Torino 22 febbraio 2013 - La vittoria del Milan di ieri sera contro sua
mastà il Barcellona ha risvegliato le menti di moli tifosi del diavolo
che ricordano con molta nostalgia il grande Milan di Nereo Rocco. Una
vittoria che vale una stagione, non tanto sotto l'aspetto
qualificazione, tanto per un valore simbolico, etico e tradizionale.
Una vittoria che esprime e racchiude in soli 90 minuti la storia del
nostro calcio, un calcio che cura in modo particolare la fase difensiva
dove noi italiani risultiamo essere maestri. La parola Catenaccio nasce
negli anni 30 in Svizzera, Nereo Rocco fu tra i primi ad applicare il
catenaccio in Italia, fin dal 1946-47, sua prima stagione come tecnico
della Triestina. Il modulo di Rocco, cui talora ci si riferisce come il
"vero" catenaccio, prevedeva comunemente una formazione del tipo 1-3-3-3
con un atteggiamento rigidamente difensivo. Alcune variazioni sul tema
prevedevano schemi come l'1-4-4-1 e 1-4-3-2. Valendosi di questo schema
Rocco riuscì addirittura a portare la squadra giuliana ad un
sorprendente secondo posto finale nel campionato 1947-48, ripetendosi
dieci anni dopo col Padova, giunto terzo nella stagione 1957-58. Una
volta passato sulla panchina del Milan, riuscì a vincere nel decennio
dei sessanta due titoli italiani, due Coppe dei Campioni, una Coppa
intercontinentale ed una Coppa delle Coppe.
Un altro famoso interprete del catenaccio fu l’allenatore argentino
dell'Inter Helenio Herrera che, sempre negli anni sessanta, vinse tre
scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Il
modulo di Herrera prevedeva lo schieramento di quattro difensori cui
erano assegnati compiti di stretta marcatura sull'uomo con un libero
alle loro spalle. Davanti al pacchetto arretrato si posizionava un
regista capace di lunghi e precisi passaggi per superare il centrocampo
avversario e servire i centrocampisti avanzati e le punte.
In Italia in questi anni si è cercato di imitare le culture
calcistiche degli altri paesi, il modello spagnolo ad esempio è il più
studiato, non a caso l'Italia di Prandelli ha cercato di improntare una
fase di costruzione di gioco importata dall'estero che prevede una
manovra proiettata all'attacco.
A volte però attaccare e costruire non è sinonimo di vittoria,
anzi, al contrario, i grandi trionfi e i più grandi successi delle
nostre squadre di club e della nazionale provengono proprio dalla
meticolosa e rigida fase difensiva dove noi italiani risultiamo essere i
number one.
Ieri sera il Milan è riuscito nell'impresa di battere la squadra
più forte al mondo nella maniera più banale possibile, chiudere tutti
gli spazi di gioco dei blaugrana grazie ad una disponibilità totale di
tutta la squadra. Difendersi in 11 non è semplice sopratutto a livello
mentale, si sa che un attaccante non è predisposto al sacrificio, ed è
in questo aspetto che Allegri ha fatto la differenza, riuscendo ad
inculcare ai propri giocatori la mentalità ideale per giocare alla pari
contro Messi e company.
Sono consapevole che la partita di ritorno sarà molto diversa, il
Barcellona è capace di tutto e non mi stupirei se riuscisse a ribaltare
il risultato. Di una cosa sono certo, nel gioco del calcio niente è
superato, ben vengano i catenacci, le barricate o i bunker, non è questo
aspetto che conta, è l'efficacia l'aspetto dominante di ogni cosa, e se
il risultato è positivo non ho altro da aggiungere.
Rosario Ligato, Allenatore Uefa B

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