Reggio Calabria 26 dicembre 2012 - Solidarietà e sussidiarietà continuano a caratterizzare l’azione della Provincia rispetto alla drammatica condizione di vita e di lavoro degli immigrati che vivono a Rosarno. Una solidarietà tangibile che, in tutto questo tempo, è rimasta lontana dal clamore mediatico e dalle dichiarazioni ampollose dei rappresentanti di importanti segmenti istituzionali e del mondo dell’associazionismo che operano nel reggino.
Pur movendosi tra mille difficoltà di bilancio, sempre più pesanti per il sostanziale taglio dei trasferimenti statali, l’Ente presieduto da Giuseppe Raffa è intervenuto concretamente contribuendo a rendere meno dura la quotidianità di quanti sono di grande utilità all’agricoltura pianegiana e che oggi si sono sostituiti a quella manodopera bracciantile ormai scomparsa dal nostro grande bacino di disoccupati. L’appello più volte lanciato dal Prefetto ha trovato la pronta adesione dell’Amministrazione provinciale che, rispetto ad altri enti territoriali e allo Stato, non ha esitato a compiere un dovere umanitario nei confronti di cittadini stranieri che pur di guadagnarsi un misero salario, quotidianamente, operano in condizioni di precarietà e di grande disagio che ci riportano indietro di secoli.
“Il nostro contributo – rileva il presidente Raffa - proseguirà con l’obiettivo di rendere più umane le condizioni di quanti vivono nella tendopoli esistente e in quella che sarà allestita prossimamente. Il problema degli immigrati che nella Piana di Gioia Tauro operano nel settore agricolo deve essere affrontato radicalmente per evitare che ciclicamente si ripresenti in tutta la sua drammaticità. Servono interventi strutturali e non provvedimenti tampone assunti sull’onda dell’emozione e dell’indignazione dell’opinione pubblica di fronte ad immagini in cui agli esseri umani sono negati diritti universalmente riconosciuti. Mi domando cos’è cambiato dalla rivolta del 7 gennaio del 2010. Alla maggiore consapevolezza che l’immigrato rappresenta una risorsa per quei settori produttivi - in particolare in agricoltura - che non trovano risposte alla crescente domanda di braccia, non corrispondono adeguati interventi strutturali da parte dello Stato o di altri enti competenti per territorio.
L’universo degli immigrati, composto anche da clandestini, ci riporta con la mente agli inizi del Novecento quando, per sfuggire alla povertà e alla mancanza di lavoro, anche la nostra terra fu interessata al fenomeno migratorio con destinazione i paesi d’oltre Oceano e il resto d’Europa. Oggi, più che in passato, non esistono frontiere entro cui convogliare le grandi masse che spingono alle porte dei paesi industrializzati per lasciarsi alle spalle quelle regioni del pianeta, che noi etichettiamo come arretrate e sottosviluppate, rimaste in parte o totalmente escluse dagli effetti della modernizzazione. Come cristiani abbiamo un dovere in più: allontanare da noi i preconcetti sugli immigrati, a qualsiasi etnia appartengano, trattandoli come fratelli e non già come scarti di una società postindustriale in cui, per gli effetti prodotti dall’occidentalizzazione del pianeta, non esita a mandare in ‘discarica’ uomini e cose”.
a.l./
Pur movendosi tra mille difficoltà di bilancio, sempre più pesanti per il sostanziale taglio dei trasferimenti statali, l’Ente presieduto da Giuseppe Raffa è intervenuto concretamente contribuendo a rendere meno dura la quotidianità di quanti sono di grande utilità all’agricoltura pianegiana e che oggi si sono sostituiti a quella manodopera bracciantile ormai scomparsa dal nostro grande bacino di disoccupati. L’appello più volte lanciato dal Prefetto ha trovato la pronta adesione dell’Amministrazione provinciale che, rispetto ad altri enti territoriali e allo Stato, non ha esitato a compiere un dovere umanitario nei confronti di cittadini stranieri che pur di guadagnarsi un misero salario, quotidianamente, operano in condizioni di precarietà e di grande disagio che ci riportano indietro di secoli.
“Il nostro contributo – rileva il presidente Raffa - proseguirà con l’obiettivo di rendere più umane le condizioni di quanti vivono nella tendopoli esistente e in quella che sarà allestita prossimamente. Il problema degli immigrati che nella Piana di Gioia Tauro operano nel settore agricolo deve essere affrontato radicalmente per evitare che ciclicamente si ripresenti in tutta la sua drammaticità. Servono interventi strutturali e non provvedimenti tampone assunti sull’onda dell’emozione e dell’indignazione dell’opinione pubblica di fronte ad immagini in cui agli esseri umani sono negati diritti universalmente riconosciuti. Mi domando cos’è cambiato dalla rivolta del 7 gennaio del 2010. Alla maggiore consapevolezza che l’immigrato rappresenta una risorsa per quei settori produttivi - in particolare in agricoltura - che non trovano risposte alla crescente domanda di braccia, non corrispondono adeguati interventi strutturali da parte dello Stato o di altri enti competenti per territorio.
L’universo degli immigrati, composto anche da clandestini, ci riporta con la mente agli inizi del Novecento quando, per sfuggire alla povertà e alla mancanza di lavoro, anche la nostra terra fu interessata al fenomeno migratorio con destinazione i paesi d’oltre Oceano e il resto d’Europa. Oggi, più che in passato, non esistono frontiere entro cui convogliare le grandi masse che spingono alle porte dei paesi industrializzati per lasciarsi alle spalle quelle regioni del pianeta, che noi etichettiamo come arretrate e sottosviluppate, rimaste in parte o totalmente escluse dagli effetti della modernizzazione. Come cristiani abbiamo un dovere in più: allontanare da noi i preconcetti sugli immigrati, a qualsiasi etnia appartengano, trattandoli come fratelli e non già come scarti di una società postindustriale in cui, per gli effetti prodotti dall’occidentalizzazione del pianeta, non esita a mandare in ‘discarica’ uomini e cose”.
a.l./

0 Commenti