Copertina
Calendario Storico dell'Arma 2012
Nel terzo
cinquantennio di vita dell’Arma, attraversato da tensioni sociali e da due
guerre mondiali, gli Italiani si stringono attorno ai Carabinieri con rafforzata
fiducia.
La presente edizione del Calendario Storico
è dedicata al terzo cinquantennio della vita dell’Arma, compreso tra il 1914 e
il 1964, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e mutamenti internazionali.
Attraverso due guerre cambiano l’Italia, l’Europa ed il mondo. Non muta
l’impegno dei Carabinieri, i quali, fedeli ai loro valori, rimangono vicini al
loro popolo, difendendone la libertà e garantendo, in situazioni di pace o di
conflitto, la sicurezza e la legalità. All’inizio del periodo trattato, è la
Grande Guerra ad irrompere sulla scena europea con tutta la sua drammaticità.
Ne è simbolo la trincea, una realtà fatta di quotidiani obbligati arretramenti
e faticose riconquiste. E’ in questo contesto che il 2° e 3° Battaglione del
Reggimento Carabinieri, al prezzo di tanti Caduti, si ricoprono di gloria nella
conquista della cruciale “quota 240”, sulle pendici del Monte Podgora, dopo
reiterati assalti all’arma bianca condotti contro un avversario superiore per
numero e per armamento.
L’Italia torna alla pace e i Carabinieri
riprendono la loro diuturna opera a tutela dell’ordinata convivenza civile.
L’impegno costante dell’Istituzione,
fondato su quel vincolo di fedeltà che ciascun Carabiniere stringe con la sua
gente, è ricambiato affettuosamente dagli italiani che, a testimonianza della
loro riconoscenza, consegnano a tutte le Stazioni la Bandiera Nazionale.
Con gli stessi sentimenti di gratitudine,
tutte le municipalità sottoscrivono plebiscitariamente la realizzazione del
Monumento al Carabiniere, collocato a Torino, città che aveva dato i natali ai
militari “per buona condotta e saviezza distinti”. La Seconda Guerra Mondiale, la
Resistenza e la Liberazione ritrovano l’Arma tenace ed eroica protagonista
delle drammatiche vicende di quel periodo, sia su fronti lontani, sia sul suolo
patrio. In terra d’Africa, a Culqualber, la strenua resistenza dei Carabinieri
del 1° Gruppo Mobilitato, quasi tutti Caduti contro preponderanti forze
avversarie, consente ad altri reparti di ripiegare su posizioni più sicure. A Eluet
El Asel, il Battaglione Paracadutisti, mantenendo con fulgido ardimento il
caposaldo assegnato, permette la salvezza delle truppe amiche, che riescono a
sottrarsi al mortale accerchiamento avversario. Quando il conflitto vìola il
territorio italiano e la stessa Capitale è oggetto di ripetuti bombardamenti,
il Comandante Generale, Azolino HAZON, e il suo Capo di
Stato Maggiore, Col. Ulderico BARENGO, non
esitano a raggiungere il quartiere “San Lorenzo” per organizzare i soccorsi. Ad
ucciderli è l’esplosione dell’ennesimo ordigno, un rischio che non aveva
fermato il loro coraggio ed il loro ammirevole spirito di solidarietà. Altri
fulgidi sacrifici punteggiano quel tragico tempo. Il Vice Brigadiere Salvo D’ACQUISTO,
a Torre di Palidoro, offre il suo petto affinché ventidue ostaggi siano liberi
e scrive così una delle pagine più belle della Storia dell’Arma. Fedeli agli
stessi valori, i Carabinieri Alberto LA ROCCA, Fulvio SBARRETTI e Vittorio
MARANDOLA, a Fiesole, scelgono coscientemente di offrire il bene supremo della
loro giovane vita e affrontano il plotone di esecuzione per sottrarre a una
crudele rappresaglia la propria comunità. Ben dodici, peraltro, sono i
Carabinieri trucidati alle Fosse Ardeatine, riconosciuto simbolo del sacrificio
di tanti italiani votati agli ideali di libertà e di amore per la Patria.
Le pagine del Calendario si chiudono,
quindi, con il riferimento ai quattro alberi piantati sul Monte delle
Rimembranze, a Gerusalemme, in onore di altrettanti militari dell’Arma, “Giusti
tra le Nazioni”, che avevano salvato dalla morte ebrei altrimenti destinati ai campi
di sterminio. Al termine del conflitto, si conteranno in circa diecimila i
Carabinieri deportati nei campi di concentramento, le spoglie di molti dei
quali non faranno mai più rientro in Patria.
Sfogliando le pagine del Calendario, in
sintesi, si entra in contatto con i grandi avvenimenti della Storia e con i
tanti uomini che, con le loro azioni, le loro scelte e il loro eroismo, ci
hanno lasciato un inestimabile patrimonio di valori cui tutti i Carabinieri,
con legittima fierezza, attingono quotidianamente per proporsi quali fedeli e
silenziosi servitori dello Stato.
GEN.
C.A. LEONARDO GALLITELLI
COMANDANTE
GENERALE
DELL’ARMA
DEI CARABINIERI
1)
La Bandiera
dell’Arma per la prima volta in guerra
Il 24 maggio 1915, a poche ore
dall’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria, la Bandiera dell’Arma
dei Carabinieri partiva per il fronte scortata da un plotone d’onore e dalla
Banda della Legione Allievi.
Prima ancora, lungo la linea di confine
orientale, i reparti dell’Arma avevano già completato lo schieramento loro assegnato
dal Comando Supremo con una forza complessiva di 500 Ufficiali e 19.816 tra
Sottufficiali e Carabinieri. La linea di fuoco che avrebbe segnato l’ingresso
in battaglia dei Carabinieri era la valle dell’Isonzo, all’altezza di Gorizia,
sulle pendici del monte Podgora, ove si attestò il Reggimento Mobilitato al
comando del Colonnello Antonio Vannugli. Per la posizione dominante degli
austriaci, arroccati alla sommità del rilievo montuoso, l’impresa di snidarli
appariva estremamente rischiosa e dall’esito incerto. Ma necessitava corrodere
la resistenza dell’avversario, indebolirne progressivamente la tenuta per poi puntare
su Gorizia. Dopo un periodo di approntamento, durante il quale venne realizzato
un articolato sistema di trinceramento (nell’illustrazione a sinistra), a metà
del mese di luglio il Comando del 6° Corpo d’Armata, da cui il Reggimento
Carabinieri dipendeva tatticamente, ordinò di passare all’attacco. Nel Diario
di Guerra del Col. Vannugli, di cui per la prima volta vengono riprodotti
alcuni fogli nelle pagine seguenti, alla data del 19 luglio si legge: “Il
Reggimento Carabinieri deve conquistare la cresta di quota 240, corrispondente
al proprio fronte ed ivi rafforzarsi”.
Alle ore 10:30 venne dato l’ordine di
iniziare l’assalto, seguito da quello del Col. Pranzetti: “alla baionetta!”.
Secondo gli ordini, l’azione doveva essere condotta soltanto all’arma bianca.
Una valanga umana si slanciò protesa verso l’alto, incurante della barriera di
fuoco opposta dagli austriaci. Le perdite furono subito gravi, ma l’impeto dei
Carabinieri non accennò ad esaurirsi.
Alle
15:05 il Comando della Brigata Pistoia “Vista l’ardita avanzata dei Carabinieri
e resosi conto delle difficoltà incontrate” (così si legge in un dispaccio del
suo Comandante) diede l’ordine di ripetere l’assalto, revocato però dal Comando
del 6° Corpo d’Armata. La giornata, gloriosa ma senza vittoria, era costata al
Reggimento 81 morti, 141 feriti e 10 dispersi.
(Didascalia)
Il Presidente del Consiglio Vittorio
Emanuele Orlando rende omaggio al Brigadiere Martino Veduti in occasione della
cerimonia per la consegna al Sottufficiale della Medaglia d’Oro al Valor
Militare.
Il Brigadiere, di guardia ad una polveriera
sul Fronte Giulio, era riuscito a disinnescare coi denti, non riuscendovi con
le mani, la miccia accesa collegata ad un ordigno ad altissimo potenziale.
2) L’attacco alla
quota 240 del Podgora
A sinistra, alcune pagine del Diario di
Guerra del Col. Antonio Vannugli, Comandante del Reggimento Mobilitato
dell’Arma dei Carabinieri per il conflitto con l’Austria (1915-1918). E’ la
prima volta che il prezioso documento viene pubblicato, dopo essere stato
rinvenuto presso l’Archivio dello Stato Maggiore Esercito.
In esso risulta elencata la forza presente
sulle pendici del Podgora per l’azione del 19 luglio 1915, costituita da 28
Ufficiali e da 1236 uomini di truppa su tre Battaglioni, più una Sezione
mitragliatrici.
Nell’illustrazione di queste pagine,
ricavata da disegni di Achille Beltrame, il momento dell’attacco alla quota 240
dell’altura del Podgora. Il Comandante della Brigata “Pistoia”, dopo la
battaglia, annotò nel suo Diario di Guerra:
“I Carabinieri stettero saldi e impavidi
sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte”.
3) La fiamma
dell’Arma anche nei cieli
Aveva esordito in Libia, nella guerra
italo-turca del 1912-13, l’Aeronautica Militare italiana, non come Arma, ma
quale specialità aperta a tutti i Corpi armati. In tale circostanza si era
distinto un giovane capitano d’Artiglieria, Riccardo Moizo, che nel 1935
sarebbe stato nominato Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri. Con la
Prima Guerra Mondiale (1915-18) l’aviazione ebbe il collaudo definitivo per il
suo impiego come mezzo di offesa e di ricognizione, riscuotendo l’adesione volontaria
di numerosi militari di quasi tutti i Corpi armati. L’Arma dei Carabinieri non
si sottrasse all’affascinante richiamo, rispondendo generosamente con 173 suoi uomimi, tra Ufficiali, Sottufficiali e Carabinieri,
che si distinsero con le loro imprese durante le battaglie dell’Ortigara, dell’Isonzo,
della Bainsizza, nella controffensiva del
Montello ed infine nell’epica conclusiva battaglia di Vittorio Veneto. Una
Medaglia d’Oro, undici d’Argento, otto di Bronzo e una Croce di Guerra al Valor
Militare sono le decorazioni che testimoniano una serie di drammatici e memorabili
duelli aerei cui presero parte i Carabinieri pionieri dell’aviazione
(didascalie)
Tenente
pilota Ernesto Cabruna, Medaglia d’Oro al Valor Militare per le sue imprese aviatorie
durante la Grande Guerra.
Nella
fotografia è col grado di Sottotenente.
La copertina dedicata dalla “Domenica del
Corriere” alla memorabile impresa del Tenente Cabruna: il vittorioso scontro
con 11 aerei austriaci nel cielo di Conegliano.
Sotto, l’aereo S.P.A.D. VII col quale il
Tenente pilota dei Carabinieri Ernesto Cabruna effettuò durante la Grande
Guerra una serie leggendaria di imprese.
L’apparecchio è conservato presso la Scuola
Ufficiali Carabinieri di Roma, ove è stato realizzato un apposito padiglione
dedicato ai Carabinieri pionieri dell’aviazione. A destra, la ricostruzione
della baracca-comando della77° Squadriglia Caccia a cui apparteneva il Tenente
Cabruna.
4) Nella lontana
Siberiaper la salvezza degli irredenti
Nel
secondo anno della Guerra tra l’Italia e l’Austria (1915-18) per l’esercito
asburgico si pose il problema degli irredenti (friulani, triestini, istriani e
almati) chiamati a combattere contro gli Italiani e, sul fronte orientale, contro
i Russi.
In molti, nel 1916, caddero prigionieri dell’armata
zarista. Sorprendentemente non fu l’Austria ad intervenire presso il governo di
Mosca affinché a quella moltitudine di militari fossero risparmiati i disagi e
le sofferenze di deportazioni in regioni proibitive per la stessa sopravvivenza;
fu invece l’Italia a preoccuparsene e a nominare una speciale Commissione per
la ricerca capillare sull’intero territorio russo di quella massa di
sventurati. Della missione facevano parte tre Ufficiali dei Carabinieri, il Maggiore
Giovanni Squillero, il Capitano Cosma Manera e il Capitano Nemore Moda.
