associazione con animali reali

Pochissimi storici si domandano se sia esistita la fenice, facendo riferimento alle opere dei poeti romani, considerandola nulla di più di un prodotto della fantasia dei seguaci del Dio-Sole. Alcuni, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull'esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.
Gli antichi la identificavano col fagiano dorato, tanto che un imperatore romano si vantò di averne catturato uno.

Nella Bibbia, con l'ibis o col pavone; altri, con l'airone rosato o l'airone cinereo — basandosi sull'abitudine degli antichi egizi di festeggiare il ritorno del primo airone cinereo sopra il salice sacro di Eliopoli, considerato evento di buon auspicio, di gioia e di speranza.
Il volatile più idoneo a rappresentarla è la Garzetta: uccello simile all'airone, di cui numerosi esemplari vennero sterminati solo poiché i loro ciuffi costituivano le "aigrettes" usate per confezionare i pennacchi coi quali si adornavano le dive. Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra, di cui era l'emblema — tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.
Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere — che appunto veniva chiamato "la stella della nave del Bennu-Asar", e menzionata quale Stella del Mattino nell'invocazione:
«Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

E come l'airone, che s'ergeva solitario sulla sommità delle piccole isole di roccia che sbucavano dall'acqua dopo la periodica inondazione del Nilo che ogni anno fecondava la terra col suo limo, il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità. Non a caso era considerata la manifestazione dell'Osiride risorto, e veniva spesso raffigurata appollaiata sul Salice, albero sacro ad Osiride. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e — come narra il mito della creazione — fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all'origine dei tempi sorse dal Caos acquatico.
Si dice infatti che il Bennu abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Eliopoli. Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta. Da qui l'appellativo "semper eadem": sempre la medesima.

Era sempre un maschio, e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, un luogo appartato, nascosto ed introvabile. Ogni mattina all'alba faceva il bagno nell'acqua e cantava una canzone così meravigliosa che il dio del sole arrestava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla.
Talvolta visitava Eliopoli (la città del sole, di cui era l'uccello sacro), e si posava sulla pietra ben-ben: l'obelisco all'interno del santuario della città (nota originariamente col nome di "Innu", che significa "la città dell'obelisco", da cui il nome biblico On).

La morte e resurrezione
L'araba fenice è divenuto il simbolo della morte e risurrezione, si dice infatti "come l'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri". Dopo aver vissuto per 500 anni, la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.
Qui accatastava le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme.

Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni, dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Eliopoli e si posava sopra l'albero sacro, per altro si dice anche che dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita (il Suono divino, la Musica) che animò il dio.

Ma nella antica tradizione riportata da Erodoto, la fenice risorge ogni 500 anni, come riportato da Cheremone, filosofo stoico iniziato ai misteri egizi o da Orapollo vissuto sotto Zenone. La fenice è una delle manifestazioni del sole come interpretato da Sbordone che riporta una grafia tarda del nome di Osiride costituita da un occhio e uno scettro.
La storia
Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta in un libro della Bibbia, l'Esodo (VIII secolo a.C.). Uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa lo storico greco Erodoto circa due secoli dopo:
« Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila. »

Proprio a questo resoconto di Erodoto, dobbiamo l'erronea denominazione di "Araba Fenice". Ovidio, nelle Metamorfosi, ci narra della fenice, uccello che giunto alla veneranda età di 500 anni, termine ultimo della vita concessagli, depone le sue membra in un nido di incenso e cannella costruito in cima ad una palma o a una quercia, e spira. Dal suo corpo nasce poi un'altra fenice che, divenuta adulta, trasporta il nido nel tempio di Iperione, il Titano padre del dio Sole..".

Domenico Salvatore


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