EDILIZIA I MORTI SUL LAVORO DIMINUISCONO, MA IL DECREMENTO DEGLI INCIDENTI MORTALI NEI CANTIERI DEVE ESSERE MESSO IN RELAZIONE CON LA FLESSIONE DELL'OCCUPAZIONE NEL SETTORE.
Intervento di Mauro Rossato Presidente dell'Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering di Mestre.
Sono stati 45 i decessi registrati nei cantieri italiani nel primo semestre 2013, contro i 61 dei primi sei mesi del 2012 con una flessione del 27 per cento. Un decremento apparentemente virtuoso nel settore edile che induce a pensare ad un traguardo raggiunto sul fronte della sicurezza aziendale.
Ma, negli aspetti positivi dell'inversione di tendenza della mortalità - in uno dei settori più pericolosi per i lavoratori - non si può non tener conto della profonda crisi che negli ultimi quattro anni ha colpito le Costruzioni. E che potrebbe aver contribuito al calo degli incidenti sul lavoro.
Stando ai più recenti dati presentati dall'Ance (Associazione nazionale costruttori edili), in occasione dell'annuale assemblea nazionale, dall'inizio della crisi, ovvero nel 2008, il settore Edile ha perso 690 mila posti di lavoro. A cui si potrebbero probabilmente aggiungere i 50 mila – 80 mila lavoratori cassaintegrati che potrebbero non rientrare in attività.
Infine, sono 11.200 le imprese edili fallite – aggiungono all'Ance – e il 28-30% delle aziende non sono in condizioni di reggere un altro anno per mancanza di liquidità.
Dati preoccupanti e drammatici per uno dei settori più strategici per l'economia del Paese. Una situazione d'emergenza che penalizza chiaramente anche gli investimenti aziendali sul fronte della sicurezza a tutela dei lavoratori.
Tant'è che nei cantieri si continua a morire. Perché anche se il settore "costruzioni", in termini assoluti, ha subito una diminuzione dei casi di morte nell'ultimo triennio (120 casi nel 2012, 122 nel 2011 e 148 casi nel 2010), rimane uno dei luoghi di lavoro più a rischio. E la causa di morte più frequente risulta essere sempre la "caduta di persona dall'alto" (64 casi nel 2012, 61 nel 2011, 89 nel 2010). Nei primi 6 mesi del 2013 sui 240 casi di morte registrati in tutto il Paese il 21,3 per cento è stata la conseguenza di una caduta dall'alto.
Tra le principali cause di tante tragedie e di tanta disattenzione ci sono spesso la scarsa informazione e formazione di chi opera; talvolta, poi, nelle realtà più "piccole", a subire gli infortuni sono gli stessi datori di lavoro.
Ma la vera protagonista delle scene che precedono le disgrazie è la mancata predisposizione di sistemi di accesso e vincolo per effettuare i lavori in quota negli edifici e nelle strutture in genere.
E' quindi fondamentale investire sulle attività di prevenzione, tra cui la formazione dei lavoratori, ma non va trascurata l'importanza delle attività di controllo da parte di enti preposti in un settore in cui tra l'altro c'è anche un ulteriore problema, ovvero la diffusa irregolarità dei lavoratori. E purtroppo
il binomio tra irregolarità e infortuni è sempre più presente nella cronaca contemporanea.
Prestazioni d'opera retribuite pochissimo e senza alcuna attenzione per la tutela del lavoratore. Risultato: si sale sopra ai tetti non solo senza elmetti ma anche senza parapetti, né imbragature. Si sfida il pericolo, ma soprattutto la propria vita. E a pagare non sono solo le vittime e le loro famiglie, bensì anche gli imprenditori.
Perché sebbene se ne parli poco, dietro ogni morte bianca c'è un risarcimento che non è 'sempre e solo' dovuto dagli enti previdenziali. Talora si trascinano cause per morti nei luoghi di lavoro che durano anni e che mettono in ginocchio i datori di lavoro per gli indennizzi dovuti. Perché dietro ad ogni morte bianca c'è il danno materiale, quello biologico, insieme a quello morale e patrimoniale.
La giustizia d'altra parte è lenta e spesso disattende le speranze delle vittime sul fronte del risarcimento. Per questo sarebbe necessario un fronte dei controlli compatto ed efficiente. Introdurre sanzioni adeguate alla gravità dei comportamenti da cui scaturisce la tragedia.
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