Scegliendo la via del Baltico per raggiungere la Russia, la Commissione
s’imbarcò a Newcastle, in Inghilterra, e attraverso la Norvegia, la Svezia e la
Finlandia, raggiunse Pietrogrado, ove pose la sua sede operativa, mentre il
centro di raccolta venne posto a Kirsanov, più a sud. I risultati furono presto
esaltanti. Già nel mese di settembre un primo contingente di 1698 ex
prigionieri poté imbarcarsi ad Arcangelo, sul Mar Baltico, alla volta
dell’Inghilterra e quindi della Francia. Fu poi la volta di un secondo e di un
terzo contingente, che portarono a circa 4000 il numero degli uomini messi in
salvo dalla “Legione Redenta”, nome attribuito a quel nucleo di militari di
armi diverse. Da quel momento in poi, per l’eccezionale impegno profuso
nell’impresa dal Capitano Manera, nel frattempo promosso Maggiore, l’operazione
s’identificò nella figura dello stesso Ufficiale con l’appellativo di “Missione
Manera”.
Il terreno operativo si spostò nell’anno
successivo nella lontana Siberia, nella Baia di Gornostaj, che si prestava
tatticamente per la vicinanza del porto di Vladivostok. Attraverso marce
forzate, con l’ausilio dei pochi treni in esercizio sulla linea transiberiana,
1800 uomini riuscirono a raggiungere quella estrema località asiatica, ove
costituirono una vera unità militare italiana, divisa in tre Compagnie.
(didascalia)
A destra, il Maggiore Manera tra gli
Ufficiali della “Legione Redenta”, la caserma in cui erano alloggiati gli ex
prigionieri e la foto ricordo alla base delle Piramidi durante il viaggio di
ritorno attraverso la rotta delle Indie.
La foto in alto, a destra, ritrae la
“Legione Redenta” prima del viaggio di ritorno in Patria.
5) Il doloroso
dopoguerra
All’indomani della vittoria, che aveva causato
600.000 morti, si creò in Italia un diffuso senso di amarezza e insofferenza.
In tale contesto, l’Arma si trovò quindi a rappresentare l’autorità dello Stato
nella gestione dell’ordine sociale.
Fra i numerosi episodi verificatisi si
annovera l’uccisione del Brigadiere Giuseppe Ugolini, colpito mentre si recava
solitariamente, a Milano, per raggiungere il nuovo comando di Stazione ove era
stato destinato.
(didascalie)
A sinistra, l’aggressione mortale subita a
Milano dal Brigadiere Giuseppe Ugolini.
Malgrado fosse solo, il militare reagì a
colpi di moschetto.
Il grave episodio indusse il Comune di
Milano a dichiarare il lutto cittadino e a tributare al militare un solenne funerale,
cui partecipò una folla imponente. Alla Memoria del Sottufficiale venne poi
assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
A destra, scontro tra militari dell’Arma e
facinorosi nel Ferrarese durante il primo dopoguerra.
Sotto, un reparto dei “Battaglioni Mobili
Autonomi Carabinieri” a protezione della Prefettura di Roma nel 1920. I
Battaglioni vennero istituiti nell’ottobre 1919 per concorrere con le Legioni
Territoriali alla difesa del Paese e dell’ordine pubblico.
6) Contro la mafia
in Sicilia
Doveva essere il colpo di grazia alla mafia
siciliana. A scatenare la determinazione del Capo del Governo era stato
l’affronto fatto da un capo-mafia di Piana dei Greci in occasione del primo
viaggio in Sicilia, dopo l’assunzione del potere. “Voscenza, è sotto la mia
protezione.
Che bisogno aveva di tanti sbirri che si è
portato dietro?” Tornato a Roma, Mussolini diede l’incarico all’ex Prefetto di
Bologna, Cesare Mori, al momento in pensione, di raggiungere la Sicilia, con
pieni poteri: “Vostra Eccellenza - gli scrisse - ha carta bianca, l’autorità
dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in
Sicilia”. Per un tale impegnativo incarico, fu messa a disposizione del
Prefetto Mori l’intera struttura operativa della Milizia, ma l’offerta venne
declinata, salvo per una scarsa aliquota rappresentativa; egli volle i
Carabinieri, conoscendone la collaudata esperienza in quel difficile ambiente
ed il radicato inserimento tra le popolazioni siciliane.
E li ottenne. Un intero Battaglione e tutta
la struttura territoriale dell’Arma delle zone interessate vennero messi a sua
disposizione, per un totale di oltre 800 uomini, al comando del Maggiore Giuseppe
Artale. Le attività presero avvio nell’estate del 1925 ed i risultati non
tardarono a giungere. Dopo circa quattro anni dall’inizio del suo mandato, il
24 giugno 1929 da Roma partì un laconico dispaccio telegrafico per il Prefetto
Mori: “Con R.D. in corso V.E. è stata collocata a riposo per anzianità di
servizio a decorrere dal 16 luglio. La ringrazio dei lunghi e lodevoli servizi resi
al Paese. Firmato Ministro Mussolini”. Quel periodo costò all’Arma 15 caduti e
350 feriti.
(didascalie)
Il comune di Gangi, nelle Madonie, posto
sotto assedio dal Prefetto Mori nel gennaio 1926. L’operazione, condotta dai
Carabinieri, portò all’arresto di oltre 400 latitanti.
La ricostruzione cinematografica
dell’arresto di Gaetano Ferrarello, capo della malavita delle Madonie.
Il Maggiore Giuseppe Artale, Comandante dei
Nuclei Interprovinciali della Sicilia durante il periodo del Prefetto Mori.
Accanto gli è il Maresciallo Paolo Bordonaro, uno dei Sottufficiali più esperti
in materia di lotta alla mafia. Si distinse per un’inchiesta che portò alla
contemporanea incriminazione di 273 affiliati alla malavita.
A sinistra, il “processo verbale” della
Compagnia Interna dei Carabinieri di Agrigento, col quale vennero imputati di “associazione
per delinquere” 121 individui operanti in una vasta zona della Sicilia
centrale.
L’attività, avviata durante il “periodo
Mori”, venne conclusa nel 1930, quando lo stesso Prefetto aveva già lasciato
l’incarico.
Per l’incisiva azione svolta contro la criminalità
siciliana, vennero concesse ai militari dell’Arma 124 Medaglie d’Argento e 47
di Bronzo al Valor Militare, 6 Medaglie al Valor Civile, 14 attestati di Pubblica
Benemerenza e 50 Encomi Solenni.
7) A
perpetuare le nobili tradizioni della nostra Cavalleria
Il 9 luglio 1933, nella coreografica
cornice di Piazza di Siena, a Roma, gli Squadroni a Cavallo dei Carabinieri
offrirono per la prima volta ai romani lo spettacolo del Carosello Storico, destinato
a perpetuare, unico, le tradizioni dei Reggimenti a Cavallo dell’Esercito
Italiano.
L’esibizione diede l’occasione al pubblico
della capitale di ammirare tutte le uniformi indossate dai Carabinieri dalla
loro origine. Infatti, gli uomini degli Squadroni si presentarono con le
“monture” che avevano segnato i momenti cruciali della loro storia, in
particolare Pastrengo, la cui carica venne magistralmente simulata, suscitando,
come ancora oggi avviene, l’entusiasmo degli spettatori.
7
bis) La Banda dei Carabinieri
oltre
i confini nazionali
Nel 1934, la Banda dei Carabinieri si esibì
a Parigi, entusiasticamente accolta dalla popolazione e dalla stampa francese.
Nel 1937 fu a Berlino, a Stoccarda e nel Principato di Monaco e nel 1939 in
Spagna, per approdare negli Stati Uniti nel 1956, in occasione del “Columbus
Day”. Nata nel 1910 come “Banda della Legione Allievi”, nel 1920 era stata
elevata al rango di “Banda dell’Arma dei Carabinieri”, continuando una serie di
concerti all’estero di grande rilievo, iniziati nel 1916 a Parigi. Diretta fino
al 1925 dal Maestro Luigi Cajoli, in quell’anno fu affidata alla guida di Luigi
Cirenei, che proiettò il complesso bandistico verso dimensioni orchestrali.
(didascalia)
La Banda dell’Arma nel cortile della
Legione Allievi Carabinieri di Roma negli anni ’30 del secolo scorso.
Il complesso musicale era allora diretto
dal Maestro Luigi Cirenei, autore nel 1929 della “Fedelissima”, Marcia d’Ordinanza
dell’Arma dei Carabinieri.
Nella pagina a fianco e in alto, le
copertine dedicate dal più diffuso settimanale italiano illustrato al primo Carosello
storico e alla prima tournée (Giuseppe Rava) della Banda a Parigi.
8)
Dalla cronaca alla leggenda
Nel cinquantennio rievocato da questo Calendario
si è sviluppata l’attenzione della stampa per l’attività di servizio dei
Carabinieri. Il famoso illustratore Achille Beltrame addirittura sosteneva che
una tavola a colori di prima pagina avrebbe acquistato maggiore credibilità se vi
fosse stata la presenza di un militare dell’Arma. Pertanto un soccorso in alta montagna,
la cattura di pericolosi banditi, l’intervento lungo una linea ferroviaria per scongiurare
un disastro, il salvataggio di persone dalle acque di un torrente, l’assistenza
alle popolazioni in caso di calamità naturali, divennero i temi per alimentare
le copertine dei vari giornali. Gli autori delle tavole, tra i quali vanno
ricordati anche Vittorio Pisani e Walter Molino, hanno così affidato
all’immaginario collettivo scene destinate a diventare leggenda.
(didascalie)
Cattura del brigante Stocovich e dei suoi
complici a Roveria di Pola; il fuorilegge era ricercato quale autore di quattro
omicidi.
Alla brillante operazione venne dedicata
questa tavola dalla “Tribuna Illustrata” nel 22 gennaio 1933.
A destra, salvataggio sui ghiacciai del Cervino
avvenuto nell’autunno del 1933.
Già un secolo prima un Carabiniere aveva
operato il primo soccorso in alta montagna sul Moncenisio, ove la carrozza di
un gentiluomo inglese era rimasta bloccata da una tormenta di neve.
Il Carabiniere Cipriano Gabencel era
riuscito da solo a salvare il malcapitato e la sua famiglia, declinando poi la
ricompensa di mille franchi offertagli per il suo generoso intervento: “la mia
paga mi basta”, disse il militare proseguendo per il suo servizio.
A sinistra, a Chiaravalle, in provincia di
Ancona, un Carabiniere, sparando alcuni colpi di pistola in aria, richiama
l’attenzione del macchinista di un treno, che stava per investire un camion
fermo sui binari a causa di un guasto meccanico.
9) Il
monumento al Carabiniere
L’idea di dedicare un monumento al
Carabiniere risale all’immediato primo dopoguerra. Tuttavia, l’iniziativa si
deve ad una donna, la signora Ildegarde Occella, Presidente dell’Istituto
Nazionale per le Biblioteche dei Soldati che, agli inizi dell’anno 1933, su
ispirazione della Principessa Laetitia di Savoia, volendo interpretare i
sentimenti degli italiani, decise di elevare un monumento che potesse
ricordare, attraverso i tempi, le glorie dei Carabinieri. La bontà
dell’intuizione ebbe riscontro nell’adesione corale che i Comuni d’Italia
diedero ad un apposito Comitato d’Onore, patrocinato dalla Regina Margherita,
ed alla Commissione esecutiva presieduta dal Generale Carlo Petitti di Roreto,
già Comandante Generale dell’Arma.
In breve si ebbe l’adesione plebiscitaria
di tutti i Comuni del Regno, che vollero contribuire alla realizzazione del
monumento con donazioni spontanee, le cui delibere sono tutte raccolte in 93
volumi conservati presso il Museo Storico dell’Arma, in Roma.
