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Il PIL, può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani

"Perchè è questa la verità. Tutto corre in avanti, in una gara al massacro, dove perde chi si stacca dal gruppo. Le persone si danno un gran da fare per superarsi l'una con l'altra. I valori, quelli veri, della famiglia, dell'onore, dell'amicizia, della tolleranza e del rispetto degli altri sono candeline che ogni giorno si spengono sempre di più. Un altro valore, quello della competizione, è diventato un virus letale, una miscela esplosiva fatta di arrivismo, egoismo, menefreghismo e superficialità. E' un contagio che ha colpito i singoli e la collettività. Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni (n.d.r)" Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.



In questo estratto da un più ampio discorso che Robert Kennedy tenneil 18 marzo del 1968 (45 anni fa), l'allora Senatore, che si accingeva a vincere le primarie e quindi candidarsi alle presideziali del novembre di quell'anno, esprimette un concetto che, se fu ritenuto valido in quei tempi, può essere validissimo anche oggi.
Crisi economica, spread, crescita, prodotto interno lordo, bolle finanziarie che fanno tremare (e cadere) governi.
Il "peso" di tutto questo si riversa inesorabilmente sull'anello debole della catena: il popolo. Oggi, come e forse più di allora, lo strapotere finanziario che tutto può e tutto muove (a patto che niente si muova o cambi) gioca d'azzardo con la vita di decine di milioni di inermi uomini e donne.

C'aveva visto giusto Bobby Kennedy e forse per questo motivo gli é stato impedito di diventare l'uomo più potente della Terra in un momento di straordinario cambiamento, quello del '68, che avrebbe influito certamente sui decenni successivi ed oggi forse avremmo un mondo diverso, un mondo più equo, un mondo con meno sperequazioni.
Un uomo di granitico coraggio e di incomparabile tenacia il cui impegno per una società migliore e per la pace lo rendeva pericoloso per chi invece era impegnato nel creare artatamente scenari di guerra in giro per il mondo.
Toglierlo di mezzo ha fatto certamente comodo ai poteri forti ed alla finanza mondiale. Discorsi come quello del quale ho riportato questo lungo estratto risuonavano come campane in uno stanzino alle orecchie di coloro i quali ignoravano, volutamente, che al di fuori di Wall Street vi era un mondo reale che aveva necessità, sogni ed aspettative e che, venuto fuori da una disastrosa guerra voleva donare ai propri figli un futuro diverso.

Credo che i momenti che hanno fatto prendere al mondo la piega che ha preso siano l'assassinio del presidente Kennedy a Dallas nel novembre 1963 e, cinque anni dopo, quello di suo fratello Bobby, meno carismatico ma più incisivo con la sua disarmante umanità.



La storia non si fa con i "se" è con i "ma", tuttavia é innegabile che, per il ruolo che rivestivano e per lo stravolgimento che avevano portato nel "modo" di fare politica e prendere decisioni importanti, i Kennedy avrebbero tracciato un solco differente non solo per gli Stati Uniti d'America, ma per il mondo intero.
Così non é stato. "Camelot", così era chiamato il regno incantato dei Kennedy, richiamando il regno di Re Artù, svanì troppo presto, crollando sotto i colpi di fucili e pistole rimaste senza "volto".
Tornando al discorso sul PIL ed alla sua straordinaria attualità, credo che attendersi oggi, da un qualsiasi leader, un simile, coraggioso discorso, sarebbe tempo sprecato.
Se potesse parlarci, alla luce della situazione attuale, penso che, passandosi la mano tra i capelli come soleva fare, ci rifarebbe lo stesso discorso.
Il punto é: lo "sentiremmo"? Farebbe breccia?

La finanza ha ormai assoggettato la politica. Ma c'è ancora speranza. È notizia di oggi che il Parlamento di Cipro ha negato il prelievo dai conti correnti dei cittadini per il rientro da debito, nonostante l'Europa l'avesse imposto.
Già, l'Europa. Un'entità che sta sempre più allontanandosi dal suo nobile scopo iniziale, per trasformarsi in un esattore impaziente ed a tratti disumano.

I potenti d'Europa oggi hanno osato anche sfilare davanti al nuovo Papa, un Papa che rappresenta di per sé una speranza, dalle prime parole espresse e che, ci auguriamo, infonda un po' di umanità e di buon senso nei governanti, di ogni colore e di ogni nazione.

Un Papa che, come Papa Giovanni XXIII fece durante gli anni pesanti dell'inizio della Guerra Fredda chiedendo a Kennedy e Krushev di dialogare, ci auguriamo irrompa con il suo sorriso rassicurante sulla scena politica mondiale.

Rigel

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