La polveriera egiziana è sul punto di esplodere e proprio in queste ore la situazione sta degenerando in quanto dalla terra dei faraoni
giungono notizie non certo rassicuranti sul fatto che l’esercito stia passando ai fatti attraverso l’occupazione della tv di Stato per dare
corso a quella road map concessa nelle ultime 48 ore al governo presieduto dall’islamico Morsi che in un precipitare di eventi ha iniziato
a vacillare, perdendo pezzi importanti del suo esecutivo passati al sostegno dei manifestanti.
La folla oceanica che ha occupato piazza Tahrir è il terminale di una protesta covata per oltre due anni – dall’insediamento del rappresentante dei Fratelli Musulmani – e che è esplosa nel corso dell’ultima settimana. Mancate riforme, un severo clima di islamizzazione che ha praticamente tagliato fuori le altre rappresentanze politiche e religiose imponendo dettami cari ai musulmani, ed il mancato avvio al processo di trasformazione socio- industriale dell’Egitto per consentire migliori condizioni di vita agli egiziani hanno praticamente fatto da cassa di risonanza altissima contro Morsi ed il suo esecutivo. Peraltro, un livello di corruzione ormai giunto ad una soglia insostenibile e che stritola impunemente i cittadini, un tasso di inflazione che si è praticamente mangiato ogni residua speranza di riemergere, una percentuale altissima di disoccupazione galoppante che ha mietuto nuove vittime in relazione alla chiusura dei rubinetti delle entrate provenienti specialmente dal settore turistico – l’industria di punta dell’Egitto, che ha assistito ad uno stillicidio infinito di disdette – le perduranti limitazioni alla libertà d'espressione e la continua violazione dei diritti umani, hanno fatto il resto.
Due anni fa il contagio rivoluzionario della primavera araba che portò all’abbattimento del “regime Mubarak” sembrava restituire ai cittadini assieme alla conferma della sovranità popolare anche la voglia di partecipazione democratica affinché, con le elezioni, si potesse sperare in una svolta liberale per l’Egitto. Oggi, con l’ultimatum a Morsi da parte dell’esercito bisognerà prendere necessariamente atto della deriva dei buoni propositi che salvo sconvolgimenti dell’ultim’ora, e con molta probabilità, confluiranno nuovamente nella sospensione della democrazia a favore di una reggenza militare che in una sorta di golpe bianco, inserirà, ancora una volta, il pilota automatico alle speranze dei di democrazia e rinnovamento dei manifestanti. D’altro canto, boicottare un governo ed il suo presidente gestore del potere a mò di dittatura mascherata non poteva che essere la naturale evoluzione di quel quadro di instabilità generato dal suo predecessore, dal quale Morsi non ha tratto evidentemente insegnamento.
Le sorti dell’Egitto che vacilla sull’orlo di una guerra civile, malaugurata ipotesi, sono appese al filo della mediazione attraverso la deposizione di Morsi e dei propositi bellicosi del gruppo da egli rappresentato da una parte e dall’acquietamento dei facinorosi agitatori di piazza, dall’altra. Nel mezzo come sempre, la popolazione, stremata da un conflitto intestino indefinito quanto interminabile che rischia ricadute a cascata in tutta l’aera medio orientale con prezzi e conseguenze tutt’altro che trascurabili.
Giuseppe Campisi
La folla oceanica che ha occupato piazza Tahrir è il terminale di una protesta covata per oltre due anni – dall’insediamento del rappresentante dei Fratelli Musulmani – e che è esplosa nel corso dell’ultima settimana. Mancate riforme, un severo clima di islamizzazione che ha praticamente tagliato fuori le altre rappresentanze politiche e religiose imponendo dettami cari ai musulmani, ed il mancato avvio al processo di trasformazione socio- industriale dell’Egitto per consentire migliori condizioni di vita agli egiziani hanno praticamente fatto da cassa di risonanza altissima contro Morsi ed il suo esecutivo. Peraltro, un livello di corruzione ormai giunto ad una soglia insostenibile e che stritola impunemente i cittadini, un tasso di inflazione che si è praticamente mangiato ogni residua speranza di riemergere, una percentuale altissima di disoccupazione galoppante che ha mietuto nuove vittime in relazione alla chiusura dei rubinetti delle entrate provenienti specialmente dal settore turistico – l’industria di punta dell’Egitto, che ha assistito ad uno stillicidio infinito di disdette – le perduranti limitazioni alla libertà d'espressione e la continua violazione dei diritti umani, hanno fatto il resto.
Due anni fa il contagio rivoluzionario della primavera araba che portò all’abbattimento del “regime Mubarak” sembrava restituire ai cittadini assieme alla conferma della sovranità popolare anche la voglia di partecipazione democratica affinché, con le elezioni, si potesse sperare in una svolta liberale per l’Egitto. Oggi, con l’ultimatum a Morsi da parte dell’esercito bisognerà prendere necessariamente atto della deriva dei buoni propositi che salvo sconvolgimenti dell’ultim’ora, e con molta probabilità, confluiranno nuovamente nella sospensione della democrazia a favore di una reggenza militare che in una sorta di golpe bianco, inserirà, ancora una volta, il pilota automatico alle speranze dei di democrazia e rinnovamento dei manifestanti. D’altro canto, boicottare un governo ed il suo presidente gestore del potere a mò di dittatura mascherata non poteva che essere la naturale evoluzione di quel quadro di instabilità generato dal suo predecessore, dal quale Morsi non ha tratto evidentemente insegnamento.
Le sorti dell’Egitto che vacilla sull’orlo di una guerra civile, malaugurata ipotesi, sono appese al filo della mediazione attraverso la deposizione di Morsi e dei propositi bellicosi del gruppo da egli rappresentato da una parte e dall’acquietamento dei facinorosi agitatori di piazza, dall’altra. Nel mezzo come sempre, la popolazione, stremata da un conflitto intestino indefinito quanto interminabile che rischia ricadute a cascata in tutta l’aera medio orientale con prezzi e conseguenze tutt’altro che trascurabili.
Giuseppe Campisi


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