L’offerta più cospicua venne dalla
Capitale, 500 lire. La scelta della località in cui erigere il monumento cadde per consenso
unanime sulla città di Torino, che aveva dato i natali al “Corpo dei
Carabinieri” nel 1814. Il suo Sindaco, conte Paolo Thaon di Revel, nel prendere
in consegna l’opera realizzata dallo scultore Edoardo Rubino, volle ricordare
che la “storia dei Carabinieri più che secolare, scritta tutta di eroismi e di
abnegazione in difesa della Patria, del Diritto e della Legge, è, in guerra
come in pace, una ininterrotta elevazione, una costante fulgida affermazione di
virtù militari e civili”. La cerimonia di inaugurazione avvenne il 22 ottobre
1933 con la partecipazione di rappresentanze giunte da ogni angolo d’Italia.
(didascalia)
L’epigrafe riprodotta a sinistra è incisa
sulla base del monumento al Carabiniere, a Torino.
Gravemente danneggiato il 12 agosto del
1943 nel corso di una incursione aerea, il monumento risorse dopo la guerra e
venne restituito all’ammirazione degli Italiani con una solenne cerimonia alla
presenza del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Prendendo la parola a
nome del Governo, l’on. Luigi Meda disse: “Risorge, questo monumento, ancora
più glorificato dal contributo di valore e di sangue offerto dai Carabinieri
nella lotta partigiana, risorge nella consacrazione di un rito, al quale è
spiritualmente presente tutto il popolo italiano, al quale sono presenti in
spirito tutti i Carabinieri, i morti ed i vivi, tutti uniti in una benedizione
ed in una promessa: la benedizione di coloro che più non sono, la promessa dei
Carabinieri e dei cittadini di difendere in ogni momento, contro qualsiasi
offesa, il diritto e la libertà riconquistata”.
10)
Il dono della Bandiera ai fedeli Carabinieri
Al Sindaco di Castelnuovo di Magra (La
Spezia) apparve inconcepibile che la Stazione Carabinieri del suo paese non esponesse
il Tricolore in occasione delle vittorie italiane nella guerra in corso contro
l’Austria. Era il 30 settembre 1916 quando decise di chiederne ragione per
iscritto al Comandante Generale dell’Arma.
Una prima risposta ad analogo quesito
l’aveva già avuta dal Comando della Legione di Torino, nel senso che tutte le
Caserme non erano dotate del vessillo nazionale. L’iniziativa di quel Sindaco fu
la scintilla che infiammò l’entusiasmo degli Italiani, dopo che il Ministro
della Guerra diede il suo assenso a fare donazione della Bandiera alle caserme
dell’Arma. La cittadinanza di Castelnuovo di Magra fu naturalmente la prima a
donare il Tricolore alla locale Stazione dei Carabinieri. Il dono della
Bandiera, durato fino a metà degli anni 30 del secolo scorso, fu, inoltre,
l’occasione per stimolare feste popolari, un rito domenicale nel quale le genti
si ritrovarono unite gioiosamente accanto ai loro Carabinieri.
11)
Di nuovo in guerra
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nel
conflitto scatenato dalla Germania nell’autunno dell’anno precedente. I fronti
aperti dall’esercito tedesco, dal Baltico ai Balcani, dalla Francia al Mar
Caspio, delineavano le proporzioni della guerra, che nella primavera del 1942
avrebbe investito l’intero pianeta. Il nostro Esercito si trovò a sostenere lo
sforzo bellico sul fronte francese, su quello greco-albanese, in Africa
settentrionale, in Africa orientale e, per solidarietà con l’alleata Germania, sullo
sconfinato scacchiere russo. L’Arma dei Carabinieri partecipò in armi su tutti
i fronti con un contingente complessivo di 53.000 uomini. Particolarmente
impegnativa risultò la campagna sul fronte orientale, ove i Carabinieri furono
presenti con un Comando d’Armata, 3 Comandi a livello di Corpo d’Armata, 10
Comandi di Divisione, il XXVI Battaglione, l’8 a Compagnia per l’Intendenza, 45
Sezioni e 15 Nuclei. Il settore operativo assegnato ai reparti dell’Arma fu la zona
di Rostov, lungo il bacino del fiume Don. Anche in terra russa i militari
dell’Arma furono all’altezza delle loro tradizioni, con episodi di valore
collettivo e individuale, come quello del Carabiniere Plado Mosca, illustrato a
fianco.
(didascalia)
Serrata in una morsa poderosa da parte dei
russi, la Divisione Torino, nella piana del fiume Don, sarebbe stata annientata
se l’accerchiamento non fosse stato infranto dall’ardimento del Carabiniere
Plado Mosca, che si lanciò a cavallo contro il nemico, in un gesto disperato,
impugnando il Tricolore e trascinando nella carica centinaia di suoi commilitoni.
La travolgente azione riusciva a spezzare il cerchio di ferro e fuoco,
consentendo all’intera Unità di porsi in salvo. Al Carabiniere Mosca, falciato da
una raffica di mitragliatrice, venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor
Militare alla Memoria.
12) In Africa, il
battesimo del fuoco del Battaglione Paracadutisti e la resistenza alla sella di
Culqualber
In Africa settentrionale, a distinguersi
particolarmente nel corso delle alterne vicende succedutesi nello scacchiere
del fronte egiziano, fu il Battaglione Paracadutisti, che su quel fronte ebbe
il battesimo del fuoco.
Dislocato al bivio di Eluet el Asel durante
il ripiegamento italiano del dicembre 1941, si rese protagonista di un episodio
degno delle più fulgide pagine di eroismo dei Carabinieri, guadagnando nel suo
primo inserimento in battaglia una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Gli
Inglesi, che dovettero impegnare forze rilevanti per superare la tenace
resistenza dei Carabinieri Paracadutisti, comandati dal Maggiore Edoardo Alessi,
tramite la voce di Radio Londra affermarono che essi “si erano battuti come
leoni e che fino allora, in Africa, non avevano mai incontrato così accanita
resistenza”.
Il lontano settore dell’Africa Orientale
era rimasto presidiato quasi esclusivamente dai Carabinieri, impegnati a
consolidarvi la presenza italiana e ad estenderla anche alle regioni
occidentali, mai interamente occupate. Circondato da ogni parte dall’apparato
bellico inglese, il territorio etiopico altro non poteva offrire alle nostre
esigue truppe che l’occasione per una eroica resistenza. E tale fu infatti
quella opposta dai Carabinieri del Maggiore Alfredo Serranti sui rilievi rocciosi
di Culqualber. I Carabinieri, trinceratisi sulle aspre alture di quel deserto,
tennero in scacco gli Inglesi dalla primavera all’autunno del 1941. Il loro
eroismo è racchiuso nella frase del Bollettino di Guerra n. 539: “Nell’epica
difesa si è gloriosamente distinto, simbolo del valore dei reparti nazionali,
il Battaglione Carabinieri, il quale, esaurite le munizioni, ha rinnovato sino all’ultimo
i suoi travolgenti contrattacchi all’arma bianca. Quasi tutti i Carabinieri
sono caduti”. Per l’episodio di Culqualber la Bandiera dell’Arma è stata
insignita di Medaglia d’Oro al Valor Militare.
(didascalie)
Maggiore Edoardo Alessi, Comandante del Battaglione
Carabinieri Paracadutisti, impegnato nel 1941 a contrastare l’avanzata degli Alleati
in Cirenaica. L’Ufficiale, col grado di Tenente Colonnello e col nome di
battaglia di “Comandante Marcello”, partecipò alla lotta partigiana contro i
tedeschi, rimanendo ucciso.
(Medaglia d’Argento al Valor Militare).
Maggiore Alfredo Serranti, Medaglia d’Oro
al Valor Militare alla Memoria
13)
Il Comandante Generale Hazon e il Capo di S. M. Barengo caduti in servizio
Erano le 11,40 del 19 luglio 1943. Da poco
era cessato il primo terrificante attacco aereo degli Alleati contro la città
di Roma. La zona più colpita era stata quella dello scalo ferroviario di San
Lorenzo. Le sirene avevano da poco terminato di scuotere l’attonito sgomento
della cittadinanza romana. Il Comandante Generale dell’Arma, Azolino Hazon, si
affacciò nella stanza del suo Capo di S. M., Col. Ulderico Barengo, dicendogli:
“Occorre andare, non c’è da perdere un minuto; a San Lorenzo c’è da organizzare
i soccorsi”. A bordo dell’auto di servizio, lanciata a tutta velocità lungo il
viale Regina Margherita, i due uomini avevano appena raggiunto la Città
Universitaria, quando una pioggia di ordigni cominciò a riversarsi sulla zona.
La strada era ormai interamente sconvolta dagli scoppi delle bombe da 500
libbre. Ancora pochi metri e poi si sarebbe dovuto proseguire a piedi. Non ci
fu il tempo. Una bomba esplose vicino all’auto con a bordo il Gen. Hazon e il
Col. Barengo, che perirono all’istante. Alla loro Memoria venne poi concessa la
Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “ Mentre
accorrevano sui luoghi maggiormente colpiti per recarvi il contributo della
loro presenza animatrice a riaffermare la tradizionale dedizione dell’Arma dei
Carabinieri a favore della comunità, erano qui travolti dall’esplosione di
ordigno aereo, sacrificando la nobile esistenza e fondendo generosamente il
sangue con quello delle innocenti vittime cittadine nel glorioso martirio che
indicò alla Nazione la via della libertà e della democrazia”.
(didascalie)
Sotto, il Gen. Azolino Hazon, Comandante
Generale dell’Arma dei Carabinieri dal 23 febbraio al 19 luglio 1943. Era
transitato dal Corpo degli Alpini all’Arma dei Carabinieri, divenendone nel
1940 Vice Comandante Generale. Gli è accanto il Col. Ulderico Barengo, Capo di
Stato Maggiore dell’Arma dal 12 ottobre 1940, che viene ricordato anche quale
profondo cultore di storia risorgimentale e per l’impulso dato all’editoria
dell’Arma e all’archiviazione dei cimeli dell’Istituzione.
A destra, alcune pagine del registro con le
firme delle personalità che resero omaggio alle salme dei due alti Ufficiali
nella camera ardente allestita nella Caserma della Legione Allievi Carabinieri
di Roma.
Il documento, conservato nel Museo Storico
dell’Arma, riunisce gli autografi di tutte le personalità presenti in quel
momento nella Capitale, dal Capo del Governo al Principe Borghese, Governatore
di Roma.
Nella foto in basso, le stesse personalità
durante i funerali.
14) L’eroe di
Palidoro
Con l’abbandono della Capitale da parte del
Sovrano e del Governo, avvenuta all’alba del 9 settembre 1943, si erano create
le condizioni perché l’Italia si trovasse divisa in due: il sud di Roma
parzialmente liberato dagli Alleati e precariamente ancora in regime
monarchico, con la corte dapprima a Brindisi, poi a Salerno; il restante territorio
controllato dai tedeschi, che si accingevano ad occuparlo militarmente.
In assenza nella Capitale di un Governo,
organo di riferimento supremo per l’Arma dei Carabinieri, il Comandante
Generale, Angelo Cerica, ritenne di dover sciogliere il Comando Generale,
inviando a tutti i reparti la consegna di “restare al loro posto”, per
continuare a presidiare il territorio. Fu l’occasione per ogni militare
dell’Arma di assumere individualmente la responsabilità di assicurare, in ogni
angolo del Paese, la protezione della cittadinanza.
E’ in questa chiave che va letto il gesto
del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, il quale, il 23 settembre del 1943, si
assunse la responsabilità di un pretestuoso attentato ai tedeschi, in località
Palidoro, per salvare la vita di ventidue innocenti civili tenuti in ostaggio.
I nazisti lo giustiziarono senza esitazione ai piedi della torre da cui prende
il nome il piccolo borgo della costa laziale, a pochi chilometri da Roma. Fu
l’inizio di una serie di eroici atti di sacrificio di cui si resero
protagonisti i Carabinieri per liberare il territorio nazionale
dall’occupazione tedesca.
14 bis) I tre
martiri di Fiesole
Non dissimile dal gesto di Salvo D’Acquisto
fu l’episodio che portò i Carabinieri Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti e
Vittorio Marandola a sacrificare la loro giovane vita per salvare quella di
dieci ostaggi della comunità di Fiesole, nella cui Stazione dell’Arma
prestavano servizio. Alla fine del mese di luglio del 1944 gli Alleati si
accingevano a liberare Firenze, nelle cui strade le forze della Resistenza
locale già contrastavano con le armi il ripiegamento dei tedeschi. Era il
momento per i militari della Stazione di Fiesole, impegnati clandestinamente
nella lotta ai nazisti, di unirsi alle formazioni partigiane operanti nel
capoluogo toscano per contribuire all’insurrezione popolare.
