Le etnie storiche nell'Italia che è Mediterraneo

 

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

Minoranze linguistiche (o etnolinguistiche) e identità. Un rapporto che si radica nella tradizione di una Nazione ma anche nella coscienza di un popolo. I processi storici che l'Italia ha vissuto hanno una radice articolata e complessa che ha come radice prioritaria la cultura, chiaramente, greco – romana ma il tessuto intagliato in questi processi ha profonde eredità mediterranee che trovano in Omero un punto di forte riferimento. Ma Omero non è soltanto la cultura greca come Virgilio non è soltanto la storia del mondo latino.

Il Mediterraneo non può essere compreso senza l'articolato mosaico delle lingue, delle etnie, dei miti. Non c'è una lingua ufficiale che definisce il Mediterraneo. Soprattutto quel Mediterraneo antico e moderno che ingloba le geografie balcaniche e meta-asiatiche. Il Mediterraneo si costituisce e si rappresenta nelle diverse realtà delle civiltà che ancora dettano una storia fatta di presenze minoritarie sui territori. Occorre non dimenticare che il vero senso di una identità si intreccia tra la lingua e i modelli etnici.

Non avrebbe senso, soprattutto oggi, difendere una lingua a priori senza  la robustezza di una tradizione che è data dalla centralità dei fenomeni antropologici che trovano nel concetto di etnia uno scavo consistente. Bisogna analizzare questi nostri anni, in merito alla tutela delle minoranze linguistiche, attraverso una visione culturale interattiva e complessiva tra storia di un popolo (nella sua tradizione, nei suoi costumi, nei suoi riti, nelle sue griglie simboliche) e lingua e linguaggi di un popolo. Un popolo che si mostra con le sue "partiture" a mosaico intorno a dimensioni che sono sì storiche ma anche esistenziali e geografiche.

La Legge di tutela delle minoranze linguistiche in Italia oggi non ha più senso. Lo si diceva già qualche anno fa. Lo si ribadisce con una consapevolezza culturale che ha una sua specificità di fondo guardando sia alle presenze minoritarie non incluse nella normativa nel 1999 sia osservando, in una interpretazione geopolitica, i vari territori che sono interessati dalle comunità cosiddette minoritarie.

C'è nella coscienza delle civiltà uno sguardo completamente mutato rispetto agli anni Novanta. Ma c'è, in modo particolare, un legame tra storia, identità e appartenenza che è rivelante di un equilibro dialettico tra lingua e antropologia. Non si tutela, in sostanza, una comunità cercando di far sopravvivere soltanto la lingua o ciò che resta di koinè che si sono trasformate nel corso di confronti tra territori e aree geografiche. Ciò che è avvenuto nel Mediterraneo impone una riflessione che non è focalizzata soltanto nella contemporaneità. Ma si sostanzia di una eredità che proviene da studi archeologici e da impostazioni storiche che vanno ricontestualizzati.

Difendere una minoranza linguistica proponendo una tutela a tutto tondo della sola lingua non porta ormai da nessuna parte. La lingua smarrirà la sua forza caratterizzante nei moduli etimologici e si imprigionerà tra un didatticismo e un arcaico modo di vivere la cultura delle minoranze stesse. Così insistere nel mantenere viva una legge di tutela su determinate formule impoverisce sia la ricerca intorno ad "un melograno" (Luzi) di lingue e culture sia la funzione che può avere una lingua storica altra rispetto alle lingue moderne e parlate.

Le minoranze etnolinguistiche (e non soltanto linguistiche) sono dentro il legame tra storia e civiltà di una Nazione.Rivendicare la tutela soltanto della lingua, in uno specifico ambito territoriale, è un isolare la valorizzazione dell'intera comunità.

Le "isole" linguistiche se non si aprono ad una penisola più articolata corrono realmente il rischio di non reggersi. L'isola è un isolamento, ovvero l'inizio di una prospettiva che porta alla solitudine. Le lingue minoritarie sono storia e devono restare nella storia. Le lingue minoritarie contemporanee sono già di per sé nei processi di integrazione, ma questo è un altro discorso. Insomma si tutela una minoranza storica non soltanto affidandosi alla lingua o alla "parlata" della comunità. I conti bisogna farli con le nuove generazioni, con le società in costante transizione e con una ermeneutica dei fenomeni internazionali.

Il Mediterraneo non è nostro dirimpettaio. Il Mediterraneo siamo noi. Anche le minoranze, oltre il Regno di Napoli, hanno degli elementi che riportano alla tradizione mediterranea. I popoli germanici del Sud Tirolo non possono coesistere soltanto con la storia austro-ungarica e germanica: devono saper guardare a quell'Adriatico che scende verso Venezia. Così il mondo Ladino e Friulano.

Le minoranze etnolinguistiche presenti in Italia sono nel Mediterraneo. Anche il mondo Occitano ha una tradizione mediterranea consistente oltre a tutta la griglia di tradizione albanese – balcanica e sarda – catalana.

Non si possono più creare divisioni, sul piano della tutela e quindi della consapevolezza delle conoscenze, tra popoli stanziali e popoli vaganti: bisogna penetrare il loro tessuto storico. Non si possono dimenticare le minoranze armene in un contesto di geografie includenti. La storia degli Armini è storia dentro il Mediterraneo balcanico – asiatico, o meglio è dentro quel Mediterraneo ricco di profondi radici.

Il Mediterraneo aperto vive, dunque, non di una identità ma di identità nei processi che non escludono le appartenenze. Ed è qui che la dialettica sulla questione deve ritrovare la sua forza prioritaria sia  storica sia geografica sia antropologica sia linguistica.

 

 

 

 

 




--
Luigi Palamara
Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 347 69 11 862

MNews.IT
www.mnews.it