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La débâcle del M5S. Tra contraddizioni ed epurazioni, la parabola discendente di un partito padronale

Se si guarda alle sfuriate tautologiche di Beppe Grillo, dal vaffa day alle recenti amministrative, esse hanno prodotto un fluttuare di consensi che dal picco delle “parlamentarie” di febbraio è approdato ai minimi storici con le amministrative di circa un mese fa. 

Ed il rilievo emergente che fa più riflettere è lo stillicidio di lotte intestine che caratterizzano il movimento più delle stesse proposte anticasta che ne avevano legittimato l’affermazione popolare, posto che anche il M5S si è rivelato  essere, in un certo qual modo, un movimento indissolubilmente annodato  al suo fondatore che oltre a svolgere le autofunzioni di portavoce nazionale è il vero dominus dell’ indirizzo politico dei “cittadini-aderenti” ai quali, come s’è visto, non resta che credere, obbedire e votare. E ai dissidenti è assicurata, con una certa ruvidezza, la sola via della porta. Ma può un movimento, che ha fatto della protesta e della critica i propri pilastri, reprimere così automaticamente la voglia di partecipazione e di  sternazione dei suoi aderenti, peraltro parlamentari della Repubblica eletti senza vincolo di mandato, come recita l’art. 67 della Carta Costituzionale? Stando ai continui mal di pancia dei parlamentari penta stellati, no. Nel 2010, in piena campagna anticasta, lo stesso Grillo in uno dei tanti post del suo blog, a proposito, denunciava senza mezze misure che  “chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito” incitando così ad una ribellione agli apparati ed agli ordini di partito per scardinare i diktat imposti dalle nomenclature affinché fosse la propria coscienza a dettare le regole della buona politica che doveva avere al centro del suo universo esclusivamente gli interessi dei cittadini. 

L’ultima debacle elettorale ha consegnato all’opinione pubblica un movimento eterogeneo e spaccato, un partito che specie negli ultimi tempi ha innescato un moto di risentimento endogeno degli stessi aderenti che hanno visto man mano assottigliarsi il favore dei cittadini alle prese con un movimento poco dinamico, molto ingessato sulle posizioni del capo, e soprattutto incapace di raccogliere e attualizzare le istanze provenienti dal basso, così come si prometteva di fare una volta “occupato” il Parlamento. 

La carica riformatrice è rimasta praticamente lettera morta, assopita sulle beghe interne dei rimborsi o intorpidita da una palese incapacità di comunicare con i mass media nazionali verso i quali il “paròn” ha scagliato con inusitata virulenza più d’una volta i suoi anatemi, non solo demonizzando ogni tentativo di  informazione ma prendendo a pretesto l’approccio mediatico per procedere a vere  proprie campagne di epurazione interna, di cui le prime vittime, Favia e Salsi, si possono ascrivere il primato del martirio multimediale. Paradossalmente oggi al contrario acclàrato il repentino dietrofront in materia del duo Casaleggio-Grillo, esaminati i disastri prodotti dalla  reticenza forzata, ancora evidentemente non paghi della confusione divulgativa, non a tutti hanno concesso la patente rappresentativa del verbo del movimento. 

E chi non se ne è accorto o magari non ci stà, passa dall’ammonimento all’espulsione nel tempo d’un battito di ciglia, ritrovandosi a patrocinare le istanze dei cittadini per conto proprio, nel gruppo misto, dove almeno il diritto di parola e di pensiero non etero diretti paiono ancora essere garantiti. Brutto segno, che lascia presagire l’avverarsi della profezia di Grillo : "ne resterà solo uno.” Vero, ma sibillinamente potrebbe trattarsi di lui.

Giuseppe Campisi

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