Quando i tedeschi vennero a conoscenza che
la Stazione Carabinieri di Fiesole era stata chiusa e che i suoi componenti si
erano uniti agli insorti, minacciarono di fucilare dieci ostaggi, catturati a
caso tra la popolazione del piccolo borgo fiorentino, se i militari di quella
Caserma non si fossero ripresentati immediatamente.
I Carabinieri La Rocca, Sbarretti e
Marandola raccolsero l’ultimatum e, il 12 agosto di quell’anno, si recarono al
comando tedesco di Fiesole, affinché gli ostaggi venissero liberati. I dieci
innocenti vennero così rilasciati, mentre i tre giovani Carabinieri vennero
fucilati subito dopo. Il martirio di Fiesole è da ricordare come episodio,
forse unico nella storia, di consapevole coscienza di una sorte tragica,
affrontata dai tre uomini con unanime determinazione. A guerra conclusa, alla
Memoria dei tre militari venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
15) Il “Fronte
Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”
Dopo l’8 settembre 1943, data
dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, l’unica forza armata ancora
unitariamente attiva sul territorio nazionale era l’Arma dei Carabinieri, la
cui struttura ordinativa non poteva non turbare i piani germanici per l’occupazione
militare del nostro Paese. Pertanto, il 7 ottobre 1943, i nazisti attuarono a
Roma un massiccio attacco alla Caserma della Legione Allievi Carabinieri,
conclusosi con la deportazione di circa 2.500 militari dell’Arma. L’operazione,
condotta con un dispositivo di forze composto da mezzi corazzati e da reparti
d’assalto, era stata preceduta da un dispaccio del Gen. Graziani, Ministro per
la Difesa Nazionale della RSI, con cui si ordinava il “Disarmo dei Carabinieri
in Roma”, ingiungendo agli Ufficiali di “restare nei rispettivi alloggiamenti
sotto pena, in caso di disobbedienza, di esecuzione sommaria e di arresto delle
rispettive famiglie”. La deportazione indusse il Generale Filippo Caruso
(nell’immagine a sinistra) a creare il “Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri”,
forte di 6.000 uomini. La formazione era composta da reparti dislocati nell’Italia
centrale, da un “Raggruppamento Territoriale” e da un “Raggruppamento Mobile”, entrambi
strettamente collegati con le unità partigiane operanti nelle altre regioni.
Del “Fronte” facevano parte il T. Col.
Giovanni Frignani e i Capitani Raffaele Aversa e Paolo Vigneri, Ufficiali che
il 25 luglio precedente avevano arrestato Benito Mussolini. Intanto anche nei
territori dell’Italia meridionale non ancora liberati dagli Alleati era
iniziata da parte dei Carabinieri la resistenza ai tedeschi, che non esitarono
ad attuare nei loro confronti la più spietata repressione, come accadde a
Teverola, in provincia di Napoli, ove vennero trucidati dai nazisti 14
Carabinieri.
L’occupazione militare di Roma da parte dei
tedeschi segnò l’inizio di un loro maggiore impegno a contrastare l’azione
dell’Arma rivolta a fiaccare il dispositivo militare e di repressione. Nelle
carceri di via Tasso e di Regina Coeli, in seguito a delazione di elementi
fascisti, finirono i più attivi esponenti della resistenza dei Carabinieri,
primi fra tutti gli Ufficiali che avevano arrestato Mussolini. Il 23 marzo 1944
un’azione del GAP (Gruppo di Azione Partigiana) attuò a Roma, in via Rasella,
un attentato contro una compagnia del Polizeiregiment Bozen. Restarono uccisi
33 nazisti.
La reazione di Hitler fu immediata e
violenta: ordinò che per ogni tedesco rimasto ucciso venissero giustiziati
dieci italiani, da prelevare tra i detenuti politici e di razza ebraica.
L’indomani, 335 martiri vennero giustiziati nelle gallerie di una cava
abbandonata, sulla via Ardeatina. Tra essi figuravano dodici militari
dell’Arma. I loro nomi sono, da sinistra a destra nelle immagini in alto: Cap.
Raffaele Aversa, Magg. Ugo De Carolis, Ten.Col. Giovanni Frignani, Ten. Col.
Manfredi Talamo, Ten. Romeo Rodrigues Pereira, Ten. Genserico Fontana, Corazz.
Calcedonio Giordano, Brig. Candido Manca, Car. Augusto Renzini, Car. Gaetano
Forte, Mar. Francesco Pepicelli, Brig. Gerardo Sergi.
16) Nelle città
liberate entrano i Carabinieri: è festa popolare
Dopo lo sfondamento della Linea Gotica da
parte degli Alleati, la partecipazione delle formazioni patriottiche alla
liberazione del Nord assunse un’incidenza determinante. Di esse facevano parte consistenti
aliquote di Carabinieri, organizzate autonomamente o inserite in più organici raggruppamenti
del Comitato di Liberazione Nazionale. In alcuni casi, i militari dell’Arma ricoprirono
ruoli di comando, come il Brigadiere Alberto Araldi, il leggendario “Comandante
Paolo”, che alla testa della 3 a Brigata partigiana della Divisione “Piacenza”
tenne testa, nel Piacentino, alla Divisione tedesco-mongola “Turkestan”, nel
tentativo di catturarne il comandante.
Tradito da una delazione, il Brigadiere
Araldi cadde in un’imboscata e venne fucilato senza alcun processo. Alla sua
Memoria fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Al momento dell’insurrezione generale, i
Carabinieri parteciparono dovunque alla liberazione delle città del Nord, come
a Reggio Emilia, ove il Brigadiere Giuseppe Morelli entrò in città alla testa
del distaccamento della Brigata partigiana “Fiamme verdi” da lui comandato; oppure
a Piacenza, liberata il 28 aprile 1943 dalla Divisione del Tenente Fausto
Cossu; come pure a Milano, ove giunsero nei giorni 25, 26 e 27 aprile dello
stesso anno i 700 Carabinieri della “Banda Girolamo” del Maggiore Ettore
Giovannini. Quando nella capitale lombarda, qualche giorno dopo, arrivarono gli
Alleati, trovarono l’Arma interamente ripristinata nelle sue sedi e in piena
attività istituzionale.
Dall’8 settembre 1943 all’aprile 1945 il tributo
dell’Arma alla liberazione del suolo nazionale è riassunto nello specchio a
lato.
(specchietto)
PERDITE
DELL’ARMA NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Caduti
2.735
Feriti
6.521
RICOMPENSE
ALLA BANDIERA DELL’ARMA
Medaglia
d’Argento al Valor Militare
A
SINGOLI MILITARI
2
Croci di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia
32
Medaglie d’Oro al Valor Militare
122
Medaglie d’Argento al Valor Militare
208
Medaglie di Bronzo al Valor Militare
304
Croci di Guerra al Valor Militare
17) E’ Repubblica!
Il 2 giugno del 1946 gli Italiani vennero
chiamati alle urne per decidere sulla forma costituzionale dello Stato:
Monarchia o Repubblica.
Per la prima volta nella storia del Paese
il voto venne esteso alle donne.
I risultati diedero 12.717.923 voti alla
Repubblica e 10.719.284 alla Monarchia.
Presidente provvisorio dello Stato venne
nominato il senatore Enrico De Nicola, che si insediò il 1° luglio 1946. Nella
fotografia a destra lo vediamo mentre si reca dal Senato al Quirinale, scortato
da un drappello del “3° Squadrone Carabinieri a cavallo”, denominazione assunta
dal reparto “Carabinieri Guardie del Re”, ossia i Corazzieri, dopo la partenza
per l’esilio di Umberto II di Savoia. Lasciando il Quirinale, l’ultimo Re
d’Italia aveva sciolto i Corazzieri dal giuramento di fedeltà alla Corona, ma non
all’Italia. Si nota dalla fotografia che i militari indossano alcuni elementi
dell’uniforme da Corazziere, come i guanti con crispini. Anche la gualdrappa
faceva parte della bardatura del reparto d’origine.
Nel 1948 i Corazzieri vennero ufficialmente
denominati Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica.
17
bis) La nuova struttura dell’Arma dei Carabinieri
Dopo due guerre e un lungo periodo di
gravoso e cruento impegno operativo per assicurare al Paese traguardi di
normalità, l’Arma ebbe a contare perdite molto rilevanti, sia nell’organico che
nelle dotazioni logistiche.
Il Paese aveva conquistato la democrazia,
ma parallelamente doveva rinascere da un passato di rovine e di bisogni. Alla
necessità di un nuovo regolamento e di una rinvigorita struttura dell’Arma
provvide un Decreto Luogotenenziale del 31 agosto 1945, in virtù del quale la
forza venne fissata in 65.000 unità.
Contemporaneamente, venne avviato un
processo di ammodernamento delle strutture operative, tese ad adeguare
l’Istituzione ai progressi tecnici in atto nel mondo.
18) Dalla Sicilia
all’Alto Adige, l’Arma ancora in prima linea
Nel dopoguerra i Carabinieri furono
chiamati a fronteggiare nuove forme di delittuosità, dagli schemi inediti e dai
disegni dirompenti. Mentre nel nord del Paese si manifestava con insolita
efferatezza la criminalità urbana, in Sicilia prendeva forma un inquietante
sentimento di pseudo-indipendentismo, in nome del quale operavano agguerrite
formazioni banditesche.
In Alto Adige, poi, trovava facile terreno
il terrorismo a sfondo etnico. L’Arma si trovò così a dover combattere contro
nuovi nemici, che utilizzavano schemi delittuosi evoluti rispetto a quelli
tradizionali del passato.
I nomi del Capitano Francesco Gentile, del
Tenente Salvatore Pennisi, del Maresciallo Ettore d’Amore, del Carabiniere
Clemente Bovi, tutti decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria,
sono legati ad altrettante operazioni risolutive dei fenomeni delinquenziali ed
eversivi che caratterizzarono la fine del terzo cinquantennio di vita
dell’Arma. Dedicando all’Arma un ampio servizio illustrato, un diffuso settimanale
titolò: “I Carabinieri sono sempre in guerra per farci vivere in pace”.
Erano i giorni della strage di Ciaculli,
una borgata nei pressi di Palermo, in cui persero la vita il Tenente Mario
Malausa e quattro Carabinieri.
(didascalia)
Nella pagina a fianco, l’eroismo, rimasto
ignoto, di un Carabiniere lanciatosi tra le fiamme per salvare un motociclista coinvolto
in un grave incidente stradale, alla periferia di Roma.
Sotto, un agguato subito dai Carabinieri
nei pressi di Orgosolo, in Sardegna, ove imperversavano le feroci bande
Liandru, Tanteddu e Sanna-Sini, tutte assicurate alla giustizia. A destra, Il
Carabiniere Vittorio Tiralongo, ucciso nel corso di un attacco terroristico
alla caserma di Selva dei Molini, in Valle Aurina, durante la fase più acuta
della campagna per il separatismo sud-tirolese.
19) Quattro
militari dell’Arma «Giusti tra le Nazioni»
Nel Talmud, opera della letteratura ebraica
post-biblica, è scritto che, in qualsiasi momento della storia, ci sono sempre
Trentasei Giusti al mondo. Durante la persecuzione operata dai nazisti in danno
del popolo di Israele, i Trentasei Giusti divennero un esercito di eroi, che
rischiarono la loro vita per salvare ebrei dallo sterminio. In loro onore e per
ricordare martiri dell’Olocausto venne creato a Gerusalemme il Memoriale di
«Yad Vashem», sul Monte della Rimembranza, ove ad ogni Giusto è stato dedicato
un albero, secondo l’insegnamento del profeta Isaia: “Io concederò nella mia
casa e dentro le mie mura un monumento e... darò loro un nome eterno che non
sarà mai cancellato”. Dei “Giusti tra le Nazioni”, riconosciuti tali da una
speciale commissione, che ancora oggi opera sulla base di una severa valutazione
delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti, fanno parte quattro militari
dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera e Enrico
Sibona. Erano tutti in servizio nelle province del nord Italia occupate dai
nazisti dal 1943 e pertanto nelle condizioni più difficili per offrire aiuto
agli ebrei perseguitati. Altri militari dell’Arma subirono essi stessi la
deportazione nei campi di concentramento tedeschi per la loro scelta di altruismo,
senza farne ritorno. A destra, la volta del padiglione della memoria nello «Yad
Vashem», tappezzata da 600 fotografie di vittime della shoah. La scultura
riprodotta qui sotto è opera di Marcelle Swergold, che trasse ispirazione dal
filo spinato, tragico emblema dei campi di sterminio nazisti.
