IMPORTANTE CONVEGNO NAZIONALE SU GRAZIA DELEDDA A MONZA PER DOMENICA 17 MARZO
IL PREMIO NOBEL DELLA LETTERATURA A 100 ANNI DALLA PUBBLICAZIONE DA "CANNE AL VENTO"
PRESENTI I MAGGIORI STUDIOSI DELLA SCRITTRICE SARDA
DI PIERFRANCO BRUNI
Grazia Deledda a 100 anni da "Canne al Vento". Una scrittrice e un romanzo che hanno segnato un viaggio tra le metafore e l'isola. Un Convegno ricorderà il Premio Nobel della Letteratura nel 1927. Si svolgerà domenica 17 marzo a Monza al quale parteciperanno, tra gli altri, (come da programma) oltre a chi scrive per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali i massimi studiosi su Deledda: da Neria De Giovanni, già Presidente del Parco Letterario Deledda, e autrice di diversi testi sulla scrittrice sarda, Stefan Damian, scrittore romeno che ha tradotto Deledda in Romania.
In quasi tutti i romanzi di Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936) l'incontro tra il vento e l'amore e il luogo assume una forma emblematica. L'amore e la passione sono appunto segni di attraversamento che si congiungono però con la memoria. Il romanzo (tutta l'opera narrativa) della Deledda è "costruito" sulla memoria. La morte come sentiero misterioso. Si pensi a Elias Portolu del 1903. Si pensi alle straordinarie pagine de Il paese del vento del 1931. Ma il dolore come sentimento e come esperienza lo si riscontra in La via del male del 1896, in La giustizia del 1899.
Diverse stagioni si intrecciano e l'intreccio è sempre più un volo di segreti che rivela tassello dopo tassello pezzi di verità. Un percorso ad intreccio tra la vita e la letteratura.
Come la nube sopra il mare, (titolo di un saggio della De Giovanni). Una metafora e una verità nella biografia della Deledda. La De Giovanni, attraverso pagine esemplari, ci racconta la storia di una donna e la storia dei suoi luoghi. Di quella Sardegna che ha antichi destini che restano a definire una civiltà
L'amore e la morte sono, dunque, itinerari fissi.
Per Grazia Deledda il tempo passato si porta dentro il tempo di una civiltà della memoria con le sue tradizioni, con i suoi riferimenti e con quella storia che diventa leggenda e mito. Gli archetipi qui sono di casa.
Si pensi alle pagine di Canne al vento del 1913. Si pensi ai racconti di Sangue sardo. Si pensi in modo particolare a Marianna Sirca del 1915. Il mondo arcaico è il mondo contadino con i suoi costumi e con la sua identità. I personaggi che vi campeggiano sono i personaggi incapsulati nel destino di quella civiltà. Perché è in quella civiltà che le trasformazioni risultano lente e, nonostante tutto, l'amore -passione e la morte non conoscono limiti. L'isola non è soltanto una spazio geografico reale ma assurge, anch'essa come il vento, a metafora. Il racconto più che un racconto si fa canto, nenia, lamento e in molte circostanze incontra la nostalgia.
Ci si ritrova a fare i conti con il passato. Tra la realtà e le metafore. Il sole è sempre nel tramonto. Ci sono scene che hanno colori suggestivi.
È ne Il paese del vento che gli scenari e le atmosfere si rincorrono. Così come si rincorrono i ricordi e gli amori. Il vento riporta quei giochi della giovinezza o quella giovinezza fatta di avventure e di parole. È proprio in questo romanzo breve che Grazia Deledda puntualizza tutto il suo viaggio. Un viaggio fatto sì di parole ma anche di esistenza.
Dirà: "Non pensavo di negarlo, e neppure di spiegarlo, il mio contegno di quel tempo, tanto più che non riuscivo a spiegarlo neppure a me stessa; e se oggi scrivo questo libro è per giustificare, di fronte ai vivi ed ai morti, e soprattutto di fronte alla mia coscienza".
Credo che Il paese del vento (titolo che senza l'articolo ha dato nome e vita ad un mio libro) sia uno dei libri più belli di Grazia Deledda. Qui la sfuggente passione è tenero amore. L'incoscienza è consapevolezza. I miti sono nei ricordi. E le conchiglie riportano echi e lontani desideri. Il paese si vive tra il vento, la luna e il mare. Il luogo ancora una volta è un'immagine importante. Si riscoprono le danze antiche e le stagioni hanno colori e suoni che attraversano le epoche.
Il paese del vento è, certamente, un testamento che lascia di Grazia Deledda (Premio Nobel per la letteratura nel 1926) una poetica che ha un singolare approccio nostalgico. È un racconto, appunto, della nostalgia non solo dell'amore.
Ecco l'inciso più marcato. "Noi ci amiamo, fanciulla, ma non osiamo rivelarcelo con parole mortali, perché il nostro amore ha già qualche cosa che ci spaventa, che ci unisce e ci divide con un colore di odio. …se io scendessi adesso fino a te, con la mia carne già impura, e ti tendessi le braccia, tu saresti la cosa più mia, e ti radicheresti in me come il bulbo del giglio nel concio che è mischiato alla terra. Ma io non voglio; non posso scendere…mi piace l'anima tua vasta, profonda e scintillante come questa notte stellata: e con l'anima mia già scura e nebbiosa voglio parlarti…"
L'inciso finale di questo brano è una forte visione poetica e l'amore stesso si fa poesia. Ecco. "Ti cercherò negli occhi delle altre donne, ma non ti ritroverò quale tu sei. Ti cercherò fuori di me, mentre tu sarai sempre dentro di me: e tu, per questo, non avrai più bisogno di cercarmi".
Se il vento è una metafora (come anche in Canne al vento) il paese (con la sua solitudine, con il suo andare, con i suoi paesaggi, con l'uliveto, con le madri, con i vecchi e i fanciulli, con le vigne) è un'àncora e l'isola è una festa mentre il viaggio e gli amori misurano il tempo. Su queste coordinate Grazia Deledda è un percorso letterario che individua e ci indirizza verso i sentieri in cui l'orizzonte del tempo è un richiamo che lascia echi indelebili.
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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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