(didascalia)
A destra, il Presidente Giorgio Napolitano
depone una corona di fiori nel Museo «Yad Vashem».
Alle sue spalle, il Presidente israeliano Shimon
Peres. Nell’altra foto, il Presidente Giorgio Napolitano mette a dimora un
albero nel «Parco dei Giusti», a Gerusalemme, dedicato ad un cittadino italiano
che aiutò dei connazionali ebrei a sottrarsi alla cattura.
A sinistra, le foto dei quattro militari dell’Arma
presenti nel Parco con un albero dedicato a ciascuno di loro.
20) Si illumina di
medaglie il terzo cinquantennio di vita dell’Arma
Una prima Medaglia d’Oro al Valor Militare
alla Bandiera dell’Arma dei Carabinieri, presente sulla linea del fuoco nella
Grande Guerra (1915-18), una seconda per la strenua resistenza a Culqualber, in
Africa Orientale, nel corso del Secondo Conflitto Mondiale (1940-45), 65
Medaglie d’0ro e 3.011 d’Argento individuali al Valor Militare, 2 Medaglie
d’Oro e 1.743 d’Argento individuali al Valor Civile, 1 Medaglia d’Oro e 22 d’Argento
individuali al Valor di Marina, sono le decorazioni più brillanti che hanno
arricchito il Medagliere dell’Arma durante il mezzo secolo di vita nazionale
più inquieto dopo la nascita dello Stato unitario.
(didascalia)
Per raffigurare degnamente il valore
espresso dai Carabinieri durante il cinquantennio celebrato con questo Calendario,
la scelta non poteva non prediligere uno degli innumerevoli monumenti che in
tutta Italia, nei grandi come nei piccoli centri, ricordano e onorano il
sacrificio dei moltissimi caduti nella Grande Guerra, di cui 1.400 furono
militari dell’Arma. Il monumento riprodotto a lato, opera dello scultore Enzo Puchetti,
si erge nella piazza principale di Larino, un piccolo centro del Molise.
Il gruppo bronzeo celebra la Vittoria alata
che sorregge un combattente della stirpe italica con benda attorno al capo,
come era portata dagli antichi sacerdoti, dai vincitori, dalle vittime sacre,
in segno di consacrazione dell’onore e della purezza.
Ricompense concesse
dal 1814 al 1964
ALLA
BANDIERA
1
CROCE DI CAVALIERE
DELL’ORDINE
MILITARE DI SAVOIA
2
MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILITARE
4
MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR MILITARE
4
MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR MILITARE
2
MEDAGLIE D’ORO AL VALOR CIVILE
1
MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR CIVILE
2
CROCI DI GUERRA AL VALOR MILITARE
1
MEDAGLIA D’ORO DI BENEMERENZA
PER
IL TERREMOTO DEL 1908
INDIVIDUALI
19
CROCI DI CAVALIERE DELL’ORDINE MILITARE DI SAVOIA
3
CROCI DI CAVALIERE DELL’ORDINE MILITARE D’ITALIA
70
MEDAGLIE D’ORO AL VALOR MILITARE
1
MEDAGLIA D’ORO AL VALOR DI MARINA
9
MEDAGLIE D’ORO AL VALOR CIVILE
3011
MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR MILITARE
22
MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR DI MARINA
1743
MEDAGLIE D’ARGENTO AL VALOR CIVILE
5522
MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR MILITARE
39
MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR DI MARINA
2702
MEDAGLIE DI BRONZO AL VALOR CIVILE
3128
CROCI DI GUERRA AL VALOR MILITARE
6
CROCI DI GUERRA AL VALOR DI MARINA
1
MEDAGLIA D’ORO AL MERITO DELLA SANITÀ PUBBLICA
Armi e buffetterie dei
Carabinieri
Dalla Prima alla Seconda
Guerra Mondiale
Dopo la Fiamma, l’Alamaro, i
Cappelli e le Armi dei primi cento anni di vita dei Carabinieri, a costituire
il tema di questo inserto sono ancora le Armi, nella loro funzione primaria, la difesa della Patria. Il periodo sto-rico
affrontato vede, più che mai, l’Arma impegnata nel suo duplice ruolo di arma
combattente e di forza di poli-zia, che ne giustifica la necessità di adeguare
costante-mente la dotazione di armi alle innovazioni tecniche. L’arco di tempo
considerato, partendo dalla Grande Guerra e chiudendosi col Secondo Conflitto
Mondiale,attraversato altresì dalla campagna per la conquista dell’Africa
orientale, si configura come un lungo momen-to di trasformazione dell’assetto
interno del nostro Paese,che per l’Arma comporta una parallela esigenza di aggiornamento
delle dotazioni operative, tra cui le armi,strumenti non primari della sua
funzione istituzionale,ma essenziali. Cosicché, dopo un secolo di vita, i
Carabinieri sono chiamati a combattere per la Patria, non più con le carabine o
con le sciabole, ma con le crepitanti armi di reparto, le mitragliatrici, anche
per mano degli esordien-ti Carabinieri piloti, pionieri dell’aviazione
militare.
La precedente monografia sulle
armi dei Carabinieri, apparsa sull’Agenda dello scorso anno, si è conclusa con
la descrizione del Moschetto mod. 1891, anticipando che esso“avrà una lunga
storia”. Nella sua duplice ver-sione, corta con baionetta ripiegabile e lunga con
baionetta innestata, il Carcano 91 - è que-sto il suo vero nome - è stato
infatti, ininterrot-tamente, il fedele compagno dei militari dell’Arma, sui
campi di guerra e sul fronte dell’ordine interno. È da precisare che la
versione TS, ossia Truppe Speciali, non risulta essere stata mai assegnata
ufficialmente a personale dell’Arma, ma la documentazione iconografica
pervenutaci autorizza a ritenere che di essa fossero dotati i militari
impegnati sul Podgora. Riprendendo la narrazione dell’armamento dei Carabinieri
nel terzo cinquantennio di vita dell’Istituzione, è utile scorrere
panoramica-mente la situazione degli Stati europei nel set-tore degli arsenali
militari, specificamente per quanto attiene alle armi individuali. Il fucile e
il moschetto restavano i mezzi di dotazione individuale maggiormente
utilizzati, ancor più della pistola, non essendo l’assegnazione di quest’ultima
generalizzata a tutti gli uomini in armi. Sul fucile, pertanto, si
concentrarono gli studi dei laboratori balistici di tutti gli Stati. Il nostro
Carcano, ossia il moschetto 91, ade-guandosi agli standard dell’epoca, si
dimostrò una valida e progredita arma individuale. Contemporaneamente venne
riservato un atten-to interesse per le armi di reparto, che si accin-gevano ad
esordire in campo bellico con riso-lutiva predominanza. Dalla tabella a piè di pagina
si può rilevare che soltanto la Francia ci aveva preceduti nell’adozione di un
fucile di concezione moderna, il Lebel, il cui prototipo risaliva al 1886. E
non deve sorprendere. Lo Stato transalpino, era già stato pioniere, nel1866,
con lo Chassepots a ricarica rapida, feli-cemente sperimentato a danno dei
garibaldi-ni l’anno successivo a Mentana. Quanto alle pistole, il confronto con
la produ-zione europea non poneva il nostro Paese all’avanguardia. La nostra
Glisenti 9 mm, ideata nel 1910, si rivelò poco robusta, tant’è che,interrottane
la produzione, venne sostituita dal revolver Bodeo, risalente al 1889 e, più tardi,
dalla Beretta 7,65 automatica. Gli altri Eserciti europei, che sarebbero stati
coinvolti nella Grande Guerra (1914-18), disponevano di pistole destinate ad
una carriera longeva, se non addirittura al mito, come la tedesca Luger 9 mm
Po8. I Carabinieri, in quanto arma combattente, sischierarono in battaglia col
Primo Reggimento Mobilitato già al momento dell’entrata in guer-ra dell’Italia
contro l’Austria, nel maggio 1915. Nel luglio successivo, parteciparono alla
Bat-taglia sulle pendici del Podgora. Dal Diario di guerra del proprio
Comandante, il Colonnello Luigi Vannugli, rileviamo che il Reggimento comprendeva
anche delle “Sezioni Mitragliatrici”al comando dei Tenenti Pietro Gaveglio,
Gu-stavo Fiore e Ulrico Carozzi. Tali reparti, per-tanto, furono tra i primi ad
essere dotati della nuova arma di reparto, esattamente la mitragliatrice
FIAT-Revelli Mod.1914, con la quale svolsero la preparazione alla battaglia del
19luglio 1915. Però, durante l’epico fatto d’arme,essa non sparò un solo colpo,
avendo il Reggi-mento Carabinieri ricevuto l’ordine di portare l’attacco alla
quota 240 esclusivamente all’ar-ma bianca. E così fu, mentre dall’alto gli
au-striaci riversavano sugli uomini del Col. Vannugli, con accanimento, tutto
il loro potenziale di fuoco. Il progetto di quest’arma di reparto risaliva
al1910, per opera di Abiel Revelli, che modificò la mitragliatrice Perino Mod.
1908, ritenuta ormai obsoleta. Prodotta in grandi quantità durante il conflitto
dalla MBT (Metallurgica Bresciana Tampini), la FIAT-Revelli Mod. 14sirivelò
inizialmente poco affidabile, in quanto soggetta a inceppamenti. Tale
inconveniente era causato dal sistema di alimentazione dotato di una pompetta
per l'olio, il quale lubrificava ogni colpo prima di incamerarlo,cosicché
potesse scorrere meglio. Purtroppo,l'olio si univa con la polvere che entrava
nel meccanismo, creando una pasta granulosa che faceva bloccare il meccanismo
stesso. L’arma disponeva di un sistema di raffredda-mento ad acqua, che operava
attorno alla canna a mezzo di un manicotto in cui era con-tenuto il liquido
raffreddante. Esistevano due versioni dell'arma, una con manicotto
liscio,un'altra con manicotto ondulato con nervatu-re di irrigidimento, che
aumentava la dissipa-zione del calore. Una ulteriore caratteristica era lo
scatto dell'otturatore, che permetteva la raffica sia continua che
intermittente. Il calibro dell’arma si dimostrò insufficiente, infatti, le munizioni,
contenute in una cassa da 50 colpi,erano le stesse del Carcano Mod. 91,il
fucile in dotazione all'Esercito Regio. Le cartucce erano pertanto facilmente
reperibili. Altro pro-blema riguardava il caricatore fisso, i cui 50colpi erano
divisi in 10 compartimenti, il che diminuiva la capacità di fuoco. In seguito
al Primo conflitto mondiale, la FIAT 1914fuanche utilizzata in Libia contro i
ribelli fino al1931. La sua produzione terminò nel 1935,quando poi fu
modificata e sostituita dalla FIAT-Revelli 35.La Grande Guerra offrì
l’occasione agli eserciti di tutto il mondo di sperimentare ogni tipo di arma
scaturita dalle ricerche effettuate a cavallo del XIX e XX secolo. Per quanto
riguar-da l’Esercito Italiano, abbiamo già riferito della mitragliatrice. Per
il fucile, ampiamente descrit-to sulla passata Agenda, limitatamente alla versione
corta, ossia con baionetta ripiegabi-le, nelle pagine precedenti abbiamo
delineatole caratteristiche delle versioni lunghe, con baionetta separata.
Questo modello, di cui erano dotati tutti i reparti a piedi, compresi i Carabinieri
in prima linea,era stato adottato in sostituzione del moschetto T.S. mod.
70/87, il 6gennaio 1900.
Le nuove pistole
Per le pistole, occorre
premettere che durante la Grande Guerra i vari Corpi, pur essendo dotati di
modelli specificamente prescritti, sitrovarono in casi non infrequenti a
utilizzare tipi diversi di cui disponevano gli arsenali delle Grandi Unità. I
Carabinieri, infatti, ven-nero dotati di pistole Glisenti, Brixia, Tettoni,Beretta e addirittura della
Bodeo del 1889,obsoleta, ma destinata ad una longevità a prova di due guerre
mondiali, la prima del1914-18, la seconda del 1939-45. Su questo revolver è
opportuno soffermarsi per alcune considerazioni, che concernono il problema dell’armamento
affrontato da vari Stati, com-preso il nostro. Se alcuni eserciti, primo fra tutti
quello tedesco, si presentarono al conflit-to con sufficienti scorte di armi e
munizioni,altri sottovalutarono le proporzioni dello scontro armato che stava
per sconvolgere l’in-tero pianeta e si trovarono nella necessità di correre
urgentemente ai ripari. Questa situazione favorì il revolver Tettoni,
praticamente scono-sciuto fino alla scoppio della Grande Guerra. La prima delle
Nazioni belligeranti ad entrare in crisi produttiva fu la Francia, seguita
dall’Italia.Le due nazioni dovettero rivolgersi alle fabbri-che spagnole
specializzate nella produzione di un revolver derivato dal Bodeo 1889, che differi-va dall’originale soltanto
per la presenza delmarchio. Calibrata
per l’Esercito Italiano in mm.10,35, prese il nome della ditta importatrice
diBrescia, la Tettoni, e non ebbe mai una adozio-ne formale, ma solo lo status di
arma integrativa. In effetti sulle guancette e sul lato destro figura soltanto
il logo del produttore, una "OH"che attribuisce la produzione
dell'arma alla“Orbea Hermanos”, ditta basca di Eibar, specia-lizzata nella
produzione armiera. Nessun mar-chio ne indica l’appartenenza alle forze armate del nostro Paese e la
stessa ditta Tettoni non tentò nemmeno di assegnare il suo nome a quel revolver,
che, seppure senza una assunzione ufficiale, ebbe notevole utilizzazione da
parte delle nostre truppe col nome di Modello 1916,ma generalmente confuso col
revolver Bodeo.Una storia meno contorta ha la pistola Glisenti,derivata da un
modello progettato nel 1905dall’ufficiale di artiglieria Abiel Bethel
Revelliper conto della Società Siderurgica Glisenti di Carcina (BS).
Inizialmente di calibro 7,65, l’ar-ma ricalcava nella concezione e nelle linee
la tedesca Luger, di cui però non eguagliava l’effi-cienza. La versione
impiegata nella Grande Guerra risaliva al 1911 col nome di Pistola mod.1910.Era
caratterizzata da una canna lunga 95mm. a sei righe interne destrorse, avvitata
alla culatta, questa di forma squadrata, entro cui si muoveva l’otturatore. La
culatta scorreva, a sua volta, sul castello dell’arma tramite due guide. Il
caricatore, con una capacità di sette cartuc-ce, era alloggiato nell’impugnatura
con inseri-mento dal basso. Dalla Glisenti mod. 1910 derivò nel 1912 la pistola
Brixia,versione semplificata e anche migliorata rispetto al modello da cui
traeva origine. Il perfezionamento consisteva nell’ir-robustimento di alcune
parti e nella modifica alla sicura. Fu proprio questo secondo inter-vento ad
assegnare al meccanismo la scher-zosa definizione “sicura a prova di
stupido”,riferita al fatto che la stessa sicura serviva ad evitare la
percussione a caricatore estratto senza tener conto che sarebbe potuto rimanere
il colpo in canna. La Brixia, il cui nome derivava da quello latino di Brescia,
aveva il pregio di costare molto meno rispetto alla Glisenti, il che ne
giustificò la produzione su larga scala nelle fasi finali della Grande Guerra.
Il conflitto era da poco iniziato quando lo Stato Maggiore italiano si rese
conto che lo scontro armato tra Francia, Germania, Austria-Ungheria,
Inghilterra, Russia e Italia rischiava di assumere dimensioni imprevedibili e
il coinvolgimento di altri Paesi, giustificando l’aggettivo “mondiale”, per la
prima volta attri-buito ad una guerra. Tale considerazione comportava la
necessità di adeguare con urgenza il proprio armamento alle esigenze emerse già
agli inizi del 1915. Una prima deci-sione fu quella di rivolgersi ad una antica
armeria, la “Pietro Beretta” di Gardone Val Trompia (BS), che aveva da qualche
tempo realizzato un prototipo di pistola automatica ideata dal capo progettista
Tullio Marengoni.Si trattava di un’arma di facile costruzione,dalla meccanica
ridotta all’essenziale e, cosa più importante, dal basso costo. La produzione
venne avviata in tutta fretta e i primi esemplari furono già pronti nel giugno
del1915. Si trattava di una pistola assai maneggevo-le, semiautomatica, con
canna in acciaio sol-cata da sei righe destrorse, in calibro 9 mm. Glisenti.
Quest’ultimo dettaglio era di grande rilevanza, in quanto consentiva che
l’approvvigionamento delle cartucce fosse unico per due diversi modelli di
pistola. Della stessa arma, prodotta in oltre 15.000 esemplari per gli
Ufficiali di tutte le Armi, venne successiva-mente realizzata una versione
calibro 7,65,che differiva dal modello da cui derivava perle dimensioni minori,
per l’assenza della sicura posteriore sul castello e della molla ammortizzatrice
di rinculo e per la mancanza dell’esplulsore, oltre che per altri dettagli minori
relativi al disegno. La calibro 7,65 venne assegnata ai reparti combattenti
dopo la sua presentazione alla Direzione di Artiglieria,avvenuta nel luglio
1917. Il successo della pistola Beretta nelle versioni iniziali incoraggiò la
casa di Brescia a sperimentare nuove soluzioni tecniche, atte a migliorare
l’arma, anche nella prospettiva di soddisfare la crescente richiesta da parte
dei privati. Nel 1922, venne quindi messo in produ-zione un modello che risultò
poco convincente,le cui innovazioni tecniche riguardavano in particolare
l’espulsione dei bossoli attraverso un’unica apertura sul carrello, la leva
della sicu-ra e il fissaggio della canna ottenuto con un incastro longitudinale.
Esteticamente, l’unica variante di rilievo era nelle guanciole dell’impugnatura,
non più in legno, ma in metallo bruni-to. L’Arma dei Carabinieri esitò nel
prenderlo in considerazione per i suoi Ufficiali, in attesa che venisse avviata
la produzione di un ulteriore modello, presentato l’anno successivo con la sigla
M° 23, che venne adottato in coincidenza con il ritorno al turchino della
divisa da Carabiniere, avvenuto in quegli anni dopo la parentesi della Grande
Guerra e del successivo periodo di ristrutturazione ordinativa. La M°
23,tuttavia, non ebbe il successo sperato: gli stessi Ufficiali la
consideravano alquanto ingom-brante e piuttosto massiccia. Ciò nonostante,
sebbene prodotta in poco più di 10.000 esemplari, sopravvisse fino al 1934,in
buona compagnia del revolver mod. 89, che continuava ad equipaggiare i
Sottufficiali e i militari di truppa. Occorsero circa venti anni alla casa
Beretta di Brescia per assicurare al suo nome una fama duratura, ottenuta col
Modello 1934. Ma prima,nel 1932, aveva sperimentato nuove soluzioni intervenendo
innovativamente sul M° 23conuna linea decisamente più elegante e con
l’a-dozione del calibro 9 corto in sostituzione del calibro 9 Glisenti,
definitivamente abbando-nato. Si trattò di una pistola dalla vita molto breve,
giustificata dal carattere sperimentale del prodotto, da cui derivò l’arma
corta più longeva mai adottata dalle Forze Armate italiane, chiamata Modello 34
dall’anno in cui apparvero i primi esemplari. A partire dal1938, la Beretta M
34 venne distribuita a tutti i militari dell’Arma, di qualunque grado, per restare
in dotazione fino al 1977, quando sarà sostituita dal Modello 92/S calibro 9
mm. parabellum. Le caratteristiche di tale arma sono descritte nella pagina seguente, correlate aduna esauriente
documentazione fotografica.
Le sciabole
Parallelamente all’evoluzione nel
settore delle armi da fuoco individuali, sia corte che lunghe, nel periodo
storico che stiamo esaminando non si è verificata alcuna innovazione di rilievo
relativamente alle armi bianche, ossia riguardo alle sciabole. Rappresentativa
delle origini dell’Arma e delle sue tradizioni, la scia-bola ha conservato per
i Carabinieri soprattutto un significato emblematico. Le variazioni succedutesi
nel tempo nella sua forma, nelle misure e nel peso hanno inciso minimamente sulla
sua funzione e utilizzazione, slittata progressivamente verso un ruolo
unicamente uniformologico. Pertanto, proprio in ossequio alla sua finalità
conservatrice dell’immagine del Carabiniere, le innovazioni sono state nel tempo
contenute a irrilevanti interventi nella forma del fornimento, ossia dell’elsa
e della manopola, tant’è che a partire dal Modello 1871,descritto nella
precedente Agenda, si può dire che la sciabola da Carabiniere si sia avviata verso
una standardizzazione irreversibile. Tale modello, con modifiche quasi
impercettibili, è lo stesso in uso ai giorni nostri, cioè il Mod.71/29, dove 71
sta per l’anno iniziale di adozione e 29 per l’anno di aggiornamento. Si tratta,
in sostanza, della stessa sciabola nichelata adottata per i Marescialli a piedi
il 7 luglio1927, con lama ad un filo, leggermente curva,guardamano a due else,
cappetta corta, pomoa spicchi, impugnatura di legno zigrinata e fodero in
lamiera d’acciaio a due campanelle. Le differenze, invero modeste, furono:
guarda-mano più stretto ed impugnatura in legno natu-rale liscio. Nel 1933
l’uso di questo modello venne esteso anche ai Marescialli a piedi, con la modifica
dell’impugnatura, che per questi era di ebanite nera zigrinata. I Brigadieri a
piedi,con la grande uniforme e con l’ordinaria, in ser-vizio dovevano però
portare la dagamodello1814/34. I Marescialli a piedi hanno ancora oggi la
sciabola mod. 29/33, che però non è più indi-viduale, ma è in dotazione di
reparto. La sciabola mod. 71/29per i Brigadieri a cavallo, tuttora in uso, è la
normale 71, nichelata, con impu-gnatura in legno naturale e fodero a due
cam-panelle. I Marescialli l’avevano e l’hanno tuttora con impugnatura in legno
nero. Altri dettagli sono riportati nella tavola della pagina a fronte. Per
quanto attiene alla sciabola da Ufficiale, i Regolamenti relativi al periodo di
cui trattiamo sono particolarmente sobri. La “Modificazione alla divisa degli
Ufficiali”del 17 novembre 1927si limita laconicamente al Capo I, paragrafo 4,ad
indicare “sciabola con pendagli e dragona di grande uniforme”. Nel successivo
“Regolamento sull’uniforme” del 20 luglio 1931, all’art. 139 si precisa:
“Sciabola -È quella prescritta per gli ufficiali di cavalleria; è obbligatoria
con tutte le uniformi”. Andando a ritroso, scopriamo che la prescrizione risale
al 1873, anno in cui ne ven-nero precisate le caratteristiche, rimaste
prati-camente invariate, salvo che nelle tre fenditu-re della guardia, che dai
documenti fotografici pervenutici risultano più ampie.
Verso l’epoca attuale
Un passo rilevante nell’armamento
dei Corpi armati italiani, parallelamente a quanto avve-niva nel resto del
mondo, si verificò già agli inizi degli anni ‘20, quando l'Esercito Italiano radiò
tutte le armi automatiche leggere in dotazione, per poi riequipaggiarsi con le mitragliatrici
leggere FIAT 24e la Breda 9C, la cui vita fu breve e scarsa di successi. Fu con
la presentazione, nel 1930, della Breda 30, che ebbe inizio l’epoca attuale
delle armi automa-tiche italiane, sia individuali che di reparto. Classificato
come fucile mitragliatore, il Breda Modello 30fu prodotto dal 1931 fino al 1946
e venne largamente impiegato dall'Esercito Italiano in tutti i teatri di
guerra. Già nel 1940risultavano costruiti oltre 30.000 esemplari. Queste le
caratteristiche: Peso: 10,80 kg;Lunghezza: 1,23 m.; Lunghezza della canna:520
mm.; Calibro: 6,5 ×52 mm.; Azionamento automatico con canna e otturatore
rinculanti;Cadenza di tiro: 475 colpi/min.; Velocità alla volata: 618 m/s; Tiro
utile: 800 - 900 m.;Alimentazione: caricatori da 20 colpi. Nel 1938 venne
presentata un’arma intera-mente automatica ideata dall’inesauribile Tullio
Marangoni, il già citato capo progettista della Fabbrica d’Armi Beretta di
Gardone Val Trompia. Si trattava di un’arma a ripetizione leggera, dalla
straordinaria capacità di fuoco, cui venne subito assegnata la definizione di fucile
mitragliatore per la sua maneggevolez-za. La differenza rispetto alle
preesistenti mitragliatrici era nel suo carattere di arma indi-viduale, che la
distingueva dalle pesanti e ingombranti
armi a fuoco continuo di reparto. La sua omologazione da parte dell’Ispettorato
di Artiglieria avvenne nel 1938 con la sigla M.A.B 38, modificata in M.A.B.
38/A dopo una breve fase sperimentale, durante la quale l’ar-ma subì
perfezionamenti non rilevanti, ma definitivi. Le caratteristiche erano: Peso
4.8 kg;Calibro 9 mm x19; Tipo di munizioni, 9 M38Fiocchi, 9 mm parabellum;
Cadenza di tiro, 550 colpi al minuto; Velocità alla volata, 390m/s (9mmx19
Para), 410-420 m/s (9M38 Fiocchi9x19); Tiro utile 100-200 m; Alimentazione caricatori
da 10, 20, 30 o 40 colpi. L’imminenza del Secondo Conflitto Mondiale, il cui
pericolosi avvertiva incombente, indusse il nostro Stato Maggiore Generale ad
accelerare la pro-duzione della nuova arma, l’unica che in qual-che misura
consentiva al nostro Paese di affrontare, minimamente preparato, l’even-tuale
partecipazione al conflitto. E fu proprio il M.A.B. 38/A a consentire ai nostri
militari di esprimere il loro eroismo, anche in situazioni di estrema
inferiorità numerica, come accad-de in Africa Orientale, sulle aspre alture di Culqualber,
ove nel 1941 il Battaglione Carabinieri Mobilitato tenne lungamente testa ad un
intero esercito agguerrito.
100 ANNI FA
GENNAIO
1° gennaio. Esce a Firenze
L’acerba, rivista letteraria fondata da Giovanni Papini e Ardengo
Soffici con la collaborazione di
Aldo Palazzeschi e Italo Tavolato, che si pone su posizioni vicine al
Futurismo.
5 gennaio. La cerimonia per
l’insediamento del Viceré delle Indie, lord Hardinge, nella città di Delhi,
viene funestata da un attentato rivoluzionario diretto contro la persona del
Viceré.
Lord Hardinge, seduto a dorso di
un elefante bardato a festa procede dalla stazione verso la città santa
dell’India, quando dalla sommità di un’abitazione uno sconosciuto lancia una
bomba che colpisce il sedile posteriore del baldacchino, uccidendo uno dei
servitori. Il Viceré viene invece colpito da alcune schegge e rimane
leggermente ferito.
12 gennaio. A Los Angeles, in
California, viene arruolata la prima donna poliziotto, miss Alice Stebins
Wells. Non viene rivelata la sua età, a dalle fotografie pubblicate dalla
stampa s’intuisce che ha certamente superato i trenta anni. È da considerare la
prima donna al mondo ad intraprendere tale carriera.
12 gennaio. L'Arno straripa a
Pisa provocando l'inondazione della zona di Porta a Mare, non risparmiando le
fabbriche della SaintGobain ed altri opifici.
15 gennaio. Entra in servizio la
Dante Alighieri, unità da battaglia italiana varata nel 1910. Si
tratta della prima nave da
monocalibro (tipo dreadnought) della Regia Marina ed è la prima al mondo ad
avere l'armamento principale in torri trinate, con 12 cannoni da 305 mm. in 4
torri corazzate.
17 gennaio. Si svolge a Versailles
la solenne cerimonia dell’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica
francese Raymond Poincaré. L’uomo politico è stato Ministro delle Finanze e poi
dell’Istruzione nei due più recenti governi. Il Presidente Poincaré è sposato
con una signora italiana. 26 gennaio. Un pallone sonda, lanciato
dall’Osservatorio di Pavia a scopo scientifico, raggiunge la sorprendente
altezza di 37.000 metri. È la più alta ascensione mai realizzata in cielo da
uno strumento di indagine. Precedentemente il primato era detenuto
dall’esperimento eseguito nel 1910 in America, nei laboratori di Huston, con
30,4 chilometri.
FEBBRAIO
1° febbraio. A New York viene
inaugurata la stazione ferroviaria più grande del mondo. Alla mezzanotte un
treno parte tra il giubilo della grande folla radunata per l’evento. Il costo è
stato di novecento milioni di lire. Il primo tronco delle linee, per una
lunghezza di venticinque miglia, è a trazione elettrica. Da quel punto i motori
elettrici vengono sostituiti dalle locomotive a vapore (illustrazione sopra).
8 febbraio. Da qualche tempo le
sartine di New York sono in sciopero per ottenere miglioramenti salariali dai
produttori di abiti a basso costo. Lo stesso Presidente Roosevelt ha
incoraggiato la protesta, dicendosi disposto a scendere in piazza a fianco
delle lavoranti. L’ultima protesta pubblica delle sartine si è conclusa con un
vero corpo a corpo con gli agenti di polizia, ai cui manganelli le scioperanti
hanno opposto dei lungi spilloni da cappello, con i quali si sono difese con energia,
ferendo gravemente numerosi agenti.
10 febbraio. Canne al vento è il
titolo di un nuovo romanzo di Grazia Deledda, in cui viene sviluppato il tema
della fragilità umana. Il rapporto di similitudine tra la condizione delle
canne e la vita degli uomini, celebrato nel titolo del romanzo, proviene da
un'opera (Elias Portolu) del 1903.
23 febbraio. Si conclude
tragicamente l’esplorazione del Polo Sud intrapresa dal capitano inglese Robert
Falcon Scott insieme ai suoi quattro compagni Wilson, Bowers, Oates e Evans. A
bordo di una baleniera il capitano era partito dall’Inghilterra nel dicembre
1909, raggiungendo il Polo Sud il 18 gennaio 1912. Sulla via del ritorno il
piccolo drappello è stato bloccato per oltre due mesi da una tormenta, che ha
portato alla morte tutti gli intrepidi esploratori.
MARZO
4 marzo. Il democratico Woodrow
Wilson s’insedia alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, succedendo al
repubblicano William Taft. Wilson è il 28° Presidente degli Stati Uniti.
8 marzo. A Salonicco, viene
assassinato il Re Giorgio di Grecia. Fiducioso dell’affetto dei suoi sudditi,
il sovrano rifiutava di essere scortato e soleva camminare per le strade fra la
gente. Per l’attentatore è stato facile sparargli un solo colpo, che è stato
fatale. Quando i greci nel 1863, dopo che era stato deposto Ottone I di
Baviera, gli offrirono la corona ellenica, Re Giorgio aveva solo diciotto anni.
9 marzo. Tragico episodio della
rivoluzione messicana: il Presidente Madero e il gen. Suarez, fatti prigionieri
dai rivoltosi capeggiati da Diaz, vengono uccisi durante il trasferimento in
prigione. Nei giorni precedenti, sanguinosi combattimenti erano avvenuti nella
capitale davanti al Palazzo del Governo, ove si era asserragliato Madero con i
suoi ministri.
17 marzo. Si ha notizia degli
straordinari svluppi della radiotelegrafia. Nel South Kensington, in
Inghilterra, l’Imperial College ha fatto una nuovissima applicazione del
telegrafo senza fili; un minuscolo apparecchio tascabile, che consente di
comunicare in un raggio di 15 miglia.
APRILE
6 aprile. Grande risalto viene
dato dalla stampa al varo avvenuto a La Spezia della nave da guerra Andrea
Doria, quinta della serie di sei grandi navi con cui l’Italia si accinge a
fronteggiare le corazzate delle altre nazioni. La potenza dell’apparato motore
dell’unità è di 24.000 cavalli,capace di imprimere alla nave una velocità
massima di 23 miglia all’ora.
13 aprile. Il Re Alfonso XIII di
Spagna subisce un attentato, fortunatamente fallito. Mentre il Re passa in
rivista le truppe a Madrid, un anarchico uscito dalla folla afferra le briglie
del cavallo e spara contro il Sovrano due colpi di rivoltella. Il cavallo,
impennatosi, fa cadere a terra l’attentatore, che viene subito arrestato.
19 aprile. Gli stati balcanici
avevano realizzato nel 1912 una serie di accordi in funzione antiturca, che
portarono alla Prima Guerra Balcanica, conclusa con la Conferenza di Londra del
17 dicembre 1912. Le condizioni di pace furono però giudicate inaccettabili
dall'Impero ottomano, sicché le ostilità ripresero fino a un nuovo armistizio.
Dopo la caduta di Adrianopoli, Sciukri Pascià, l’eroico difensore della città,
arrendendosi, aveva consegnato la sua sciabola al Generale Ivanoff, che la
respinse con le parole: “Tenetela, generale, la vostra sciabola è quella di un
eroe”.
MAGGIO
4 maggio. Viene
inaugurato a Roma il monumento al poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli,
opera dello scultore Tripisciano. Il modello che ha posato si chiama Antonio
Toppi (nella foto), di Anticoli Corrado, un paesino del Lazio divenuto famoso
da quando numerosi artisti di Roma utilizzano uomini, donne e bambini di quella
contrada come modelli per le loro opere. La scoperta della bellezza degli
anticolani è avvenuta grazie alle fioraie che affluiscono a Roma dal loro paese
per vendere fiori sulla scalinata di Trinità dei Monti, frequentata da pittori
e scultori della vicina via Margutta.
11 maggio. A Roma salta in aria
lo stabilimento pirotecnico Marazzi. Il Maresciallo dei Carabinieri Babucci non
esita ad affrontare le fiamme per porgere soccorso all’interno del l’edificio, dove una giovane
rischiava di rimanere schiacciata da travi pericolanti. Grazie all’audacia del
militare la donna viene posta in salvo. All’eroico gesto, la Tribuna Illustrata
dedica una copertina a colori.
22 maggio. Ricorre il primo
centenario della nascita di Riccardo Wagner, la cui musica vanta molti
estimatori nel nostro Paese, in modo particolare a Bologna, città in cui ha
soggiornato prima di affermarsi presso i musicologi italiani.
29 maggio. Da quando le
associazioni di lavoratori hanno adottato il metodo dello sciopero per ottenere
il riconoscimento dei loro giusti diritti, per i Carabinieri è iniziato un
ruolo imprevisto, quello di pacificare le opposte tendenze all’interno delle
stesse categorie di lavoratori.
29 maggio. Nel Palazzo di
Giustizia di Roma, da poco completato, tra i primi ad essere giudicati saranno
proprio coloro che lo hanno costruito. La sua laboriosa costruzione e problemi
di instabilità hanno suscitato sospetti di corruzione, promuovendo un’inchiesta
parlamentare e quindi un processo.
GIUGNO
8 giugno. Sulla stampa illustrata
grande risalto viene dato alle nuove uniformi dell'Esercito Italiano e, in
particolare, all'adozione del colore grigio-verde. Un analogo aggiornamento è
in corso in quasi tutti gli Eserciti europei, nel tentativo di ottenere un
aspetto mimetizzante. Gli in-glesi hanno già adottato il color kaki, i russi
hanno optato per il kaki-oliva, mentre gli austro-ungarici per il
grigio-azzurro. Nessuna preferenza è stata ancora espressa dai francesi. Le
nuove uniformi non saranno adottate contemporaneamente dai vari Corpi italiani,
in particolare, i Carabinieri le vestiranno nel 1915.
11 giugno. A Costantinopoli viene
ucciso il Gran Visir Mahmud Chefket, che in automobile aveva appena lasciato il
Ministero della Guerra. Chefket era un esponente dei Giovani Turchi, una setta
molto avversata in Turchia peri suoi programmi rivoluzionari. 25 giugno. Lo
Stato, che si è sempre riservato la facoltà di intervenire sui contenuti di
rappresentazioni pubbliche, offensivi della morale e del buon costume, per
iniziativa del ministro Facta emana un'apposita legge che introduce un vero e
proprio intervento censorio sulle proiezioni, allo scopo di impedire la
rappresentazione di spettacoli osceni o impressionanti o contrari alla decenza,
al decoro, all'ordine pubblico e al prestigio delle istituzioni ed elle
autorità11 giugno. Il Re Vittorio Emanuele III compie un volo sul dirigibile
"P 4". Alzandosi da Bracciano, l'aeronave presto raggiunge la quota
di 400 metri ed effettua un largo volo, volteggiando sopra Anguillara,
Trevignano e Bracciano, su cui effettua delle evoluzioni, creando trepidazione
nella folla, consapevole dei rischi corsi dal sovrano. Toccando nuovamente il suolo,
il re esprime viva soddisfazione.
LUGLIO
6 luglio. Un nobile atto di
umanità della principessa Letizia d’Aosta nella Basilica di Superga. Durante un
servizio funebre di suffragio, uno dei Carabinieri addetto al servizio d’onore
si accascia al suolo per un improvviso malore; la principessa, accortasene, si
affretta a soccorrerlo premurosamente.
16 luglio. Continua a suscitare
scalpore il ballo di moda a Parigi, il tango. Lo si balla con frenesia nelle
case private, nelle sale pubbliche, nei caffè dei boulevards, nelle bettole di
Montmartre. Ma oltre che far ballare, il tango fa discutere vivacemente a causa
di alcune “figure” giudicate immorali. Il grande problema che tutti si pongono
è questo: possono ballarlo anche le fanciulle? Alcuni giornali aprono
un’inchiesta al riguardo.
20 luglio. La malavita sarda è
agonizzante, grazie all’efficace opera dei Carabinieri. Nelle campagne di
Lanusei, in provincia di Nuoro, una banda di malviventi, composta da una
quindicina di uomini, saccheggia e uccide senza scrupoli. La paziente opera
degli uomini dell’Arma porta alla cattura e al conseguente arresto dei
malviventi.
30 luglio. Il Canale di Panama è
compiuto, l’oceano Atlantico e il Pacifico, divisi da una striscia di terra di
87 chilometri, uniranno presto le loro acque e il traffico marittimo ne sarà
enormemente avvantaggiato. La spesa complessiva per la realizzazione della
ciclopica opera viene calcolata in 1900 milioni di lire e in 160 milioni annui,
quella della gestione.
AGOSTO
3 agosto. Gli alabardieri
svizzeri del Vaticano sono in rivolta. Alcuni loro rappresentanti si recano dal
colonnello Repond per protestare contro i sistemi introdotti dal fiero
comandante. Le proteste delle guardie svizzere sono causate dagli esercizi
militari imposti dal comandante Repond: manovre sui tetti dei palazzi
apostolici, esercitazioni in tempi di notte, turni di servizio troppo
impegnativi.
10 agosto. È in costruzione la
ferrovia direttissima RomaNapoli, che ridurrà a meno di duecento chilometri la
distanza tra le due città.
L’opera comprende viadotti,
gallerie e soprattutto interventi nella città di Napoli, come il traforo di
Posillipo, il cavalcavia di Piedigrotta e un lungo traforo sotto il corso
Vittorio Emanuele.
24 agosto. Una pattuglia di donne
poliziotte di Chicago opera il suo primo arresto, davanti ad una folla
incuriosita, nei confronti di una donna, che esercitava il meretricio.
L’adescatrice, presa solidamente per le braccia dalle risolute poliziotte,
viene accompagnata a piedi al più vicino posto di polizia.
30 agosto. È in corso di
completamento il grande fregio che ornerà la nuova aula parlamentare del
Palazzo Montecitorio a Roma. L’opera avrà uno sviluppo di 120 metri e
un’altezza di 3,80 metri. L’autore, Aristide Sartorio, si è impegnato a
raffigurarvi la storia d’Italia attraverso i secoli, mediante 285 figure, tra
uomini e cavalli grandi due volte il vero. Nella foto, sotto, il particolare
dell’invasione degli Unni. Il dipinto è su tela applicata alla parete.
SETTEMBRE
1° settembre. I dirigibili italiani
vivono un periodo di grande attività. Il P4 ha compiuto evoluzioni notturne
sopra Roma prima di un lungo viaggio di dieci ore da Bracciano a Campaldo,
presso Venezia. Inoltre, il ministro della Marina, ammiraglio Millo, a bordo
dell’M2 ha compiuto un volo da Roma a Civitavecchia e ritorno della durata di
due ore. 1° settembre. Il direttissimo RomaNapoli, giungendo nella capitale
partenopea, invece di rallentare alla curva di Poggioreale, ha continuato la
corsa causando un vero disastro: una delle due locomotive, il bagagliaio e una
vettura passeggeri si sono rovesciate, fracassandosi. Sul posto sono
immediatamente intervenuti i Carabinieri, che hanno liberato dai grovigli gli
sventurati viaggiatori feriti.
4 settembre. Per celebrare il
prossimo centenario della nascita di Giuseppe Verdi è stato allestito uno
spettacolo senza precedenti all’arena di Verona, con la messa in scena
dell’Aida. L’architetto Ettore Fagiuoli ha curato le grandiose scene dello
spettacolo, che sono in parte fisse e in parte mobili.
14 settembre. A New York i
grattacieli, capaci di ospitare fino a diecimila persone, hanno portato a
proporzioni allarmanti l’ingombro della circolazione per le vie circostanti. La
rivista “Scientific American” ha ideato una ripartizione del traffico: la
strada propriamente detta, destinata ai tram, alle automobili e alle vetture a
cavalli; per i pedoni sono riservati i marciapiedi rialzati; i trasporti
pesanti e collettivi viaggeranno sottoterra.
OTTOBRE
10 ottobre. In ogni angolo
d’Italia viene commemorato Giuseppe Verdi nel centenario della sua nascita. Due
monumenti a lui dedicati sono stati inaugurati, uno a Busseto, suo paese
natale, e uno a Milano, in piazzale Buonarroti. Per l’occasione, al Teatro alla
Scala, il maestro Arturo Toscanini ha diretto magistralmente la Messa da
Requiem.
Un’allegoria per il centenario
della nascita 10 ottobre. Il Presidente degli Stati di Giuseppe Verdi. Uniti
Wilson, premendo un bottone elettrico nel suo studio alla Casa Bianca a
Washington, fa scoccare una scintilla a 6000 chilometri di distanza, che va ad
accendere una mina da 400 tonnellate di dinamite, il cui scoppio fa saltare
l’ultimo diaframma tra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico. Il Canale di
Panama viene così inaugurato dopo otto anni di colossali lavori, che hanno
impegnato circa 40.000 operai e, purtroppo, provocato la morte di centinaia di
essi.
Si tratta della “catena di
montaggio", che consente di far scendere il tempo di completamento di una
vettura da 12 ore e mezza, a meno di 2 ore, ottenendo così il popolare “Modello
T Ford”, alla portata della classe media. Di conseguenza, il prezzo del
prodotto finale scende vertiginosamente. Col nuovo sistema, Ford si propone di
trasformare i suoi operai nei più pagati del mondo, introducendo la giornata
lavorativa di otto ore con salari portati da 2,10 a 5 dollari al giorno.
20 ottobre. La contesa per le
imminenti elezioni a suffragio allargato si fa sempre più accesa,
particolarmente nel meridione. A Bagnoli, nei pressi di Napoli, i Carabinieri
sono dovuti intervenire per comporre un dissidio tra opposte fazioni, che
intendevano far valere le proprie opinioni politiche a suon di randellate.
13 ottobre. Convinto che l'auto
non sia solo un oggetto di fabbricazione artigianale e dal costo proibitivo,
come crede la gente, Henry Ford introduce nella fabbrica di Dearborn un nuovo
metodo di lavoro, che permetterà un notevole risparmio di tempo nella
produzione.
NOVEMBRE
2 novembre. La “Vergine col
Bambino”, il pregevole dipinto del Pinturicchio trafugato dalla chiesa di S.
Maria Maggiore di Spello (nella foto), in Umbria, è stato recuperato grazie
alle indagini sollecitamente avviate dalla locale Stazione dei Carabinieri. Il
quadro, sostituito con una copia, era in procinto di partire alla volta di
Londra. I Carabinieri, che lo hanno rinvenuto occultato in una vecchia
cassapanca, hanno denunciato il priore Santarelli, il marchese Barnabò,
trafficante di quadri antichi, e l’autore della copia, certo Scaramucci. La
popolazione ha esultato per il ritrovamento e ha manifestato gratitudine ai
Carabinieri. 2 novembre. Prime elezioni politiche a suffragio universale
maschile: gli elettori passano da 3 a 8,5 milioni; Giolitti mantiene la
maggioranza grazie al voto dei cattolici e alla loro alleanza con i liberali. I
socialisti ottengono 79 seggi, i radicali 73, i repubblicani 17, i cattolici
20.
3 novembre. I Carabinieri hanno
liberato la zona di Sassari dal pericoloso bandito Sebastiano Pitanu,
responsabile di una serie di delitti contro le persone e il patrimonio. Asserragliatosi
in un casolare e circondato da una squadra di Carabinieri comandati dal
Maresciallo Melis, il bandito ha aperto il fuoco contro i militari che hanno
risposto, ferendolo mortalmente.
29 novembre. Ricorre il
centenario della nascita del grande editore Giambattista Bodoni. Nel 1789 aveva
disegnato un carattere, che porta il suo nome, destinato a costituire il punto
di partenza dei caratteri tipografici moderni.
DICEMBRE
1°dicembre. Suscita curiosità la
notizia che a Napoli, per supplire all’assenza dei conducenti delle tramvie in
sciopero, il Principe di Forino, scortato da un drappello di Carabinieri, si è
improvvisato conduttore, in qualità di assessore alla viabilità.
5 dicembre. A Vienna viene
rinnovata la Triplice Alleanza, il patto militare difensivo stipulato il 20
maggio 1882 dagli Imperi di Germania, AustriaUngheria e dal Regno d'Italia.
Viene aggiunto un protocollo che sancisce il riconoscimento della “sovranità
dell'Italia sulla Tripolitania e sulla Cirenaica”.
8 dicembre. In seguito ad un
incendio alla centrale elettrica di SaintDenis, Parigi rimane completamente al
buio.
12 dicembre. Muore a Trento,
Vigilio Inama, filologo, storico, epigrafista, studioso dell'età romana e della
Grecia antica. 12 dicembre. L’asso dell’Aviazione francese Roland Garros, dopo
aver compiuto la sensazionale trasvolata TunisiTrapaniRoma, stabilisce il
nuovo record mondiale di altezza, portandosi con il suo aeroplano a 5.801metri.
13 dicembre. Il porto di Napoli è
devastato da un violentissimo incendio. I danni si calcolano in due milioni di
lire.
15 dicembre. Terribile disastro
ferroviario a Guardia Mangano, frazione di Acireale, in provincia di Catania:
due treni, uno merci e l’altro passeggeri, si scontrano frontalmente: si
contano 12 morti e 50 feriti.
17 dicembre. Alle ore 15,30
inizia a Londra, alla presenza degli ambasciatori dei Paesi interessati,la
Conferenza per la pace nei Balcani.
18 dicembre. Un incendio rade al
suolo l’Ateneo di Mons, una delle glorie del Belgio.
21 dicembre. Muore a Parigi Emile
Lemoine, matematico francese, noto per i suoi contributi allo studio della
geometria del triangolo.

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